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La sconcertante compra-vendita di Telekom Serbia ( 2. puntata )




La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia
che le sinistre-Ulivo vorrebbero far dimenticare  ( 2. puntata )
 
Quando a Belgrado c’era l’orco Milosevic
e l’Italia era governata da “sprovvedute
Biancaneve” che gli davano i nostri soldi

“I regali che i nostri governanti  fecero al dittatore jugoslavo
  Milosevic”, ha scritto nella  sua relazione conclusiva il
   presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Enzo
 Trantino, “gli sono serviti per acquistare i proiettili che 
avrebbe poi fatto sparare contro i nostri soldati nel Kosovo”.


 
di Gaetano Saglimbeni
 
 
          E’ una sporca storia di ordinaria disamministrazione del denaro pubblico quella che vien fuori dalle 628 pagine della relazione del presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’affare Telekom Serbia, anche se quella che i protagonisti hanno tentato di accreditare è molto simile (questa è la mia impressione, ma non soltanto la mia) ad una delle fantasiose storielle strappa-lacrime che ci facevano tanto commuovere da bambini.

         Pensate, amici lettori, alla immagine di un orco brutto e cattivo che stava a Belgrado ed a tante “sprovvedute piccole Biancaneve italiane” (così Gianpaolo Pansa, vicedirettore de “L’Espresso”, definiva i nostri leader delle sinistre-Ulivo al governo) che cadevano una dopo l’altra nelle sue ferocissime grinfie senza accorgersi di nulla. Cosa andavano a fare in Jugoslavia le piccole Biancaneve italiane? Semplice la risposta: avendo scambiato quell’uomo (un tipo losco e chiaramente inaffidabile) per un gentleman-benefattore dell’umanità e, sapendolo in difficoltà economiche, erano andate, poverine, a portargli qualche lira, dopo aver rotto i loro salvadanai in terracotta con tutti i loro risparmi… Un racconto di esaltante bonomia, così pieno di affetto, amicizia e buoni sentimenti (frustrati poi dall’orco brutto e crudele, purtroppo), che il sindaco “buonista” ex comunista di Roma Walter Veltroni aveva addirittura pensato di farne uno dei suoi libri strappa-cuore.

         Ed invece, cosa ha scritto nella sua voluminosissima relazione l’avv. Enzo Trantino, deputato catanese di Alleanza nazionale e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’affare Telekom Serbia? Ha descritto per filo e per segno, sulla base di documenti inoppugnabili e degli interrogatori che è stato in grado di fare (visto che i cinque personaggi più importanti, tutti delle sinistre-Ulivo, non sono comparsi in aula), la sconcertante realtà di una rovinosa compra-vendita da pura follia economica che ha scandalizzato (non poteva non scandalizzare) gli ambienti politici e finanziari italiani, europei e di mezzo mondo. 
 
          La Stet-Telecom Italia, società di proprietà dello Stato per il 61 per cento, acquista nel 1977 (lo abbiamo ricordato nella prima puntata di questa inchiesta) il 29 per cento delle azioni della dissestatissima televisione statale di Belgrado per 893 miliardi delle vecchie lire e rivende poi quelle stesse azioni alla stessa Telekom Serbia per 377 miliardi, con una perdita secca di 516 miliardi. E nessuno al governo (cosa davvero assurda, paradossale con qualche scivolata sul grottesco) che dicesse di saperne qualcosa: né il presidente del Consiglio (Romano Prodi) con il suo sottosegretario alla Presidenza (Enrico Micheli), né il ministro degli Esteri (Lamberto Dini) con il suo  sottosegretario agli Esteri (Piero Fassino), né il ministro del Tesoro (Carlo Azeglio Ciampi), nessuno dei quali, insistendo nel dire di non saperne nulla, ha ritenuto di doversi presentare in aula per deporre dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta. Ma se non si occupavano di queste cose, si sono chiesti autorevoli giornalisti anche di sinistra, di che cosa si occupavano, Prodi e compagni?
 
