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La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia- ( 5. puntata )




La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia
che le sinistre-Ulivo vorrebbero far dimenticare ( 5. puntata )
 
Non responsabili o irresponsabili
i politici che non sapevano nulla?


“Tutti all’oscuro di tutto”, gli uomini di governo che avrebbero
 dovuto vigilare e bloccare lo scandaloso affare che è costato
 all’Italia una perdita di 516 miliardi di lire.”Dini era ministro
  degli Esteri, ma di un altro Stato”, ironizza il presidente
 della Commissione parlamentare d’inchiesta Enzo Trantino
.
 
di Gaetano Saglimbeni
 
         “Dell’acquisto di azioni Telekom Serbia da parte della Stet-Telecom Italia ho saputo leggendo i giornali tre giorni dopo la firma del contratto”, ha dichiarato candidamente Lamberto Dini, ministro degli Esteri nel governo Prodi. Lo ha detto ai giornalisti, non alla Commissione parlamentare d’inchiesta nominata dai presidenti della Camera e del Senato, dinanzi alla quale si è rifiutato (insieme a Prodi e Fassino) di deporre. No, lui “non aveva saputo nulla di quell’affare”. Ed i quattordici allarmatissimi dispacci urgenti inviati dall’ambasciatore italiano a Belgrado al ministero degli Esteri? “Li ha letti il sottosegretario Fassino, non io, e lui non ha ritenuto di dovermi informare”, la serafica risposta del ministro.
 
          E’ davvero tutta da ridere, questa storia: con uomini di governo  che, non sapendo cosa dire per uscirne in qualche modo senza perdere la faccia, finiscono con l’accusarsi l’un l’altro. Qualcosa di simile, ricordo, avveniva a casa mia quando ero bambino. Dovendo giustificarci davanti alla mamma per qualche marachella compiuta insieme, le mie sorelline ed io, non facevamo che incolparci a vicenda. “E’ stata lei”, strillavo io additando alla mamma la mia sorella maggiore. “No, è stato lui”, rispondeva lei, chiamando a testimonianza le due più piccole. Ed alla fine, non riuscendo nessuno dei quattro ad essere credibile, la punizione la prendevamo tutti, comprese le piccole. Situazioni perfettamente analoghe, mi pare. Con l’unica differenza che noi bambini eravamo puniti dalla mamma per le nostre magagne e relative bugie, mentre i politici la fanno franca sia per le magagne che per le bugie, che continuano tranquillamente a raccontare.
 
         “Lamberto Dini? Sembra il ministro di un altro Stato”, ha scritto il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Enzo Trantino nella sua relazione ai presidenti di Camera e Senato. “Lui è uno degli ‘ignari’ più decisi e agguerriti”, spiega Trantino, “e mostra addirittura  insofferenza per chi gli chiede conto istituzionale dei suoi atti… C’è una prima folgore che saetta contro di lui: i quattordici dispacci (13 lunghissimi telegrammi ed una lettera) che un inutilmente allarmato ambasciatore italiano in Serbia inoltra al Ministero, coinvolgendo il sottosegretario Fassino… E la seconda folgore, non meno fragorosa della prima, arriva da una nota pubblicata dalla agenzia di stampa serba ‘Tanjug’ il 9 giugno 1997, giorno della firma del contratto, con il testo del messaggio inviato dal  ministro degli Esteri italiano Lamberto Dini al suo omologo jugoslavo Milutinovic per sottolineare l’importanza dell’accordo di cooperazione tra le istituzioni di telecomunicazioni dei due Paesi”. Domanda (più che legittima, mi pare): ma i ministri mandano messaggi a vanvera, senza sapere nemmeno di quale avvenimento si tratti?
 
          Due micidiali saette che, al ministro degli Esteri “sospeso sulle nuvole” del governo Prodi, non fanno per nulla mutare atteggiamento. Su “L’Espresso” del 18 settembre 2003, e cioè sei anni dopo, Gianpaolo Pansa scrive: “Dini ha seguitato a ripetere di aver saputo tutto soltanto ad affare concluso e dai giornali… Ma in questi ultimi giorni ha aggiunto una nuova postilla velenosa per il suo ex sottosegretario: ‘Fassino sapeva dell’affare non soltanto dai dispacci del nostro ambasciatore a Belgrado, ma anche dalle lettere che aveva ricevuto dagli oppositori di Milosevic’. Ed al suo ministro, a sentire Dini, il sottosegretario non parlò mai né dei dispacci dell’ambasciatore né delle drammaticissime lettere dei rivali politici del dittatore Milosevic”. 
 
         La risposta di Fassino, la conosciamo già. Non potendo disconoscere l’autenticità dei messaggi ricevuti, il sottosegretario rinuncia alla sua versione originaria, quella del “non ne sapevamo nulla”, per ammettere che “tutti sapevamo, certo, ma il governo non aveva alcun diritto o dovere di intervenire negli affari di una società privata, nella quale lo Stato aveva, a suo dire, “una presenza irrilevante”.
 
