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La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia-( 4. puntata )




La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia
che le sinistre-Ulivo vorrebbero far dimenticare ( 4. puntata )
 
Troppo “zelante” l’ambasciatore:
era contrario all’affare Milosevic
e fu trasferito nell’isola di Cipro

Sono ben 14 i messaggi che il diplomatico inviò al nostro ministero
degli Esteri, sostenendo la  “inopportunità e pericolosità
dell’acquisto e l’assoluta mancanza di convenienza economica”:
rimasti senza risposta, purtroppo. Tangenti? “Se ci furono”,
dice il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta
 Enzo Trantino, “potrà stabilirlo soltanto la magistratura”.
 
di Gaetano Saglimbeni
 
 
          Era contrario, contrarissimo all’affare Telekom Serbia, il dottor Francesco Bascone, ambasciatore italiano a Belgrado nel 1977. Al ministero degli Esteri, di cui era titolare Lamberto Dini con Piero Fassino sottosegretario (“ulivista” il primo, Ds ex Pci il secondo), mandò ben 14 messaggi, ritenendo di dover richiamare l’attenzione dei suoi diretti superiori non soltanto sulla “inopportunità e pericolosità” dell’affare che si stava per concludere con il dittatore Milosevic, ma anche sulla “assoluta mancanza di convenienza economica”, viste le condizioni in cui si trovava ed operava la boccheggiante televisione di Stato serba. Messaggi e appelli rimasti senza risposta, purtroppo.
 
          Le conseguenze di quella sua “ferma e più che ragionevole opposizione”? A leggere la relazione del presidente della Commissione d’inchiesta Enzo Trantino, l’ambasciatore, ritenuto un po’ troppo “zelante” dal ministro e dal sottosegretario, fu “tenuto all’oscuro di ciò che avvenne tra la fine di febbraio e gli inizi del giugno 1997” (la firma sul contratto sarà posta il 9 giugno) e 25 giorni dopo la conclusione dell’affare, il 4 luglio, fu trasferito all’ambasciata di Cipro. “Una promozione come tante altre”, spiegarono al ministero degli Esteri. “Ma è lecito dubitare che si sia trattato davvero di una promozione”, ha scritto Trantino nella sua relazione ai presidenti della Camera e del Senato.
      
          Ho spiegato nella prima puntata di questa inchiesta che furono proprio i 14 chiari ed inequivocabili messaggi dell’ambasciatore Bascone a costringere Piero Fassino a modificare la sua originaria versione dei fatti, quella del “non ne sapevamo nulla”. Qualcuno aveva pensato a tirarli fuori dal fondo di un cassetto, quei ripetuti appelli dell’ambasciatore al buon senso, e l’ex sottosegretario agli Esteri (al quale erano diretti) non poté più far finta di non averli mai letti. “Sapevamo, certo, dei programmi di acquisizione di nuove aziende da parte della Stet-Telecom”, spiegò, “ma sapevamo anche che non era né un diritto né un dovere del governo intervenire in quello ed in altri affari, perché la loro conduzione era e doveva restare di pertinenza esclusiva dell’azienda”.
 
           Una balla, chiaramente, quella giustificazione. Lo Stato italiano, per effetto dei due decreti firmati nel dicembre 1966 dal Prodi presidente del Consiglio per l’acquisto delle azioni Stet-Telecom possedute dall’Iri, era diventato a tutti gli effetti proprietario del 61 per cento della società telefonica e quindi azionista di riferimento. Solo uno sprovveduto, e non credo che l’on. Fassino lo fosse, poteva negare allo Stato il diritto-dovere di fissare e guidare la politica economica di una società di cui possedeva il maggior pacchetto azionario. Sarebbe come dire che ad aziende statali come Eni, Enel, Finmeccanica o Alitalia venga oggi concesso di fare quello che vogliono, senza neppure interpellare lo Stato come azionista di riferimento. Pensano davvero, gli “illuminati” leader delle sinistre-Ulivo, che gli italiani non sappiamo queste cose? Nelle aziende statali o a maggioranza azionaria dello Stato “non si muove foglia che il governo non voglia”: in Italia come nel resto del  mondo. Chiaro?
         
