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31 gennaio 2011

IDV: ECCO IL LIBRO SULLE RELAZIONI DI DI PIETRO -1-

 

(AGENPARL) - Roma, 31 gen - Cene con agenti dei servizi e riconoscimenti degli 007 americani in piena inchiesta “Mani Pulite”, viaggi negli Stati Uniti in cerca di fondi e assegni condizionati all’elezione di un certo candidato, voli su Falcon militari, pranzi con discussi imprenditori bulgari a Varna, depositi nella Hsbc di Hong Kong: ad un anno dalle polemiche scaturite dalle anticipazioni è ora uscito “Il ‘colpo’ allo Stato”, il libro che pone pesanti interrogativi sulla rete di contatti dell’ex Pm, nonché attuale leader dell’Idv, Antonio Di Pietro. L’autore è Mario Di Domenico, avvocato e cofondatore dell’Idv, e racconta, tra gli episodi chiave, la cena del 25 dicembre 1992, giorno della consegna dell’avviso di garanzia a Bettino Craxi: “Il giudice Tonino, senza il collega, Gherardo Colombo, col quale, secondo programma, aveva tenuto, alle ore 10.00 al Csm, un corso di aggiornamento, decise di partecipare a quella mangiata con lo 007 più segreto e numero tre dei nostri servizi segreti, Bruno Contrada”.
“Il momento è solenne: si tratta di consegnare al giudice Tonino la targa del servizio segreto americani; niente meno! Lui, però, l’ha svilito al pari di un ciondolo internazionale...roba da bancarella insomma”.
“Nove giorni dopo, però, per Bruno Contrada si aprirono le porte del carcere di Boccea e poi la condanna definitiva a dieci anni per collusione con la mafia”. Della cena con Contrada, Di Domenico riporta le foto nel libro. Foto già emerse un anno fa nelle anticipazioni. Così come ci sono le foto di un altro discusso contatto di Di Pietro: quello con l’imprenditore bulgaro Ilia Pavlov, ucciso da un sicario poco tempo dopo la cena con il leader Idv: “E qui nell’agosto 2002, l’ex giudice, l’ex ministro della Repubblica, l’ex simbolo di virtù, legalità e trasparenza per non smentire sé stesso si fa un’altra bella mangiata in quel di Varna con tal Ilia Pavlov ed altri boss in odore di mafia e di servizi segreti deviati bulgari. Il Sen. S. De Gregorio, ci ha provato a metterlo in guardia su quelle frequentazioni, ma il giudice Tonino gli avrebbe candidamente risposto di stare tranquillo ‘perché Pavlov, con quelle voci, non c’azzeccava niente’! Il cecchino che lo ha freddato sparandogli un colpo al cuore ci ha azzeccato, però! Cos’altro dire di più?”. (SEGUE)




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31 gennaio 2011

Non esiste un islam pacifico.Terrorismo/ Sul Web guide per fabbricare bombe,arrestato Imam

 

Terrorismo/ Sul Web guide per fabbricare bombe,arrestato Imam -2
Perquisite le abitazioni di nove extracomunitari

La rete informatica veniva utilizzata dai tre arrestati per "l'addestramento alle azioni violente con finalità di terrorismo sia a livello internazionale attraverso la rete internet (e in particolare interagendo con canali di comunicazione telematica afferenti all'integralismo islamico) e, sul territorio nazionale, con la creazione e la disseminazione di supporti di memoria informatica contenenti istruzioni e manualistica per il confezionamento e l'uso di armi ed esplosivi, per rendere anonime e sicure le comunicazioni telematiche e per il compimento di sabotaggi di sistemi informatici, quali azioni strumentali o complementari rispetto alle tradizionali forme di terrorismo e, comunque, riconducibili al concetto di jihad globale. La Rete veniva usata anche come strumento per la "radicalizzazione e proselitismo nei confronti degli appartenenti alle comunità islamiche, sia attraverso i sermoni all'interno della moschea di Sellia Marina con la diffusione di supporti informatici contenenti documentazione multimediale di propaganda jihadista". Nel corso dell'operazione sono stati sottoposti a provvedimento di perquisizione ulteriori nove cittadini extracomunitari, di cui otto residenti in provincia di Catanzaro ed uno in provincia di Ravenna, che, a vario titolo, hanno concorso, in funzione strumentale, alla realizzazione del disegno criminoso sopra illustrato. Alle perquisizioni hanno partecipato anche agenti della DIGOS della Questura di Ravenna, del Compartimento della Polizia Postale e delle Comunicazioni "Emilia Romagna", nonché delle unità specializzate del Reparto Prevenzione Crimine "Calabria", degli Artificieri e delle Unità Cinofile Antiesplosivo della Polizia di Stato. L'operazione prende il nome da uno degli spazio web in lingua araba, il cui significato è traducibile in "Nostalgia", con contenuti riconducibili al fondamentalismo islamico, frequentato dagli arrestati.