         E qui la spara davvero grossa, l’ex sottosegretario Fassino. Una falsità grossa non quanto un palazzo, come di solito si dice, ma come dieci o venti palazzi messi insieme. Lo stesso Pansa si affretta a ricordare all’amico Fassino, nello stesso articolo, che lo Stato aveva acquistato nel dicembre del 1996 tutte le azioni della società detenute dall’Iri (il 61 per cento) e l’azionista di riferimento era quindi, a tutti gli effetti, il ministero del Tesoro (rappresentato allora da Carlo Azeglio Ciampi), il quale aveva per legge i suoi uomini di fiducia nel Consiglio di amministrazione della Stet-Telecom Italia. Una “presenza irrilevante”, possedere il 61 per cento delle azioni di una società? Ormai il super-ballista Fassino non si pone più freni. E, non sapendo  come uscire da quel groviglio di menzogne (dopo che è stato smentito seccamente anche da uno dei giornalisti amici), decide di passare a Prodi la freccia avvelenata scagliata a lui da Dini. “E’ stato  il presidente del Consiglio il grande burattinaio dell’affare Telekom Serbia”, dichiara allo stesso Pansa.
 
           Una girandola di accuse, menzogne e veleni davvero impressionante,  con colpi di scena a ripetizione ed una sfrontatezza che non ha precedenti nella storia della Repubblica italiana. Ed ancora oggi, otto anni dopo la firma di quel disastroso contratto che costerà all’Italia la perdita secca di 516 miliardi di lire, non sappiamo se i politici che ne furono protagonisti, volontari o involontari, debbano essere considerati responsabili, non responsabili o irresponsabili. 
 
           Domanda dell’uomo della strada (più che legittima anche questa, a me pare): ma i rappresentanti del ministero del Tesoro nel Consiglio di amministrazione della Stet-Telecom Italia non avevano il dovere di  informare il ministro ed il presidente del Consiglio su quello che avveniva nella società? Non avevano il dovere di sentire quali erano le direttive, o semplicemente i suggerimenti del governo azionista di maggioranza, e discuterne con i colleghi? Cosa facevano, andavano soltanto per riscaldare la poltrona nelle sedute del Consiglio di amministrazione della società, i rappresentanti del governo, e intascare il cospicuo gettone di presenza? A raccontarle negli Stati Uniti o alla City di Londra,  amenità del genere, si sbellicherebbero tutti dal ridere, operatori finanziari ed uscieri; da noi, non soltanto vorrebbero farcele credere, i politici delle “illuminate” sinistre italiane, ma pretendono pure che non si rida.
 
         Comunque siano andate le cose, che si rida o non si rida sulle baggianate che i politici di casa nostra si ostinano a raccontarci, una cosa è certa: la  credibilità di Prodi e compagni ne è uscita a pezzi. Il raffronto che l’ex direttore del “Corriere della Sera” Piero Ostellino ha fatto tra il comportamento degli uomini che erano al governo al tempo dell’affare Telekom Serbia con quello tenuto da Bettino Craxi in Parlamento dopo lo scoppio di Tangentopoli (ne abbiamo parlato nella precedente puntata) è assai eloquente: “Impossibile non rilevare la differenza di statura politica tra gli uni e l’altro. Qui, i silenzi imbarazzati di chi non sa politicamente come uscirne; là, l’orgogliosa chiamata di correità, nello scandalo dei finanziamento illegale dei partiti, con l’assunzione di una precisa responsabilità politica che si estendeva all’intero quadro politico”. Parole che sono macigni e dovrebbero richiamare i signori delle sinistre-Ulivo al senso di responsabilità. In gioco non è soltanto la loro dignità, ma il prestigio delle istituzioni.
 
          ”Prof. Prodi, neppure evocando gli spiriti”, ha scritto il presidente Trantino nella sua relazione (con chiaro riferimento alle poco edificanti sedute spiritiche organizzate dal professore al tempo del rapimento Moro), “risulta convincente la tesi che nulla lei sapeva dell’affare Telekom Serbia, quando il protagonista assoluto era un suo uomo, il dottor Tomaso Tommasi di Vignano, il quale, intervistato dal settimanale ‘L’Espresso’, non ha esitato a ribadire che il governo (e quindi lei, su tutti) tutto sapeva….”.
 
          Ed ancora: “Sono perfettamente d’accordo con quanto hanno scritto giornalisti di tutti i colori politici, da Ezio Mauro, direttore de ‘La Repubblica’ (‘Il governo Prodi non poteva non sapere’) a Enrico Mentana su “Il Mondo” (‘Semmai, sarebbe stato grave il contrario, e cioè che non sapesse’), Francesco Merlo su ‘Oggi’ (‘Non è credibile che gli uomini dello Stato non sapessero quel che faceva lo Stato’), Claudio Rinaldi, ex direttore de ‘L’Espresso’ (‘L’affare Telekom Serbia fu un gravissimo errore finanziario e politico, perché l’operazione fornì denaro fresco alla bieca tirannia di Slobodan Milosevic’), Francesco Bonazzi, redattore de ‘L’Espresso’ e autore di un severissimo libro sull’affare Telekom Serbia (‘Prodi e compagni, oltre che agli italiani per i soldi che hanno fatto loro perdere, dovrebbero chiedere scusa ai serbi ed ai kosovari, perché, prolungando con i nostri soldi la tirannia di Milosevic, hanno prolungato anche le atroci sofferenze di un popolo’)”.               
 
