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Prodi ha svenduto i nostri vini di qualità



Storia di un anti-Italiano
Sesto motivo
Prodi ha svenduto i nostri vini di qualità

“La vita è troppo breve, per
bere del vino cattivo”
(G. E. Lessing)

L’incubo dell’Amarone “cinese”. Prima o poi, troverete sullo scaffale di qualche supermercato il famoso vino veneto della Valpolicella, l’Amarone, ad un prezzo davvero stracciato. Nel sorseggiarlo, però, vi potrebbe capitare di fare una smorfia di disgusto, scoprendo un’imprevista acidità. A quel punto, disorientati, vi soffermerete a guardare l’etichetta e scoprirete che il vino in questione proviene magari dalle pianure della provincia del Liaoning, in Manciuria, nella Repubblica Popolare Cinese, a qualche decina di migliaia di chilometri da Verona. Perché evochiamo un tale incubo? Perché Romano Prodi ha contribuito a fare in modo che quest’incubo un giorno o l’altro possa diventare realtà. E adesso vi racconteremo il perché.
Nel 2003, nel battezzare la controversa proposta di riforma della Politica agricola comune, Romano Prodi tentò in vari modi di giustificare i tagli e i sacrifici che l’agricoltura europea avrebbe dovuto affrontare. La sua tesi principale era quella di puntare tutto sulle denominazioni di origine e sui prodotti d’eccellenza, “che costituiscono la via sulla quale l’Europa deve lavorare perché non è più pensabile riuscire a stare nei costi di un’agricoltura massificata” . Queste dichiarazioni sembravano essere l’importante garanzia di un impegno per la valorizzazione dei prodotti di qualità, un’esigenza fortemente sentita da
produttori e consumatori italiani ed europei. Purtroppo però, Prodi, come al solito, predica bene e razzola male.
Infatti era già da tempo in atto un vero e proprio accanimento contro la migliore produzione vitivinicola. Dal 2002 al 2004 la Commissione si contraddistinse nella elaborazione di una serie di regolamenti che, in barba ai proclami sulla tradizione e la qualità, aprirono di fatto la porta alla concorrenza sleale, permettendo per la prima volta ai produttori extra-europei l’utilizzo delle
denominazioni più prestigiose dei vini italiani. Stiamo parlando di marchi noti in tutto il mondo come l’Amarone, il Brunello, il Morellino, il Vin Santo… In parole povere, un vino prodotto in Cile, in Cina o in Australia con un sapore vagamente simile ad uno dei nostri vini pregiati avrebbe potuto essere etichettato come se fosse stato originale. Il regolamento incriminato era il famigerato
316/2004.
Il giallo dei vini “taroccati”. L’iter per l’adozione del Regolamento fu molto sofferto e si trascinò per un anno intero. Ci fu un braccio di ferro tra la Commissione e i Paesi produttori, tra cui l’Italia, la Spagna, la Francia, il Portogallo e la Grecia, che volevano rassicurazioni sulla tutela delle menzioni tradizionali.
Era chiaro che dietro alle esigenze di massima liberalizzazione proclamate dalla Commissione si nascondevano, in realtà, gli interessi delle grandi multinazionali, sempre interessate ad ampliare il proprio mercato a danno della qualità. Proprio per questo, probabilmente, la Commissione cercò il momento favorevole per tentare una forzatura ed approvare il nuovo Regolamento senza
tenere conto delle istanze del settore vitivinicolo. E così, nonostante il documento di lavoro della Commissione fosse all’ordine del giorno da ottobre, venne discusso nel Comitato di gestione dei vini solo alla fine di gennaio. Il testo era disponibile solo in francese e soprattutto non prendeva in considerazione i suggerimenti proposti dai Paesi produttori.
Per l’Italia il Ministro Alemanno chiese un rinvio per l’approvazione definitiva, in attesa di un’attenta consultazione del testo. Le sue lecite richieste rimasero però lettera morta. Il Regolamento fu approvato in modo anomalo con 47 voti favorevoli contro 40 voti contrari, contravvenendo alla norma che prevedeva una maggioranza dei due terzi.
In poche parole, con il nuovo Regolamento si dava il via libera alla produzione pirata dei nostri vini, aprendo la strada all’Amarone cinese, al Morellino cileno, al Brunello sudafricano. Sostanzialmente un affronto per la
tradizione e la fama internazionale dei nostri vini. Infatti, il marchio, anche se di fantasia, rappresenta un valore aggiunto per tutte quelle generazioni di produttori che hanno determinato la qualità e la reputazione commerciale del prodotto vitivinicolo, legato a caratteristiche ben definite del territorio italiano e realizzato secondo metodologie molto rigorose.
È stato il trionfo della liberalizzazione selvaggia: la Commissione Prodi ha di fatto autorizzato un abuso delle menzioni tradizionali, che ha riversato sul mercato internazionale un eccesso di prodotti con marchi taroccati, di dubbia
qualità.
 Nonostante la forte opposizione dei produttori e dei consumatori e alcuni ricorsi alla Corte di Giustizia, l’euroburocrazia prodiana ha vinto, infliggendo così un duro colpo a secoli di tradizione e di eccellenza.

Pubblicato il 5/4/2006 alle 23.7 nella rubrica Storia di Prodi l'anti-Italiano.

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