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31 gennaio 2011

Tra ville e archistar,il Paese reale di Concita

                      


Tra ville e archistar,il Paese reale di Concita


di Giancarlo Perna

La De Gregorio si vanta sul suo giornale di aver partecipato a un party chic insieme a ospiti come Magris e Piano. E' l'ennesima dimostrazione: la sinistra diserta operai e ceto medio per vivere nel lusso. F
«Ho respirato aria pulita, ho incontrato persone magnifiche, ho ascoltato paro­le bellissime: è talmente un sollievo di questi tempi, che voglio condividerlo con voi». Con questo incipit da suor An­gelica, Concita De Gregorio, direttore dell’ Unità , ha rallegrato i suoi lettori ragguagliandoli sulle sue ultime 48 ore. Bisogna prima sapere che la direttrice attraversa un allarmante stato di pro­strazione per i peccaminosi festini di Ar­core che si aggiunge, come una malat­tia su un’altra, al disgusto che già prova­va per Berlusconi. Per completare il quadro dei malesseri di Concita, va det­to che soffre oltre ogni dire anche per l’esistenza della destra da lei definita «bestiario nazionale».
Decidendo, dunque, di sfuggire alla morsa, la Signora è approdata nel villag­gio di Percoto, in quel di Udine, noto per la grappa Nonino. Voi pense­rete che d a nocchiera di u n giornale ex Pci con solida tradizione proletaria, Con­cita sia andata a ispeziona­re la distilleria, a verificare i luoghi di lavoro, le condi­zioni delle maestranze. O s­sia, che abbia fatto una co­sa di sinistra per riferirne ai lettori. Invece che ti fa? Si infila direttamente nella villa della proprietaria del­l a squisita acquavite, Gian­nola Nonino, per passarci parte del weekend. Lì, si ri­prende dagli amari languo­ri, circondata da intellet­tuali, nobiltà locali e spiriti eletti: «Le persone magnifi­che e le parole bellissime» della sua prosa. Noi erava­mo rimasti ai compagni che stavano con i compa­gni, studiavano strategie per abbattere le ville dei ric­chi e proclamare il princi­pio di eguaglianza al grido «grappa per tutti». Siamo dei matusa. Concita, inve­ce, rappresenta la nuova si­nistra che coincide con la borghesia, possibilmente alta, con la nobiltà, purché progressista, con i ricchi politicamente corretti e rocciosamente antiberlu­sconiani. La direttrice, in­fatti, h a gustato la serata co­me un babà.
