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24 gennaio 2011

La vera storia delle toghe rosse

 



Le toghe ’rosse’
 
di  Alexandros Gardossi

Il problema della magistratura politicizzata è ormai il problema più serio
della giustizia in Italia. I sindacati che li raggruppano, Magistratura Democratica
e Movimento per la giustizia raggiungono ormai il 40% della rappresentatività
della magistratura.
Ma vediamo cosa ne dice un loro storico rappresentante, protagonista di
’tangentopoli, e a sua volta vittima in occasione delle vicende legate al caso
Squillante.
Nel 2001 Francesco Misani ha scritto insieme a Carlo Bonini il libro ’[52] La
toga rossa . Storia di un giudice’. Il giudice di cui si parla è lo stesso Misani
che, nel libro, si vanta apertamente di essere stato un giudice ideologicamente
motivato e di aver partecipato all’abbattimento del “sistema”, ma allo
stesso tempo illustra con decine di episodi e con una ricostruzione attendibile
come la magistratura italiana in questi anni sia largamente uscita dai
binari costituzionali per diventare una cosa del tutto diversa dall’“ordine
indipendente ma non sovrano”.
All’indomani dell’emergenza terrorismo che aveva catapultato sul palcoscenico
della cronaca e dell’attualità politica i giudici, scrive Bonini che «Autonomia
ed indipendenza, agli occhi dell’opinione pubblica, si trasformano
in altrettanti attributi che non individuano tanto le garanzie di uno dei poteri
dello Stato rispetto agli altri, quanto la sua inevitabile prevalenza (corsivo
nostro - nda). É un processo evolutivo che si andrà sviluppando negli anni
Ottanta, con la lotta alla mafia, e coronerà negli anni Novanta con il pool e
la stagione di Tangentopoli».
L’egemonia odierna del giudiziario, cui il solo Berlusconi oggi oppone resistenza,
è insomma un prodotto storico della fragilità delle istituzioni democratiche
italiane, che di fronte alle grandi emergenze del Dopoguerra hanno
mostrato la corda e innescato la supplenza della principale istituzione non
democratica del sistema.
Il PCI, spiega Misiani, ha favorito per ragioni di bottega questa evoluzione:
«Il nostro potere di supplenza rispetto all’esecutivo andava crescendo,
grazie anche all’appoggio della sinistra e del PCI in primo luogo, che su noi
magistrati, o, almeno, su una parte di noi, aveva deciso di investire risorse
e attenzione». Ma il PCI si è ritrovato di fatto come l’apprendista stregone:
non lui, ma i magistrati “protetti”, hanno beneficiato della rivoluzione.
Spiega Misiani che dentro a Md «Tangentopoli mise d’accordo tutti, anche
chi come me faticava a risolvere la cosiddetta contraddizione del garantista.
Di fatto, Md colse in Mani Pulite l’occasione che si offriva all’intera magistratura
di legittimarsi due volte. Innanzitutto, di fronte ad un’opinione pubblica che nel corso
 degli anni Ottanta aveva lanciato più di un segnale
di sfiducia. . . Inoltre, di legittimarsi come nuovo e unico potere superstite
del terremoto cominciato nel ’92».
Più chiaro di così. . .
La fenomenologia della “toga rossa” è imperniata su tre elementi:
1. un pregiudizio relativo alle leggi dello Stato, considerate non l’espressione
della volontà popolare attraverso i suoi rappresentanti politici
(Parlamento e Governo), ma uno strumento dell’egemonia borghese
nella società, e quindi funzionali agli interessi della borghesia;
2. la contestazione pubblica del sistema, delle sue leggi e delle stesse
procedure giudiziarie;
3. l’uso della funzione giudiziaria per promuovere gli interessi di classe
delle classi subalterne (ovvero della sinistra politica) piegando le leggi
vigenti e manipolando fin dove possibile le procedure giudiziarie.
Questi tre elementi si manifestano in maniera molto vistosa negli anni ruggenti
di Magistratura democratica (Md), che sono quelli fra la fine degli anni
Sessanta e la fine degli anni Settanta. Nella mozione del congresso di Roma
di Md del dicembre 1971 leggiamo: «Il nostro comune assunto teorico
è che l’attuale giustizia è una giustizia di classe. . . obiettivo politico di Md
è la realizzazione di un modello di teoria e prassi giudiziaria volto a privare
la giustizia delle sue caratteristiche di strumento di tutela degli interessi
delle classi dominanti per renderla funzionale alle esigenze di uguaglianza,
partecipazione ed emancipazione, sociale ed economica, delle classi lavoratrici».
In questa visione si ritrovavano sia la componente filo-PCI, maggioritaria
in Md, con esponenti del calibro di Giancarlo Caselli, Edmondo Bruti Liberati,
Elena Paciotti, ecc., sia l’ala “gruppettara” (simpatizzanti della sinistra
extraparlamentare) cui appartenevano personaggi come Francesco Misiani,
Francesco Greco (poi esponente di punta del pool di Milano), ecc.
La contestazione pubblica del sistema da parte delle “toghe rosse” era l’elemento
che più le differenziava dagli altri magistrati (che si limitavano ad
