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Oil for food


" Oil for food "



 


Oil for food: Annan nei guai e con lui don Chirac, alias "mano di pece" e Putin, zar di tutte le Russie


Da libero-di GLAUCO MAGGI -NEW YORK - Kofi Annan nella bufera. Pressato da tutte le parti ha finalmente promesso che manderà, "appena l'ipotesi sarà praticabile", il suo inviato Lakhdar Brahimi a Bagdad per studiare l'iter elettorale e il passaggio del potere dalla coalizione agli irakeni entro giugno. Ma nel suo Palazzo di Vetro, nelle prossime settimane, rischia di essere travolto dai risultati della commissione di inchiesta che, obtorto collo, ha dovuto alla fine insediare per far luce sullo scandalo delle mazzette che hanno oliato il Programma umanitario "Oil for Food". In aprile, inoltre, ci sarà l'attesa audizione della Commissione parlamentare per la Relazioni Internazionali del Congresso di Washington, sulla mancanza di trasparenza che ha contrassegnato la gestione di Annan. Già nel 2001 il Times di Londra li aveva definiti una "totale anarchia" e "flagrantemente irrispettosi delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza".


 


E ora molte inchieste giornalistiche hanno rincarato la dose, grazie alle carte uscite dagli archivi di Saddam e ai nomi resi noti, dai membri del Governo Provvisorio, di chi ha intrattenuto i rapporti "coperti" con il regime. Il direttore stesso del programma, Benon Sevan, braccio destro di Annan, è tra coloro che hanno avuto un tornaconto diretto grazie ad una fornitura di greg- gio. Lui ha smentito, ma intanto è in ferie in attesa di andare in pensione fra un mese. Anche il figlio di Annan, Kojo, è stato tirato in ballo dall'inchiesta di Therese Raphael del Wall Street Journal: per anni ha lavorato per la società svizzera Cotecna, che aveva il delicatissimo compito di ispezionare i beni destinati all'Iraq. Se fosse "solo" petroliopoli, sarebbe uno dei tanti scandali per corruzione economica.


 


Ma l'intreccio delle mazzette di Saddam e dei rapporti privilegiati con società di stato e governanti di Paesi esteri, alcuni membri del Consiglio di Sicurezza come la Francia e la Russia, gettano una luce cupa sulla Segreteria Generale dell'Onu e spiegano l'ostilità all'intervento Usa a Bagdad, ridicolizzando una volta per tutte la tesi della guerra per il petrolio di Bush. La realtà era di una "pace" per il business sporco sul petrolio, ma di Chirac e Putin. Ciò che rischia di finire a pezzi è la credibilità politica dell'Onu, proprio adesso che il ruolo di un ente sovrannazionale serio è l'auspicio di tutti, Iraq per pr imo. Cento miliardi di dollari sono stati il bilancio finale dell'iniziativa con la quale la comunità internazionale ha cercato di alleviare le sofferenze della popolazione irakena durante l'embargo economico votato dal Consiglio di Sicurezza contro il regime di Saddam.


 


Dieci miliardi, cioè la classica cresta del 10% per ogni transazione corrotta che si rispetti, si è scoperto ora che sono finiti nelle tasche dello stesso dittatore: lo ha riferito al Congresso Usa l'Ufficio del Bilancio, che ha arricchito una precedente stima di 5,7 miliardi di mazzette ottenute dal regime dagli acquirenti di petrolio irakeno, con 4,4 miliardi intascati dai fornitori internazionali di cibarie e medicine. Tra chi ha intrattenuto rapporti commerciali con Saddam tra il 1997 e il 2002 una buona parte se li è conquistati, insomma, o pagandogli il petrolio a un prezzo segretamente maggiorato, o vendendogli farina, latte o sciroppi con uno "sconto" che finiva sui conti esteri del rais o della cerchia di familiari e accoliti. Il viceministro del Tesoro Usa Juan Zarate ha spiegato che Hussein caricava dal 10% al 35% per ogni barile venduto, e che per ogni vendita di 100 dollari di beni umanitari il fornitore denunciava all'Onu un esborso di 110. La maggior parte dei profitti illeciti venivano incassati dalle ambasciate irakene, che provvedevano a disseminarli in depositi bancari. In alcuni casi, secondo Zarate, "i soldi venivano reinvestiti in acquisti di armi o altri beni sotto embargo". La caccia ai conti segreti ha portato finora alla individuazione e al congelamento di 2 miliardi di dollari, di cui 750mila sono stati già trasferiti sul Fondo per l'Iraq.


 


Da libero di sabato 20 marzo 2004


Pubblicato il 21/3/2004 alle 11.31 nella rubrica "Contropensiero".

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