Il simposio ha luogo in «una casa grande, ma sem­plicissima» (sottinteso: niente d a spartire col villo­ne pacchiano di Arcore, ndr ). Ci sono «il premio Naipaul che discorre con Claudio Magris, Frances Moore Lappè, ecoscienzia­ta americana, dagli occhi magnifici» che deplora la mancanza di democrazia nel mondo. A questi si ag­giungono i comprimari: Ja­vier Marías, Edgar Morin, Norman Manea. M a Conci­ta, da cronista occhiolun­go, osserva anche le ombre che si muovono nei saloni della «casa semplicissi­ma». Ecco la nipotina Noni­no, «che parla di scuola», il gruppo di ragazzi appesi al­le labbra di Renzo Piano che illustra le «case che re­spirano» (abitazioni di do­mani «rispettose dell’am­biente», spiega) e le don­ne, «tutte le donne presen­ti che chiedono che altro deve ancora succedere per­ché torniamo a essere il Pa­ese che eravamo e che po­tremmo ancora essere». Percepibilissima sotto la bella penna concitesca la commozione di trovarsi fi­nalmente tra gente che de­testa le volgarità berlusco­niane, apprezza gli studi, l’ambiente incontamina­to, il cibo chilometro zero, la grappa Nonino - di cui la direttrice con signorile di­screzione non parla, ma fa intendere - e cerca mutuo conforto nei pettegolezzi anti Cav come gli ebrei op­pressi si consolavano con l’aria del Nabucco . Il resto dell’articolo ci porta anche a Milano sempre per respi­rare aria pulita - purtroppo alla vigilia del fermo auto per un picco di smog - e a una manifestazione di don­ne che protestano per il mercimonio di corpi fem­minili in quel di Arcore. Protesta molto comme il faut , con la Scala sullo sfon­do.
Mentre Beatrice Borro­meo, la marchesa Sandra Verusio e altri nobili lettori dell’ Unità avranno seguito con diletto la gita di Conci­ta, mi chiedo la reazione del metalmeccanico di Ter­ni, del marmista delle Apuane, del pescatore del lago di Massaciuccoli e al­tri presumibili lettori delle Regioni rosse. Per chi ab­bia scritto la direttrice non è chiaro. Il suo racconto, in­fatti, fa a pugni con le neces­sità di chi non arriva a fine mese. Ma anche qui, proba­bilmente, ho il paraocchi. L’Unità ormai è per gente di città i cui bisogni sono il bistrot vegetariano, la pre­mière di Qualunquemente, deplorare il Cav spilluzzi­cando lardo di Colonnata. Il reportage degregoriesco ci porta dritto a tre anni fa. Oggi fece un servizio foto­grafico su Bersani a cena da una famiglia qualun­que. Della serie: il potente - lui era ministro di Prodi, alla vigilia delle elezioni ­che va umilmente a d ascol­tare il parere di chi vive m o­destamente del suo lavoro. Ma già le foto erano dub­bie: champagne in primo piano e ospiti assai chic. Si scoprì poi che la famiglia presa a caso era quella dei marchesi Sacchetti, citata da Dante, cardinali tra gli avi, vie e piazze di Roma a suo nome, palazzo in via Giulia. Con i marchesi, Ber­sani parlò dei problemi economici che affliggono le famiglie. Impostò poi la campagna elettorale sul colloquio e vinse Berlusco­ni.
Ora Concita lo imita a mo­do suo, perché a sinistra non sanno più chi sono e, nella loro sicumera, man­cano di una grande virtù: il senso del ridicolo.