            L’orco di Belgrado, chiaramente, era Slobodan Milosevic,  “dittatore sanguinario” ormai boccheggiante, al quale il regalo di quella montagna di soldi da parte delle “sprovvedute Biancaneve italiane”, arrivato al momento giusto e forse ormai insperato dallo stesso dittatore come una preziosissima “bombola d’ossigeno”, servì, scrive Enzo Trantino nella sua relazione, “per consentirgli di restare ancora al potere, di continuare la sua dissennata pulizia etnica, di iniziare la sua folle guerra nei Balcani contro tutti; e, grazie alla incredibile generosità del governo italiano, di acquistare i proiettili che avrebbe poi fatto sparare contro i nostri soldati nel Kosovo”.
 
           Il risultato della balorda dabbenaggine (chiamiamola così) degli “sprovveduti” governanti italiani che nulla avevano visto, nulla avevano sentito e nulla sapevano? Si allungarono i tempi della tragica sofferenza di un popolo, ormai nelle mani di un dittatore feroce, terribilmente pericoloso e disposto a tutto per tentare di sopravvivere; decine di migliaia di vite umane, che si sarebbero potute salvare (sia tra i militari che tra i civili), finirono nelle fosse comuni; la capitale Belgrado, con i palazzi del potere ed importanti infrastrutture, semidistrutta da tonnellate e tonnellate di bombe che gli alleati europei (Italia compresa) furono costretti a sganciare per ridurre alla resa il responsabile di quel disastro.
 
          “Sì, è vero”, ha confermato al quotidiano “La Repubblica” il vice primo ministro jugoslavo Zarco Korac, “il denaro dell’affare Telekom Serbia servì per sostenere il regime di Milosevic, allora in gravissime difficoltà economiche oltre che politiche, ed anche per finanziare le operazioni militari in Kosovo. Quell’affare fu non soltanto un gravissimo errore, ma anche una incredibile dimostrazione di cinismo politico da parte delle sinistre al governo in Italia”.
 
          “Ed i nostri illustri governanti, i quali stranamente non vedevano, non sentivano e non sapevano”, scrive il presidente Trantino, “debbono rispondere delle loro imperdonabili negligenze e imprudenze non soltanto agli italiani, per gli 893 miliardi di lire regalati al feroce e sanguinario dittatore Milosevic quando era ormai prossimo alla fine, che gli hanno consentito di sopravvivere e commettere altri crimini contro l’umanità. Debbono risponderne anche davanti ai serbi, ai kosovari ed all’intero popolo della ex Jugoslavia, per le mostruose conseguenze che quel regalo di denaro italiano ha avuto sulla vita e sul destino di quelle genti. Nessuno potrà mai cancellare dai nostri occhi le orribili immagini della montagna di cadaveri ammassati a Kostunica…”.
 
          Nessuno sapeva nulla, degli “illuminati” governanti delle sinistre-Ulivo? “Sapevano tutti e nessuno è intervenuto per bloccarla”, ha dichiarato con molta serenità alla Commissione parlamentare d’inchiesta Tomaso Tommasi di Vignano, allora amministratore delegato della Stet-Telecom Italia. E Francesco Chirichigno, altro amministratore delegato della società: “Una operazione dissennata e sconvolgente, per l’acquisto di un impianto televisivo carente sotto ogni punto di vista e assolutamente impresentabile, pagato oltre il doppio del suo valore, con un danno che per la pubblica amministrazione non è stato soltanto di 516 miliardi (la differenza tra gli 893 miliardi versati per l’acquisto ed i 377 incassati dalla rivendita alla stessa Telekom Serbia), ma, considerando anche le perdite connesse e derivate, di ben 886 miliardi delle vecchie lire”.
 
          “Affare non reddituale e possibile fonte di tangenti”, l’ha definito Ernesto Pascale, altro amministratore delegato della società, notando la presenza di “strani e inusitati intermediari mai voluti e pagati dalla Stet-Telecom Italia in altre occasioni”. La trattativa, per il modo in cui  era stata predisposta, era per l’amministratore delegato Pascale assolutamente inaccettabile. “Si trattava di persone”, ha spiegato, ”che volevano battere sentieri particolari, che passavano attraverso commissioni non per un lavoro svolto ma di natura diversa:  chiamiamole tangenti”.
 