         Era troppo “zelante”, forse anche un po’ troppo “impiccione”, quell’ambasciatore, per il ministro degli Esteri Dini ed il suo sottosegretario Fassino. Nei suoi messaggi parlava (e non era il solo) di “tensioni etnico-sociali che rendevano estremamente precaria la stabilità interna del Paese, con notevoli ripercussioni nei settori politico-istituzionale, economico e militare”; di una “economia allo sbando, con inflazione a  tre cifre che non faceva intravedere alcuna possibilità di ripresa, né nell’immediato né nel lungo periodo”; di una Telekom Serbia che “non era in grado di garantire neppure gli stipendi ai dipendenti”; e di una valutazione, quella che era stata già fatta dai tecnici delle due parti, che “non aveva alcun riscontro nei fondamentali dell’azienda, tanto meno nella sua conduzione gestionale, inadeguata e pressoché fallimentare”. Appelli al buon senso, realisti e drammatici,  destinati purtroppo ad accumularsi in un cassetto, senza risposta. “Qualcuno”, ha scritto Trantino nella sua relazione, “aveva deciso che quella operazione era assolutamente da fare e indietro non si tornava, neppure di fronte alle prospettive di un disastro annunciato”.
 
          Prodi era in visita ufficiale a Zagabria, tre giorni prima della firma del contratto di acquisto. Non sapeva nulla di quello che bolliva nella pentola di Telekom Serbia? Né della drammatica situazione politica ed economica di un Paese che tutti, non soltanto il nostro ambasciatore in Jugoslavia, sapevano essere già sull’orlo del fallimento politico e della bancarotta economica? “Cautela anche nell’affare italo-serbo sulla telefonia, con  gli uomini della Stet che sbarcavano a Belgrado proprio nel giorno in cui il presidente del Consiglio era in visita a Zagabria”, scriveva Giovanni Rampoldi su “La Repubblica”. Non leggeva i giornali, Prodi, in quei giorni? Non fu neppure sfiorato dalla curiosità di sapere perché i suoi amici della Stet (amici dai tempi in cui il professore, da presidente dell’Iri, controllava la società con lo stesso 61 per cento che era poi passato allo Stato) fossero andati a Belgrado?  
 
          “Punto fondamentale e tema obbligato della nostra inchiesta”, leggiamo nella relazione del presidente della Commissione parlamentare, “è questo: il governo è istituzionalmente colpevole perché sapeva e non intervenne o lo è di più se non sapeva dovendo sapere?”. Univoche le risposte dei giornalisti che hanno denunciato a suo tempo lo scandalo: molto peggio sarebbe il non sapere dovendo sapere. E per loro, sapevano tutti, al governo: Prodi. Dini, Ciampi, Fassino, Micheli. Perché non dissero che sapevano? Mistero. La ipotesi più seria è che si fossero tutti convinti, strada facendo, di averla fatta proprio grossa e si vergognavano ad associare pubblicamente i loro nomi e la loro credibilità di leader politici ad una operazione così disastrosa per le casse dello Stato e le tasche degli italiani: 516 miliardi delle vecchie lire andati in fumo (la differenza tra gli 893 pagati per l’acquisto ed i 377 incassati poi dalla vendita) che, con le perdite cosiddette “connesse e derivate”, diventeranno 886 miliardi, un “flop” senza precedenti nella storia della seconda Repubblica. 
 
          “Fu un errore gravissimo, non ammetterlo, assolutamente imperdonabile”, ha scritto l’ex ambasciatore Sergio Romano sul settimanale  “Panorama”. “Per il premier Prodi, sarebbe stato molto più serio, una ammissione certamente più credibile per cercare di uscirne in qualche modo e togliersi dai guai, se avesse detto che i dirigenti della Stet gliene avevano parlato e lui, fidandosi dei vecchi amici, aveva risposto loro di fare quello che ritenevano giusto fosse fatto nell’interesse dalla società e degli azionisti. Poteva sperare, insomma, di far passare una operazione così disastrosa per un incidente di percorso, frutto di una sua leggerezza. Ed invece… Non so se sia stata leggerezza, superficialità, la sua, o altro: certo, fu un errore gravissimo non ammettere subito di avere sbagliato”.
 