applicare le leggi) ed avveniva in molti modi.
I gruppettari prediligevano la partecipazione a convegni, riunioni e trasmissioni
radiofoniche di Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Radio Onda
Rossa, ecc. nelle corso dei quali pronunciavano dichiarazioni incendiarie a
favore dell’“abbattimento dello Stato borghese”, presidi delle aule dove si
svolgevano processi con giudici a loro sgraditi, esposti e richieste di misure
disciplinari contro colleghi e superiori (iniziative che si ritorcevano contro
chi le aveva promosse).
Ma la maggioranza di Md, organica al PCI, pur operando con diverso stile,
non è mai stata da meno, sia negli anni Settanta che Ottanta.
Nel 1970 Md come tale promosse la raccolta di firme (poi fallita) per un referendum
popolare per l’abolizione dei reati di opinione e sindacali, ed era
l’epoca dei picchettaggi violenti nelle fabbriche e della violenza verbale (ma
non solo) dell’ultrasinistra. PCI, Psiup e PSI aderirono all’iniziativa.
Nel 1984 Md si battè in prima fila contro il decreto legge che stabiliva il
blocco parziale del pagamento della “contingenza” nelle buste paga dei dipendenti,
definendolo «una grave violazione della legalità costituzionale»
e contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso decisa dal parlamento,
in risposta ai missili sovietici, bollata come «oggettivamente eversiva
dell’ordinamento costituzionale».
Sulle pagine di ’Democrazia e diritto’ e di ’Nuovasocietà’ Giancarlo Caselli
ha continuato per anni a testimoniare che per Md i magistrati non dovevano
certamente limitarsi ad applicare le leggi, ma dovevano partecipare alla
trasformazione politica del paese. «La magistratura - così rifletteva il 6 luglio
1979 - viene vista come compattamente schierata accanto ai “potenti”,
secondo una concezione certamente giustificata da vicende di ieri e di oggi,
ma che non tiene nel giusto conto... il delinearsi, all’interno della “corporazione”,
di nuove tendenze sul ruolo dei giudici nella società attuale. Mentre
è necessario che queste nuove tendenze siano da tutti ben conosciute se si
vuole realizzare intorno ad esse un “sostegno di massa” che le sviluppi ulteriormente.
Altrimenti potrebbero essere ricacciate indietro: con evidente
svantaggio per quelle forze politiche e sociali che anche dal mutato atteggiamento
di una parte almeno della magistratura possono ricevere un contributo
per la trasformazione in senso democratico del nostro paese».
Come si nota, Caselli auspicava il cortocircuito opinione pubblica-magistrati
politicizzati già tredici anni prima di Tangentopoli.
Queste posizioni hanno anche influenzato indagini e sentenze passate per
le mani delle “toghe rosse”, e questo evidentemente è il capitolo più inquietante.
Scrive Francesco Misiani: «Non posso negare che nelle mie decisioni
di allora, e parlo delle mie decisioni da giudice, non abbia influito, e molto,
la mia ideologia. Se proprio dovevamo condannare, condannavamo al
minimo e poi mettevamo fuori». «Noi sostenevamo che nello scrivere le nostre
sentenze si dovesse ritenere prevalente la Costituzione, fino al punto di
disapplicare le leggi ordinarie che fossero ritenute in contrasto». Ma non sono
stati soltanto i “poveracci” a beneficiare della parzialità di giudizio delle
“toghe rosse”.
Il caso più vistoso di potenti beneficiari della sensibilità politica dei magistrati
è certamente quello dello scandalo del Sisde del 1993. Di fronte al
diluvio di rivelazioni dannose per i vertici istituzionali del paese da parte
del prefetto Riccardo Malpica, ex direttore del Sisde, e dei suoi uomini arrestati
con accuse di peculato riguardo l’uso di fondi a loro disposizione, gli
allora procuratori di Roma Vittorio Mele e Michele Coiro (Md) agirono non
per far venire a galla tutta la verità, ma per insabbiarla.
Come si ricorderà, Malpica e gli altri giunsero ad accusare Oscar Scalfaro e
Nicola Mancino di averli spinti a mentire riguardo ai fondi extracontabilità
del Sisde affinché non emergesse che anche loro ne avevano ricevuti.
Quel che successe dentro alla Procura di Roma Misiani lo descrive così: «Frisani,
e con lui Torri (i due PM dell’inchiesta - ndr), era convinto che si dovesse procedere
 senza esitazioni nei confronti di chiunque. E i sostituti più
giovani apprezzavano questo atteggiamento come un esempio di esercizio
imparziale dell’azione penale, sganciato da ogni valutazione di opportunità.
Si opponeva il fronte che aveva alla sua testa Magistratura democratica e i
suoi esponenti di spicco all’interno del Palazzo, come Giovanni Salvi e Pietro
Saviotti. . .
La convinzione “pregiuridica” era che i cinque del Sisde fossero iscritti a
un’operazione diretta a pilotare gli esiti dell’inchiesta verso un approdo politico
che avrebbe trascinato le istituzioni e il paese nel marasma e nel discredito.
E che pertanto l’operazione andava soffocata sul nascere».