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31 gennaio 2011

La stronza cambia idea.

 

                                  



L'ultima di Carla Bruni:non sono più di sinistra


In un'intervista a Le Parisien la première dame rivela che a farle cambiare idea sarebbero state le posizioni della gauche francese, che sul caso "Polanski-Mitterrand ha detto le stesse cose di Le Pen"
Parigi - Colpo di scena all'Eliseo. La première dame Carla Bruni non è più di sinistra. A farle cambiare idea sarebbero state le posizioni della gauche francese. Lo rivela lei stessa di Francia in un’intervista al quotidiano "Le Parisien", in cui spiega che era di sinistra quando era "bobo", acronimo francese derivato dai termini "bourgeois-bohemien", i ricchi con atteggiamenti trasgressivi. "Facevo parte di una comunità di artisti", spiega Carlà, "eravamo bobo, di sinistra, ma a quell’epoca votavo in Italia. In Francia non ho mai votato per la sinistra e non è adesso che comincerò a farlo. Non mi sento più di sinistra".
Perché ha cambiato idea La moglie del presidente francese spiega che a farle prendere le distanze dalla gauche sono stati "certi fatti, certi commenti, in particolare dopo il caso Polanski-Mitterrand", allusione a Frederic Mitterrand, il ministro della cultura nipote dell’ex presidente francese, che aveva sostenuto il regista Roman Polanski quando era stato arrestato in Svizzera su mandato internazionale delle autorità Usa, che lo accusano di aver stuprato una minorenne negli anni ’70. Il ministro era stato poi al centro di polemiche per aver avuto rapporti sessuali con minorenni ed essersene vantato nel suo libro autobiografico "La mauvaise vie" (La Vita Cattiva). Carla Bruni spiega che sull’argomento ha ascoltato "responsabili socialisti (francesi, ndr) dire le stesse cose del Fronte Nazionale (di Jean-Marie Le Pen, ndr). Una cosa che mi ha provocato uno choc".
"Non farò mai politica" Carlà aggiunge che per lei quello della politica "rimane un mondo difficile. Non sarà mai il mio mestiere e non lo farò mai. Trovo coraggiosi quelli che lo fanno e li ammiro, ma è come la boxe. Non ho né le ossa, né i denti adatti, la politica è a volte violenta". La cosa che invece fa volentieri è "rappresentare la Francia all’estero" ("Lavorare per la gente di questo Paese: è un onore e ne sono fiera") e dedicarsi alle cause umanitarie come la sensibilizzazione dell’opinione pubblica nella lotta all’Aids.

