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No, signori giornalisti della Tv: non potete dare il microfono a un onorevole assassino

             

Condannato a 25 anni per l’assassinio di un poliziotto, l’ex terrorista
di Prima linea Sergio D’Elia è oggi deputato al Parlamento e presidente
della associazione “Nessuno tocchi Caino” (che si preoccupa soltanto
della tutela degli assassini non dei tanti Abele che ne sono vittime)

 No, signori giornalisti della Tv: non potete
dare il microfono a un onorevole assassino
per farlo parlare contro la pena di morte,
senza ricordare che lui ha ammazzato un
poliziotto che lavorva al servizio dello Stato

di Gaetano Saglimbeni

              
        
Sergio D'Elia, ex terrorista di Prima Linea, condannato a 25 anni per l'assassinio
             di un poliziotto, oggi deputato della Rosa nel pugno e segretario della presidenza
             alla Camera. "Nessuno tocchi Caino", il logo della associazione da lui fondata. "E 
             gli Abele, i morti ammazzati dai Caino", dicono i  familiari delle vittime, "chi li ha 
              mai difeso e li difende? Nessuno, purtroppo, si è mai preoccupato di loro". 


        “Una manifestazione importante, quella che si è svolta a Roma, alla quale abbiamo tutti aderito”, ha osservato la vedova del poliziotto assassinato negli anni 70 durante un assalto al carcere di Firenze capitanato dall’allora leader di Prima linea Sergio D’Elia. Ma vorremmo che qualcuno si occupasse anche dei tanti morti ammazzati dai Caino, degli  Abele che hanno perduto la vita senza avere alcuna colpa e dei loro familiari, i quali  non hanno mai avuto difensori e continuano purtroppo a non averne”.

           “E’ auspicabile ed apprezzabile, certo, che i terroristi si redimano, che si occupino di azioni umanitaria”, dice Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia, “ma dovrebbero avere il buon senso, anche se arrivati in Parlamento, di lavorare nell’ombra, senza esibizionismi, lasciando che siano altri, certamente più titolati e credibili e non esposti alle indignate e più che legittime reazioni dei familiari dei tanti Abele, a parlare di abolizione della pena di morte”.

           Parole sagge, da condividere pienamente. Non vi nascondo, amici lettori, che ho provato anch’io una certa indignazione, da cittadino italiano e da giornalista, a sentir parlare in tv contro la pena di morte un onorevole assassino che la morte l’ha data, senza alcuna ragione, ad un poliziotto che faceva il suo dovere lavorando in carcere al servizio dello Stato e in difesa delle istituzioni.

          Sì, lo consiglio anch’io, non posso non consigliarlo anch’io all’on. Sergio D’Elia di lavorare nell’ombra, se vuole davvero occuparsi di questioni umanitarie. E suggerire ai miei colleghi della televisione, se proprio lui insiste nel voler parlare, di togliergli il microfono. O quanto meno di ricordare a chi ascolta che chi sta parlando con l’aria dell’agnellino è un assassino, il quale ha ucciso un poliziotto nell’assalto ad un carcere (un povero lavoratore che si guadagnava da vivere servendo lo Stato) ed è stato condannato a  25 anni di reclusione (dei quali soltanto 12 scontati in carcere), prima di essere eletto deputato al Parlamento.

          Il lavoro del giornalista impone delle regole: quella della completezza della informazione, certamente; ma, soprattutto, quella della onestà nei confronti dei lettori o ascoltatori.

                                                              Gaetano Saglimbeni

www.gaetanosaglimbenitaormina.it
e-mail: gaetano.saglimbeni@alice.it



Giampaolo Pansa sull’ex terrorista di Prima Linea che è stato eletto
deputato al Parlamento ed è oggi uno dei cinque segretari di Bertinotti,
leader di Rifondazione comunista, alla presidenza della Camera


“Per favore, on. Sergio D’Elia,
non sia così arrogante
(o finto ingenuo)
 da pensare di
poterci prendere tutti per
allocchi o fessi”
 

     
            Adesso c’è la storia di un ex-terrorista di Prima Linea, Sergio D’Elia, eletto deputato nelle liste della Rosa nel pugno e per sovrappiù inserito nel team dei segretari alla presidenza della Camera. Non l'ho mai incontrato. Di lui so appena quello che ne hanno scritto i giornali. Leggo che si è fatto anni di galera, anche se meno di quel che stabilivano le sentenze. Che si è redento. Che oggi è una persona del tutto diversa da quando era fra i capi di quella banda selvaggia, capace di macellerie messicane persino più delle Brigate rosse.
 
    
           
Non mi frega nulla, di questo D'Elia. Però mi ha colpito un brano della lettera che il neo onorevole ha mandato a tutti i parlamentari. Parla del se stesso di allora. E dice: "La mia identità politica e la mia lotta degli anni Settanta possono forse essere approssimate alle idee 'libertarie' (il che vuol dire: non violente) di un anarchico dell'Ottocento". 

         Per favore, onorevole, sia contento di come le va oggi. Ma non sia così arrogante (o finto ingenuo) da pensare di poterci prendere tutti per allocchi o fessi.

                                                                                         Giampaolo Pansa

(dal settimanale “l’Espresso”)

 



L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo.
 

 

Pubblicato il 9/4/2007 alle 10.37 nella rubrica Gaetano Saglimbeni.

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