Prevalse la seconda posizione, e venne deciso di arrestare il flusso delle rivelazioni
degli inquisiti sollevando un nuovo capo di imputazione contro
di loro: “attentato agli organi costituzionali” art. 289 del Codice penale.
La trovata funzionò, e il caso Sisde prese a sgonfiarsi.
Commenta Misiani: «Con quella scelta sul 289 è indubbio che una parte di
Magistratura democratica e Michele (Coiro - ndr) in primis ottennero una
legittimazione politica forte da parte delle istituzioni. Avevano dimostrato
- e non per opportunismo - che nel momento del bisogno la magistratura di
sinistra sapeva, perché convinta, fare quadrato».
Le caratteristiche di Md che abbiamo sin qui illustrato le ritroviamo tutte nel
pool di Milano negli anni di Tangentopoli e dopo: la polemica ed i giudizi
distruttivi contro gli altri poteri ma anche contro altri magistrati, la manipolazione
delle procedure di legge per perseguire obiettivi particolarmente
“sentiti”.
Si pensi al “pronunciamento” televisivo dei magistrati del Pool nel luglio
1994 contro il decreto Biondi, all’appello contro la riforma della custodia
cautelare firmato da un centinaio di PM, alla demonizzazione della classe
politica tutta intera da parte di Gherardo Colombo nella sua famosa intervista
al Corriere della Sera nel 1998, e alla solidarietà espressa a lui da 60
magistrati di Milano contro l’iniziativa disciplinare che era stata aperta nei
suoi riguardi.
Colombo aveva detto: «. . . negli ultimi venti anni la storia della nostra Repubblica
è una storia di accordi sottobanco e patti occulti. L’Italia la si può
raccontare a partire da una parola: ricatto. . . Io dico che nel metabolismo
politico-sociale del paese ci sono ancora le tossine dei ricatti possibili e sono
queste tossine che consigliano di organizzare le nuove regole della Repubblica
non intorno al conflitto, ma intorno al compromesso».
Si pensi a Francesco Saverio Borrelli che dopo l’arresto del giudice Squillante
arriva ad attaccare la Procura di Roma in toto dichiarando: «I magistrati
romani subiscono una pressione atmosferica che talvolta può essere sentita
inconsapevolmente e talvolta può portare a connivenze o complicità».
Che i magistrati del Pool abbiano fatto uno strappo alla regola più di una
volta non lo diciamo noi, ma protagonisti come Italo Ghitti e Francesco Misiani.
Dichiarò il Gip storico di Mani Pulite, poco prima di abbandonare il suo incarico,
 a proposito delle continue violazioni del segreto istruttorio: «Ci fu
un momento in cui ebbi la certezza che determinate notizie uscivano dagli
uffici dei PM e mi resi conto di non riporre più fiducia nella correttezza di
alcuni magistrati del Pool».
E a proposito del radicamento a Milano dell’inchiesta Enimont, le cose sarebbero
andate così: «. . . ci fu una riunione presso il procuratore Mele... A
parte il procuratore Volpari... tutti gli altri partecipanti ritenevano in cuor
loro che dal punto di vista giuridico la questione di competenza andasse
risolta a favore di Roma. Malgrado ciò, prevalse l’opinione caldeggiata da
Mele, secondo la quale valeva la pena di liberarsi di un procedimento così
fastidioso e scottante».
Ai dubbi di Misiani Gherardo Colombo avrebbe poi risposto: «Forse non hai
capito, Ciccio, ma qui non dobbiamo decidere chi è competente, ma chi può
fare o non fare le inchieste. A Milano, in questo momento storico irripetibile,
si possono fare. Qui a Roma no».
In conclusione, attraverso tre decenni di emergenze (terrorismo, mafia, Tangentopoli)
i magistrati italiani hanno assunto - nella concomitante crisi delle
altre istituzioni - un profilo squisitamente politico, che all’inizio del periodo
apparteneva soltanto alle “toghe rosse”.
Non soltanto formulano giudizi di merito sulle vicende politiche e su quelle
del mondo della giustizia, ma agiscono sulla base di tali valutazioni nel
contesto di iniziative o di omissioni di atti giudiziari. Inevitabilmente la loro
discrezionalità solleva le proteste dei politici (anche di quelli di sinistra,
ma solo quando sono al governo) e le perplessità dell’opinione pubblica.
Un soggetto che agisce politicamente senza risponderne a nessuno fa problema in termini
di deficit democratico, perché esercita un potere che in democrazia deve avere il suggello
delle urne, cosa che qui non avviene.
Il gran ricorso dei magistrati del Pool di Milano alla piazza mediatica, alle
dichiarazioni ed agli appelli enfatizzati da giornali e tivù, testimonia che
essi stessi hanno presente il problema: cercano il consenso dell’opinione
pubblica proprio perché sanno di essere un potere politico e ambiscono alla legittimazione
democratica. (da ’La vera storia delle toghe rosse’)




permalink | inviato da Controcorrente il 24/1/2011 alle 19:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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è solo frutto della propaganda
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