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Prodi ha assecondato l’invasione commerciale cinese



Storia di un anti-Italiano

Quarto motivo

Prodi ha assecondato l’invasione commerciale cinese

“Coloro che non fanno piani
e sottovalutano
l’avversario saranno
certamente catturati.”
(Sun Tsu)

Volete più Cina? Allora votate Prodi. “Prodi non è la medicina ma la malattia, è l’agente commerciale e la quinta colonna della Cina. Chi vota Prodi non vota per l’Italia ma per la Cina. Chi vota Prodi, vota per perdere il suo posto di lavoro, per far chiudere i capannoni delle nostre imprese” . Prendiamo in prestito le parole del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che danno un’idea chiara del ruolo di Prodi nei rapporti tormentati con Pechino. Ma facciamo un passo indietro.
Gli anni della Presidenza Prodi coincidono con le trattative chiave per l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e soprattutto con l’inizio del boom commerciale cinese in Italia e in Europa.
Infatti, dal 2000 al 2004, si è registrato un aumento clamoroso dell’importazione di alcune merci cinesi, in media del 700%. La Cina ha infatti invaso il mercato europeo con valanghe di prodotti apparentemente a basso costo.
In realtà il costo è elevatissimo. In Cina questi prodotti, dall’abbigliamento all’agroalimentare, fino agli apparecchi tecnologici, vengono realizzati senza alcun rispetto per i diritti umani, con salari irrisori, senza rispetto per l’ambiente, senza garanzie per la sicurezza dei consumatori, spesso impiegando manodopera minorile. Troppe volte queste merci sono contraffatte, incentivando così
un mercato immenso, che ha visto crescere il suo giro d’affari del 1300% e che finanzia organizzazioni criminali. Un mercato che oltretutto danneggia direttamente le aziende italiane ed europee e ne svaluta il patrimonio di professionalità. Solo in Italia, negli ultimi dieci anni, il mercato dei falsi ha fatturato dai tre ai cinque miliardi di euro, determinando una perdita di almeno 30.000 posti di
lavoro. Vediamo come il Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, affrontò la valanga cinese. La genesi dell’invasione. Tutto iniziò a Pechino nel dicembre del 1999 con l’annuncio dell’istituzione di una “camera di commercio Ue - Cina”. Ma il
vero colpo di fulmine ci fu nel maggio 2000, quando avvenne l’incontro fatale tra Europa e Cina. Proprio in quella data, infatti, si chiuse l’accordo che ha dato il via libera all’ingresso del colosso asiatico nel WTO. E Prodi non perse l’occasione per esprimere “soddisfazione” e per definire l’accordo “storico” . Ma c’è di peggio. Prodi si avventurò in previsioni destinate a rivelarsi, come al solito, totalmente sbagliate. Secondo il Professore, infatti, l’intesa rifletteva ampiamente “gli specifici interessi europei sul mercato cinese” e avrebbe quindi assicurato “molti posti di lavoro ai cittadini europei” . Queste le dichiarazioni trionfali del Presidente Prodi, che sembrano un caso di umorismo involontario. Per la Cina, infatti, è il momento della svolta. Per l’Europa, invece, è l’inizio di un incubo fatto di concorrenza sleale, di prodotti contraffatti, di aziende costrette a chiudere e di lavoratori licenziati. Come se non bastasse, in quel periodo l’Unione europea acquisisce come sua competenza specifica quella del commercio estero, scippando ogni potere decisionale ai singoli Stati europei. Ad onor del vero, i facili e superficiali entusiasmi di Prodi già da allora non erano passati inosservati. Autorevoli commentatori, infatti, definirono quell’accordo molto problematico, una sorta di “alchimia” che poneva numerosi interrogativi sull’impatto storico di quell’evento.
Ma non finisce qui. Si te preme er patrimonio lassa perde er matrimonio. Se Prodi avesse dato retta a questo noto proverbio romanesco ma, si sa, lui Roma proprio non la sopporta avrebbe forse compreso meglio i guai ai quali l’Europa stava andando incontro.
Tra il 2000 e il 2004 ci sono stati ben tre vertici tra l’Unione europea e la Cina nei quali la Commissione avrebbe potuto chiedere maggiori garanzie per le imprese europee, a partire dal comparto del tessile e del calzaturiero, oggi in crisi. Ma queste occasioni non furono colte. L’attivismo prodiano è stato solo un fiume in piena di parole, senza un’idea sul da farsi o uno straccio di progetto. Il Professore non è riuscito a rendersi conto della gravità della situazione tanto che, senza una strategia ma per puro spirito propagandistico, si è ostinato ad aumentare e moltiplicare i rapporti tra la Cina e il Vecchio Continente. Non si contano le frasi di circostanza, altisonanti quanto patetiche, pronunciate nelle occasioni istituzionali. Il ventaglio delle dichiarazioni sarebbe
immenso, ma faremo solo qualche esempio. Si va dal Prodi, “versione Giulietta e Romeo”, che nel pieno dell’invasione cinese incontrò il premier di Pechino, Wen Jiabao, e dichiarò: “Tra Ue e Cina il fidanzamento è ormai ufficiale. Il nostro forse non è un matrimonio, ma di certo è un fidanzamento molto serio” ; per passare poi al Prodi “versione guru indiano” che, nel suggerire di evitare posizioni protezionistiche, invitò tutti a “ritrovare la Cina che sta in noi” . I dati del fallimento. La verità è che l’era Prodi si è conclusa con un
bilancio assolutamente catastrofico. Qualche numero: in Italia, tra il 2000 e il 2005, l’import cinese nel settore tessile ha toccato cifre da record, con un incremento delle importazioni dei pantaloni fino al 1960%, dei pullover fino al 1250%, delle magliette fino al
537%, dei cappotti fino al 757%, mettendo così in crisi 28.000 aziende e in pericolo 90mila posti di lavoro. In Europa, invece, sono a rischio quasi un milione di posti di lavoro. Altro settore in crisi è quello calzaturiero: negli ultimi anni l’Europa ha importato dalla Cina più di un miliardo di paia di scarpe, mettendo a repentaglio più di 70mila posti di lavoro. E ancora, la Commissione non ha saputo difendere le nostre produzioni agroalimentari d’eccellenza contro ogni sorta di pirateria: solo per fare qualche esempio, ogni anno vengono importate nell’Unione europea 30mila tonnellate di mele cinesi, 1.000 tonnellate di aglio e 157mila tonnellate di pomodori. Ma anche altri settori considerati strategici per la nostra economia subiscono una concorrenza sleale senza precedenti. Solo con la nuova Commissione Barroso, nel 2005, sono stati presi i primi tardivi provvedimenti per cercare di far fronte allo shock da importazioni cinesi.
Peccato che dopo cinque anni di prodiana passività, il danno sia diventato quasi irreparabile.

Pubblicato il 5/4/2006 alle 13.50 nella rubrica Storia di Prodi l'anti-Italiano.

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