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Il Criminale dittatore Chavez ha paura di perdere

Venezuela al voto.

Mirko Molteni

Si svolgono oggi nel petrolifero Venezuela le consultazioni legislative, che chiameranno alle urne più di 14 milioni di elettori. In palio ci sono 167 seggi all’Assemblea Nazionale, cioè il Parlamento di Caracas, più ulteriori 17 seggi che spettano ai rappresentanti venezuelani in quei forum continentali definiti Parlamento Latinoamericano e Andino. Elezioni importanti, ma fortemente surreali, poiché i partiti d’opposizione hanno deciso il 1° dicembre di boicottarle dopo che avevano chiesto invano al consiglio elettorale nazionale di rimandare le consultazioni, dato il potere propagandistico del governo.
È un forte segno di protesta verso il “padre-padrone” del Venezuela odierno, il presidente Hugo Chavez. Al potere dal dicembre 1998, l’ex-colonnello dei paracadutisti ha trasformato il Paese in una “Repubblica Bolivariana” di ispirazione socialista, cambiando la costituzione e fondando il suo regime su un severo paternalismo intrecciato con una scaltra politica invisa agli Stati Uniti. Con una produzione di 3 milioni di barili al giorno il Venezuela è uno dei maggiori esportatori globali di greggio e Chavez ne ha incrementato il peso diplomatico con una serie di relazioni “pericolose” (dal punto di vista Usa) che coinvolgono Paesi come Cuba, Cina, Iran. Pur essendo un regime populista, la sua azione può comunque essere utile a creare dei contrappesi alla superpotenza americana.
Alle elezioni si presentano 16 partiti che sostengono il presidente, assicurandogli un consenso “bulgaro”. Fra essi, i maggiori sono l’Mvr, o Movimento per la Quinta Repubblica, il socialista Podemos e il “demo-patriottico” Ppt. All’opposizione troviamo invece il Pj (Prima la Giustizia) e due relitti del passato, la Accion Democratica (Ad) e il partito socialcristiano Copei che avevano governato il Paese fino a 7 anni fa.
Data la popolarità, o la fama demagogica, a seconda dei punti di vista, del presidente, la vittoria dei suoi fiancheggiatori è scontata e già traspariva da un sondaggio compiuto un mese e mezzo fa dall’Istituto Venezuelano di Analisi dei Dati. Secondo l’inchiesta, al 18 ottobre risultava che l’Mvr presidenziale contava da solo sul 39,8 % dei consensi, a cui andavano aggiunti il 3,8 % del Podemos e il 2,4 del Ppt. Dal canto suo, il Pj raccoglieva il 13,7 %, confermandosi l’unico partito d’opposizione a vantare un certo peso, essendo Ad e Copei bloccati ciascuno intorno al 2%.
Gli oppositori hanno lamentato il clima da concorrenza sleale in cui si è arrivati al voto. Anzitutto le misure populistiche di Chavez, che elargisce alla massa di poveri montagne di soldi tratte dalle entrate petrolifere, e anche in tal caso definirle clientelismi piuttosto che politiche sociali dipende dai punti di vista. Poi la vicinanza dei funzionari elettorali al presidente. Annunciando il ritiro della sua compagine dall’arena elettorale, il portavoce del Pj, Geraldo Blyde, ha detto: «Crediamo che un vero, autonomo e indipendente giudice elettorale non costringerebbe il popolo ad affrontare le elezioni in queste condizioni». Da Washington gli ha fatto eco il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Sean McCormick, sottolineando: «I venezuelani, come tutti, hanno diritto alla libertà e a elezioni eque. Ci preoccupa che questo diritto sia sempre di più in pericolo».
Il 2 dicembre, all’indomani del ritiro dalle elezioni dei partiti d’opposizione, è sceso in campo lo stesso Chavez, che parlando in tv a reti unificate ha additato dietro questa mossa l’ombra del complotto americano, paragonando i partiti avversari a cani da guardia degli Usa. «Si è attivata - ha esordito il presidente - una nuova cospirazione contro il Venezuela e di questo non accuserò i cani, ma il padrone dei cani, il governo degli Stati Uniti». Hugo Chavez ha concluso il suo discorso televisivo lanciando una divertente sfida al presidente Usa: «Scommetto con lei un dollaro, signor Bush, vediamo chi resiste di più, lei alla Casa Bianca o io nel palazzo di Miraflores!».
Le controverse elezioni si svolgono in una fase economica molto vivace per il Venezuela. Si moltiplicano gli accordi internazionali, tanto che quasi ogni giorno si segnalano iniziative interessanti, anche per il nostro Paese. Proprio il 30 novembre è stato presentato a Caracas un importantissimo progetto che prevede la costruzione da parte di aziende italiane di quasi 1000 km di ferrovia destinati a collegare le popolose coste venezuelane col selvaggio entroterra. La delegazione di imprenditori italiani era accompagnata dai sottosegretari Adolfo Urso e Giampaolo Bettamio e durante l’incontro Chavez si è pavoneggiato inneggiando al “mio amico Silvio”, con evidente riferimento al primo ministro di Arcore. Per l’Italia è un affare da 7 miliardi di euro, per il Venezuela l’occasione di ripopolare il desolato Sud del suo territorio, alleviando la pressione demografica su Caracas e dintorni.
Il 1° dicembre si è poi ulteriormente rafforzato il legame del cattolico Venezuela con l’islamico Iran. È giunto in visita ufficiale il ministro dell’Industria iraniano, Alireza Thamasebi, che insieme al suo omologo venezuelano, Victor Alvarez, ha inaugurato una fabbrica di trattori a Ciudad Bolivar. Chiamato “VenIran”, lo stabilimento è frutto di un investimento congiunto di 35 milioni di dollari, al 51% iraniano e al 49% venezuelano. Essendo il cibo alla base di tutto, l’operazione è fondamentale e porterà alla produzione di 4000 trattori e altri macchinari agricoli nel solo 2006, assicurando a entrambi i Paesi un certo scambio tecnologico. Va anche ricordato che il sostegno del Venezuela all’Iran si è fatto sentire anche in tema nucleare, poiché Chavez ha spesso ribadito il diritto di ogni Paese a fare le sue scelte energetiche.



Vittima  degli  squadristi  di Chavez

Pubblicato il 4/12/2005 alle 13.11 nella rubrica Vittime dei Pacifisti.

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