           Come si concluderà questa maledetta storia di ordinaria disamministrazione del denaro pubblico, che tanto danni e sofferenze ha provocato anche ad un popolo amico, nessuno è oggi in grado di dirlo. C’è chi auspica la costituzione di una nuova commissione parlamentare d’inchiesta da parte dei presidenti di Camera e Senato, per costringere finalmente Prodi e compagni a spiegare ai cittadini (come è loro dovere, imposto dalle leggi dello Stato) cosa è successo realmente in quel lontano 1997 con le sinistre-Ulivo al governo. Ma è difficile, se non impossibile, che ciò possa avvenire adesso, visto che siamo ormai vicinissimi alla conclusione della legislatura: se ne potrebbe riparlare, e certamente se ne riparlerà, nel nuovo Parlamento, se a vincere le elezioni politiche del 2006 sarà ancora il centrodestra di Berlusconi. E c’è naturalmente chi di questa incredibile e sconcertante vicenda non vorrebbe più sentir parlare: i militanti e simpatizzanti delle sinistre-Ulivo, chiaramente, oltre ai cinque uomini di governo (Prodi, Dini, Ciampi, Fassino e Micheli) che stavano sì a Palazzo Chigi e dintorni, quando non erano in viaggio su Marte o sulla Luna, ma “nulla videro, nulla sentirono e nulla seppero”.
 
          Le parole conclusive della sua relazione, il presidente Trantino le ha dedicate alla “forsennata campagna di mistificazione e odio” operata da politici delle sinistre e giornalisti chiaramente di parte contro la sua Commissione parlamentare d’inchiesta: sugli stessi giornali, è il caso di sottolinearlo, che a suo tempo denunciarono lo scandalo. La  motivazione dell’improvviso dietro-front? Quella che si è già ipotizzata: la paura che, accusando di superficialità, incapacità o malafede per l’affare Telekom Serbia i leader che adesso si ripresentano per la riconquista del potere (da Prodi a Fassino, a Dini), si faccia il gioco di Berlusconi e gli si spiani la strada per la riconquista di Palazzo Chigi. E dunque, silenzio assoluto dopo tanto clamore, con il preciso ordine di dimenticare e far dimenticare agli italiani quanto è successo. Ma non sarà facile, né dimenticare né far dimenticare: comunque si concluda (quando si concluderà) l’inchiesta della Procura di Torino.
 
           Per completezza di informazione, diciamo che, contrariamente a quanto avviene nelle commissioni parlamentari d’inchiesta, i cui lavori si concludono quasi sempre con una relazione di maggioranza ed una di minoranza (tranne nei casi, davvero rari, in cui maggioranza e minoranza si trovano d’accordo), nella Commissione parlamentare per l’affare Telekom Serbia la relazione è una sola, quella di Trantino per la maggioranza. La opposizione non ha presentato la sua relazione, perché i parlamentari delle sinistre-Ulivo abbandonarono i lavori (per protesta contro chi, a sentir loro, aveva ritenuto di poter discutere in commissione anche su presunti sospetti di tangenti) e non rientrarono più.
 
          Sospetti di tangenti (è doveroso ricordarlo) che il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta non ha ritenuto di dover neppure prendere in considerazione. “E’ compito dei giudici indagare su eventuali responsabilità penali, se ritengono o hanno il sospetto che ci siano state tangenti o connivenze”, ha tenuto a precisare Trantino in una conferenza stampa a conclusione dei lavori. “Il nostro compito era limitato all’accertamento di quello che avrebbero dovuto fare e non hanno fatto i nostri governanti di allora per impedire che fosse portata a termine una operazione così disastrosa per le casse dello Stato e per le tasche dei cittadini. E su questo abbiamo spiegato ogni cosa, come era nostro dovere: al Parlamento ed ai cittadini”.
 
          Dovrebbero spiegarlo anche Prodi, Fassino e compagni, ai cittadini, quel che avvenne nel 1997 con quel disastrosissimo “affare”  che ha fatto perdere all’Italia 516 miliardi di lire e prolungato tragicamente le sofferenze di un popolo alla mercè di un dittatore feroce e sanguinario come Milosevic. E dovrebbero farlo con parole chiare, non con i soliti discorsi fumosi intrisi di falsità. Ne abbiamo lette e sentite tante, falsità, su questa dissennata e disgustosa vicenda, fin troppe. E con le falsità nessuno può sperare di far sparire “verità scomode”; tanto meno, di riuscire nel maldestro, patetico e grottesco tentativo di ricostituire credibilità irrimediabilmente perdute.  
 
( 5. puntata – fine ) 
 
  Gaetano Saglimbeni
 
sito web:
www.gaetanosaglimbenitaormina.it     

Pubblicato il 4/8/2005 alle 22.8 nella rubrica Commissione Telekom-Serbia..

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