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Il "gruppo folkloristico" dei suonatori dell'estrema sinistra che fa tremare il governo del neo compagno prof. Prodi

   

Il "gruppo folkloristico" dei suonatori dell'estrema sinistra
che fa tremare il governo del neo compagno prof. Prodi
Diliberto: "Irricevibili le proposte
del governo sulla Finanziaria: non
rientrano affatto nel programma"
Durissima la risposta del segretario dei
Comunisti italiani: "Noi siamo pronti
a rispettare e rispetteremo soltanto quello
 che abbiamo firmato in campagna
elettorale nel famoso libro delle 284 pagine".
E' un po' la risposta al professore
che, per far credere all'Europa che era lui e
soltanto lui a decidere in Italia, aveva
 definito i partiti di Rifondazione comunista
e dei Comunisti italiani nient'altro
che "folklore". "Siamo stati noi a far vincere
Prodi il 9 e 10 aprile",  puntualizzano a
muso duro Bertinotti, Diliberto, Rizzo e Giordano,
"e siamo noi, con i nostri voti,
che lo teniamo su quella poltrona. Non dovrebbe
 dimenticarlo, il professore".

di Gaetano Saglimbeni
         
             Il segretario del Partito dei comunisti italiani, Oliviero Diliberto, si rifiuta persino di discutere le proposte sulla elevazione della età pensionabile che il governo del neo compagno vorrebbe inserire nella Finanziaria. "Noi siamo pronti a rispettare e rispetteremo soltanto quello che abbiamo firmato in campagna elettorale nel famoso libro delle 284 pagine, e le nuove norme che si vorrebbero introdurre sulle pensioni non sono affatto nel programma sottoscritto".
           Proposte "irricevibili", dunque, sia dal Diliberto dei Comunisti italiani che dal suo collega Franco Giordano, che alla segreteria di Rifondazione comunista ha sostituito il Bertinotti eletto presidente della Camera, ed è già guerra tra il premier ed i partiti della estrema sinistra. Una risposta, dicono autorevoli osservatori politici, al professore che, per far credere all'Europa che era lui e soltanto lui a decidere in Italia, aveva definito i partiti di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani nient'altro che "folklore".
           "Siamo stati noi a far vincere Prodi il 9 e 10 aprile", puntualizzano a muso duro Bertinotti e Giordano, Diliberto e il suo vice Rizzo, "e siamo noi, con i nostri voti, che lo teniamo su quella poltrona". Una risposta che (non ci vuol molto a capirlo)  sa di "avvertimento": nessuno ha dimenticato, e non l'ha dimenticato soprattutto Prodi,  che fu Bertinotti nell'ottobre del 1998 a licenziare in tronco il professore da presidente del Consiglio. Ed il pericolo che quell'increscioso episodio possa ripetersi, quindi, non può certo essere sottovalutato dal presidente del Consiglio.

 
          Comprensibile, la preoccupazione degli uomini di governo: se salta Prodi, è chiaro, si  dovrà ritornare subito alle urne, non essendo possibile prendere ancora una volta per i fondelli gli italiani con la sostituzione del professore con un D'Alema (come otto anni fa) o con altri. Ed i sondaggi, a cinque mesi dalle elezioni di aprile che hanno dato la vittoria alle sinistre (con 220 mila voti in meno al Senato rispetto al centrodestra ed appena 24 mila contestatissimi voti in più alla Camera che hanno consentito loro di ottenere 63 deputati in più con il premio di maggioranza), sono questa volta decisamente in favore di Berlusconi e della Casa delle libertà. Per Prodi e compagni, insomma, c'è il pericolo di una clamorosa bocciatura da parte degli elettori. 
           Sono molti a pensare (anche all'interno della Unione delle sinistre) che a tenere sui carboni accesi la maggioranza di governo non siano state e non siano soltanto le diverse valutazioni del premier sulla funzione "folkloristica" dei partiti dell'estrema sinistra o la mancata accettazione da parte loro delle proposte del governo sulla Finanziaria. "I nodi da sciogliere nella coalizione sono tanti e non possono non venire al pettine", dicono i leader della Casa delle libertà. Nel libro-programma delle famosissime 284 pagine c’è tutto ed il contrario di tutto e, ricordano anche i politologi con il cuore che batte a sinistra, è pressoché impossibile mettere tutti d’accordo sulla esatta interpretazione di quel che si voleva allora e si vuole o si può adesso realizzare”. Basta rilevare che non una sola delle misure da adottare per la ripresa economica proposte in questi giorni dal ministro Tommaso Padoa Schioppa (un tecnico che dovrebbe rappresentare “la serietà al governo” voluta da Prodi) ha incontrato il favore dei partiti della estrema sinistra, dei verdi, dei no-global, dei disubbidienti, dei centri sociali. E sono questi partiti, partitini, gruppi e gruppuscoli, come hanno tenuto a ricordare Bertinotti e Giordano, Diliberto e Rizzo, a tenere in piedi il governo. 
            Tra i partiti dell'estrema sinistra (piuttosto diffidenti anche nei confronti dei Ds di Fassino e D'Alema che ritengono un po' troppo in sintonia con Prodi), c'è chi ha lanciato una sorta di referendum tra gli iscritti, sulla ipotesi che a lasciare per primo il governo sia il ministro per l’Economia Padoa Schioppa, il premier Romano Prodi o tutti e due insieme: per loro decisione o per il “diktat” di qualcuno degli alleati. Di certo possiamo dire che a decidere i temi ed i numeri della Finanziaria saranno i partiti definiti "folkloristici" dall'incauto Prodi, non i moderati Rutelli e Mastella e nemmeno il post comunista Fassino. 

           La realtà è questa, piaccia o non piaccia a Prodi ed ai suoi amici. La conoscono bene gli italiani seri, quelli che non hanno mai amato e non amano portare i prosciutti davanti agli occhi; e adesso hanno dimostrato di conoscerla benissimo anche molti dei politici, giornalisti, padroni di giornali e industriali d'alto bordo che, in campagna elettorale, avevano un po’ troppo frettolosamente e irresponsabilmente sponsorizzato la pittoresca, rissosa e tumultuosa "armata Brancaleone" messa su da Prodi e compagni per la dissennata e grottesca crociata anti-berlusconiana. 
        
          In appena cinque mesi, questi signori hanno potuto rendersi conto del grosso errore compiuto e dei gravissimi pericoli che hanno rischiato e rischiano di far correre (purtroppo) alla democrazia italiana, non soltanto alla sua economia, che i partiti dell'estrema sinistra, i no-global, i centri sociali ed una parte piuttosto consistente dei cosiddetti ex o post comunisti vorrebbero "pianificare" in Italia secondo i valori, i canoni e le follie dell'egualitarismo proletario che portò al disastro (economico, prima che ideologico e politico) il comunismo sovietico. Adesso anche il Montezemolo presidente della Fiat e della Confindustria tuona contro i "pianificatori" dell'estrema sinistra; e gli industriali fischiano nei convegni, sfidando anche le prevedibili rappresaglie sindacali, il segretario della super-politicizzata Cgil, Guglielmo Epifani. Tra le tante brutte notizia di questi giorni. mi pare che questa sia una delle poche buone. Non siete d'accordo, amici lettori?
 
                                                                    Gaetano Saglimbeni
 www.gaetanosaglimbenitaormina.it

Pubblicato il 8/9/2006 alle 8.55 nella rubrica Gaetano Saglimbeni.

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