 




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31 gennaio 2011

No alla UE

 

Dal 15 dicembre, l’eredità musulmana dell’Impero ottomano entra in Europa

di Aleks Kapplaj

Dal 15 dicembre, i bosniaci e gli albanesi possono entrare nei paesi dell’UE senza visti. E’ una decisione presa all’inizio di novembre, dal Consiglio dei Ministri degli Interni europei. I cittadini di Albania (3.4 milioni) e Bosnia (3.8 milioni), dovranno essere dotati di passaporti biometrici e potranno soggiornare, solo fino a tre mesi, nei paesi dell’area Schengen senza visto. Nel dicembre del 2009 la decisione, per la liberalizzazione dei visti per l’area Schengen, è stata presa anche per Serbia, Macedonia e Montenegro. Manca all’appello soltanto il Kosovo per complementare i paesi balcanici. Ci sono i rischi della criminalità?
La Commissione Europea si impegna formalmente a monitorare l’andamento dei flussi migratori dei Balcani verso la UE.  In caso di anomalie, potrà chiedere provvedimenti restrittivi ai governi di questi paesi. In Europa, parte dei paesi dei Balcani sembra siano sempre stati realtà di altri continenti, lontani dall’ Europa per cultura, tradizione, religione e come realtà economica molto arretrata. Dopo secoli di dominio ottomano, nei paesi della penisola Balcanica, gli ultimi che conquistarono l’indipendenza, Bosnia Erzegovina e Albania, ereditarono una disastrosa situazione socio-economica che continuò sempre peggiorando con conflitti etnici continui e infine, con il regime comunista che fece la sua parte nella negazione dei diritti fondamentali dell’uomo, fermando anche il suo sviluppo integrale spirituale, creativo e culturale.
Stiamo parlando di due paesi, che dopo la caduta del comunismo, hanno avuto anche sviluppi storici diversi. La Bosnia, dopo la disgregazione della ex federazione Jugoslava, ha vissuto i massacri più orrendi dopo la Seconda Guerra mondiale in Europa, con più di 60 mila morti, (solo nella strage di Srebreniza, vennero uccisi 775 bosniaci) causata proprio da una guerra tra popoli, che fino a ieri vivevano in pace tra loro. Ma in quel momento storico, la Bosnia veniva anche un po’ tradita dalla comunità internazionale, che non intervenne subito per fermare il piano di genocidio di bosniaci, da parte di Slobodan Milosevic e Franjo Tudjman. Questo momento storico, ha favorito l’entrata dei gruppi integralisti islamici wahhabiti che combatterono durante la guerra interetnica arruolandosi nella brigata di El Mudhahid. Soltanto una parte di questi islamici wahhabiti tornarono nei paesi di origine per continuare la jihad Internazionale, nelle aree  diverse di mondo. Invece molto di loro rimasero nella zona centrale della Bosnia Erzegovina, in alcuni paesi piccoli della campagna, sposando le donne bosniache, diventando cittadini della Bosnia Erzegovina.
In Albania, la corruzione altissima nei primi anni novanta, la debolezza delle strutture statali del paese e il crollo del sistema piramidale delle banche nel 1997, portò il paese quasi alla guerra civile, creando le condizioni per cui molti gruppi wahhabiti potessero entrare in paese costruendo scuole coraniche, moschee, fondando anche molte banche che investono prevalentemente a scopo religioso nel paese, ma anche in altri paesi d’Europa.
Ma sia in Bosnia che in Albania, molti giovani vedono l’Europa con fiducia, e la notizia della liberalizzazione dei visti per la UE, viene percepita come un riconoscimento per le loro aspirazioni di distacco da quel mondo che li ha sempre allontanati dalla parte fisiologica di appartenenza. Mentre in Albania (Il CIA World Factbook del 2009 fornisce una stima della distribuzione dei credenti che valuta i mussulmani a circa il 20% della popolazione, i cristiani ortodossi al 20% e i cattolici di rito romano al 60%, anche se sono 70% musulmani e 30% Cristiani), il premier Berisha considera questo giorno come “ il terzo giorno più importante per gli albanesi dopo l’indipendenza e la caduta del muro di Berlino a Tirana”, il secondo passo importante verso l’integrazione nelle strutture Euro-Atlantiche, dopo l’ entrata del paese a fare parte nella NATO, il 4 aprile del 2009. A Sarajevo ciò che preoccupa è il fatto che  dopo 15 anni dall’accordo di Dayton, il 21 novembre del 1995, le popolazioni di etnie diverse (48% bosniaci musulmani, 37’1% serbi, 14,3% croati), vive una vita sociale divisa, anche nei paesi, quartieri e nei bar e locali che sono frequentati da etnie diverse.
La criminalità provenienti da questi paesi, soprattutto dall’Albania, ultimamente è calata drasticamente, grazie alla collaborazione con le forze dell’ordine dei governi di questi paesi. Nonostante i risultati positivi in questi direzione, un colpo duro alla criminalità organizzata, si dovrebbe dare anche all’applicazione di sequestro di tutti i beni anche nei loro paesi di origine, dove hanno investito i loro soldi provenienti dalla distruzione di molte vite umane, ma soprattutto bisogna garantire uno sconto della pena fino in fondo.
Con l’integrazione graduale di questi due paesi in Europa (che si prevede lungo e non facile), dove ultimamente la Turchia di Erdogan si sente a casa sua, si potrà capire quanto impossibile e incompatibile sarebbe un eventuale entrata della Turchia in Europa, sostenuta dai cosiddetti europeisti che vedono la UE, soltanto come l’unificazione di un territorio e di interessi economici, senza considerare l’anima.