          Molto più duro, nei suoi giudizi, Federico Cancelli su “Il Giornale” di Milano: “Non è dignitoso, per un presidente del Consiglio, presentarsi agli italiani e dire che non sapeva nulla del graziosissimo regalo fatto dall’Italia al dittatore jugoslavo Milosevic con il denaro dei cittadini. Nessuno di noi crede che i politici interessati all’affare abbiano personalmente incassato tangenti (saranno comunque i giudici di Torino, ai quali l’inchiesta è stata affidata, a stabilirlo); ma nessuno può esimersi dal sospettare  che qualche ‘mazzetta’, e non di poco conto, sia volata, se è vero (come è vero, purtroppo) che il prezzo inizialmente fissato per l’operazione è cresciuto a dismisura man mano che si andava avanti nelle trattative ed è stato infine accettato da tutti con grande soddisfazione, acquirenti e venditori. I costi, si sa,  salgono vertiginosamente quando c’è da pagare tangenti… E che a beneficiarne possano essere stati i partiti interessati alla operazione, nessuno può escluderlo”. 
 
           Significativo ed illuminante (anche per la ipotesi-tangenti adombrata da più parti ma della quale, con esemplare saggezza e senso di  responsabilità, il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta ha ritenuto di non doversi occupare, essendo la valutazione  di esclusiva competenza della magistratura) quello che ha scritto Piero Ostellino sul “Corriere della Sera” del 6 settembre 2003.
 
         “La stragrande maggioranza degli italiani”, leggiamo in un editoriale dal titolo “Responsabilità politica e mani sporche”, “pensa che di una ‘questione morale’ individuale si tratti; e cioè che, nella circostanza, non fossero in gioco l’interesse generale, collettivo, le ragioni dello Stato, bensì solo squallidi interessi personali. In definitiva, che siano corse le tradizionali tangenti. Ora, se si paragona l’attuale comportamento degli uomini che erano al governo all’epoca dell’affare Telekom Serbia con quello tenuto da Bettino Craxi in Parlamento dopo lo scoppio di Tangentopoli, è impossibile non rilevare la differenza di statura politica tra gli uni e l’altro. Qui, i silenzi imbarazzati di chi non sa politicamente come uscirne; là, l’orgogliosa chiamata di correità nello scandalo del finanziamento illegale dei partiti, con l’assunzione di una responsabilità politica che si estendeva all’intero quadro politico. Craxi fu ugualmente sconfitto. Ma non per aver preso le tangenti, bensì dalla incapacità dei suoi simili di assumersene anch’essi la responsabilità politica. E’ quello che rischiano oggi gli uomini dell’0affare Telekom Serbia. Anche se, paradossalmente, le tangenti non le hanno prese”. 
 
            Erano in molti, allora, a parlare di tangenti. Sospetti, soltanto sospetti, che otto anni dopo la firma di quel “maledetto affare” (ed in attesa del responso della magistratura) nessuno ha potuto fugare.  Cosa hanno fatto gli “illuminati” leader delle sinistre-Ulivo per cercare, quanto meno, di farli diradare? Nulla, proprio nulla. Anzi, con i loro ambigui e sconcertanti silenzi, e il dissennato, arrogante e sfrontato rifiuto di assumersi pubblicamente (come dice Ostellino) le loro responsabilità politiche, anche di fronte alla assoluta evidenza dei fatti, hanno contribuito non poco a farli solidificare nella opinione pubblica. Lo sprezzante “no” con cui Prodi, Fassino e Dini hanno poi mortificato le istituzioni, rifiutandosi di deporre (come era loro preciso dovere) davanti ad una Commissione parlamentare d’inchiesta nominata dai presidenti della Camera e del Senato,  ha certamente aggravato la loro posizione: è la prima volta, nella storia della Repubblica italiana, che uomini di governo si rifiutano di lasciarsi interrogare, serenamente e democraticamente, su quello che hanno fatto (o non hanno fatto, in questo caso, per bloccare una operazione così disastrosa per lo Stato e la collettività) nell’esercizio delle loro funzioni.
 
           “Errare humanum est, perseverare diabolicum”, dicevano i latini. Prodi, Fassino e compagni, dopo aver certamente sbagliato, in maniera grossolana, indecente e (scrive Trantino) “offensiva nei confronti del popolo italiano, non soltanto del Parlamento”, continuano a perseverare nell’errore, con diabolica protervia. E rischiano grosso, come e più di Bettino Craxi, anche nella ipotesi che le tangenti non le abbiano incassate, né per sé né per i loro partiti.  
        
(4. puntata – continua)
Gaetano Saglimbeni
 
sito web:
www.gaetanosaglimbenitaormina.it 
               

Pubblicato il 26/7/2005 alle 23.7 nella rubrica Commissione Telekom-Serbia..

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