          “Le premesse del fallimento c’erano tutte”, il parere di Giovanni Garau, vice direttore generale di Telekom Serbia, il quale (chiaramente) conosceva benissimo l’impianto che la Stet-Telecom italiana, o chi per essa, aveva deciso di acquistare per il 29 per cento. “La nostra società (non era un mistero per nessuno) era piena di debiti: in cassa non c’era nulla, proprio nulla. Aveva in carico 13.500  dipendenti (non licenziabili), era oberata di impegni per la gestione di centrali che erano autentiche cattedrali nel deserto, perché servivano zone dove mancavano del tutto i clienti, e disponeva di una rete che era da rottamare per almeno il 20 per cento”.
 
            Insomma, una operazione di quelle che gli economisti seri definiscono “ad altissimo rischio”: e non soltanto per le disastrose condizioni finanziarie della società. Le preoccupazioni erano anche, se non soprattutto, per la situazione politico-economica del Paese. “In Serbia”, ha dichiarato Mario Agliata, segretario del Consiglio di amministrazione della Stet International, “vi erano quelli che per gli investitori internazionali sono i parametri peggiori che si possano riscontrare in una azienda da acquistare e tengono lontano, lontanissimo, chiunque abbia un minimo di buon senso: guerra civile, pulizia etnica, crollo del prodotto interno lordo, inflazione non a due ma a tre cifre, consumi ridottissimi, nessuna prospettiva di sviluppo. Come non preoccuparsi, seriamente, di una situazione del genere? Tra noi dirigenti della Stet International si cominciò ad affermare l’idea che quella operazione fosse stata non dico imposta, ma sicuramente non fosse nata all’interno della Stet International. Era davvero difficile, se non impossibile, sostenere che un investimento in infrastrutture di telefonia fissa fosse in quel momento una operazione congrua. Io, i miei soldi, non li avrei mai impegnati, in una operazione del genere e in un Paese in quello stato”.   
 
          Ha pure ricordato, il segretario generale della Stet International,  nella sua articolata e ben circostanziata deposizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta, che nel dicembre 1996, con due decreti del presidente del Consiglio prof. Prodi, il gruppo Stet, che era posseduto dall’Iri per il 61 per cento, fu trasferito al ministero del Tesoro, il quale aveva pagato all’Iri (di cui il professore era stato presidente negli anni della cosiddetta prima Repubblica)14.800 miliardi di lire, più 14 mila miliardi per trasferimento di indebitamento, più altri conguagli, per un totale di 39 mila miliardi. “E proprio in considerazione di questi precedenti”, ha concluso il segretario generale di Stet International, ”mi rifiuto di credere che la presidenza del Consiglio ed un ministero come quello del Tesoro non sapessero cosa si stesse cucinando, per una Stet-Telecom Italia proprietà dello Stato per il 61 per cento, nel calderone della cucina serba”.
 
          Quello che si stava cucinando, amici lettori, ha davvero dell’incredibile. Lo ha ricordato lo stesso Chirichigno amministratore delegato della Stet-Telecom Italia. “Telekom Serbia aveva deciso di vendere non il 29 ma il 49 per cento della società”, le sue testuali parole, “ed aveva valutato questa quota 800 miliardi di lire. Il 29 di quel 49 per cento doveva andare all’Italia ed il 20 alla Grecia, altro Paese caduto nelle grinfie dell’orco Milosevic. Come è finita, poi? E’ finita che l’Italia, il suo 29 per cento, lo ha pagato 893 miliardi, e cioè 93 miliardi più di quello che era in un primo momento il prezzo stabilito per il 49 per cento”.
 
           Si facevano così gli affari in Italia, con gli “illuminati” governi delle sinistre-Ulivo, prima dell’era Berlusconi: si comprava al massimo (con il denaro pubblico, ovviamente) e si vendeva al minimo. Quel 29 per cento, infatti, sarà poi rivenduto alla stessa Telekom Serbia per 377 miliardi. Con una perdita secca, per una azienda proprietà dello Stato per il 61 per cento, di 516 miliardi. Alla faccia degli italiani.
 
 
(2. puntata – continua)         


Gaetano Saglimbeni
 
sito web:
www.gaetanosaglimbenitaormina.it            

Pubblicato il 17/7/2005 alle 0.18 nella rubrica Commissione Telekom-Serbia..

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