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31 gennaio 2011

Crescente autonomia ed aggressività di varie lobbies internazionali.

 

La caduta di Berlusconi sarebbe una manna per le lobbies straniere e non solo

di Carlo Serrani


I processi di globalizzazione hanno evidentemente ampliato il ruolo dei mercati e ridotto quello dei Governi, conferendo crescente autonomia ed aggressività a varie lobbies internazionali. L’efficacia dell’azione internazionale dei Governi dipende in modo crescente dal ruolo di sostegno o di opposizione di diverse lobbies settoriali le quali, a differenza dei Governi, non hanno l’obbligo di dichiarare pubblicamente interessi e finalitaà e possono pertanto agire anche in modo indiretto e trasversale e, in ultima istanza, poco visibile al pubblico non specializzato.
In un Paese, come l’Italia, in cui le tradizioni cattoliche e marxiste hanno sempre maldigerito il vitale concetto di “interesse nazionale”, tendendo a svilire l’intera politica estera a fini interni, la pubblica consapevolezza del ruolo di varie lobbies internazionali è inevitabilmente molto limitata.
In tale quadro, l’opposizione al Governo di Silvio Berlusconi sembra divisa in due categorie: una parte, maggioritaria, che in un’ottica provinciale ed autoreferenziale ignora sia l’interesse nazionale che il ruolo delle lobbies, ed un’altra, minoritaria, che ne ha invece piena coscienza, ma che preferisce nascondere al pubblico alleanze ed interazioni con esse.
Per ignoranza o per perfidia, l’essenziale è che il popolo italiano si convinca che l’opposizione al Governo di Silvio Berlusconi è esclusivamente originata da fattori interni; ed in tale gioco, eliminato ogni residuo rispetto per la volonta’ del popolo sovrano, il connubio di parte della magistratura e dei mass media da anni non ci risparmia arma alcuna: dalla continua, flagrante ed impunita violazione delle procedure costituzionali e della normativa in merito alla competenza territoriale e funzionale della magistratura alla contestazione di reati infondati, dallo spionaggio personale alla diffamazione mediatica urbe et orbi del Presidente del Consiglio, dell’elettorato italiano ed in ultima istanza dell’intero Paese.
A dimostrazione di come la tutela dell’Esecutivo da processi estranei alla funzione governativa sia assolutamente normale, il Presidente Clinton – per Whitewater – ed il Presidente Chirac – per malversazioni inerenti al periodo da Sindaco di Parigi – sono stati processati dopo aver cessato dalle cariche Presidenziali, e non prima. Solo in Italia parte del Paese ritiene appropriato l’abbattimento giudiziario di Governi democraticamente eletti.
Nel variopinto e cacofonico teatrino quotidiano imbastito dall’opposizione italiana, si rischia comunque di perdere di vista un dato essenziale: la caduta del Governo di Silvio Berlusconi risponderebbe anche agli interessi di varie lobbies internazionali.
Iniziamo dalla finanza internazionale. Le finalità speculative del gigantesco attacco in corso contro l’Euro non ne eliminano la valenza politica. L’Euro è molto più di una moneta e, quale seconda valuta di riserva mondiale, ha avviato il tramonto dell’incontrastato dominio del dollaro, e con esso del privilegio statunitense di stampare dollari e scaricare inflazione sul resto del mondo senza svalutare.
La tenuta dell’Italia - dal Pil superiore a quello di Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo messi insieme - ha limitato enormemente il successo dell’attacco speculativo. L’attuale è peraltro la prima crisi finanziaria o monetaria europea in ben 40 anni della quale l’Italia non è protagonista. Si tratta di un cambiamento storico, riconosciuto anche all’estero, ma apparentemente meno rilevante dei pettegolezzi sulla vita privata di Silvio Berlusconi. 
E mentre l’intera Ue resisteva all’attacco di una Wall Street già risorta dalle ceneri del recente scandalo epocale, in Italia c’è voluto addirittura il diretto intervento del Presidente della Repubblica per assicurare che il voto sulla presunta sfiducia al Governo intervenisse dopo l’approvazione della Finanziaria 2011. Diversamente, l’Italia sarebbe stata colpita da attacchi speculativi, che l’opposizione avrebbe sicuramente argomentato quali espressione di sfiducia dei mercati internazionali verso il Governo. D‘altronde, per i vari marxisti, post marxisti e statalisti italiani le crisi nazionali non sono eventi negativi, ma preziose occasioni per ridefinire “i rapporti di classe” e (oppure) espandere l’intervento statale attraverso ulteriori drenaggi fiscali sulla classe media e le Pmi, da redistribuire a istituzioni, associazioni e consorterie amiche.
Non per nulla Confindustria, che notoriamente rappresenta le grandi imprese, dal 1994 continua imperterrita a consigliare il voto a sinistra. Nonostante Marchionne abbia recentemente indicato il percorso per uscire da decenni di “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite” e riattivare la competitivita’ internazionale della Fiat e delle altre grandi imprese italiane. Ma tralasciamo per un attimo la miseria disfattista della nostra opposizione di sinistra.
La lobby anti Euro resta all’erta, ed un eventuale caduta nel vortice speculativo dell’Italia causerebbe un profondo dissidio Nord-Sud nell’Ue, dischiudendo gli scenari quotidianamente evocati dalla stampa economica e finanziaria anglosassone, Economist sempre in testa (Euro A ed Euro B; uscita dall’Euro dei Paesi del Sud Europa, etc), ed in ultima istanza coincidenti con la prematura agonia dell’Euro quale seconda valuta di riserva mondiale.
Per designare i Paesi mediterranei, era stato perfino coniato il quanto mai offensivo acronimo di PIGS, guarda caso rapidamente passato di moda da quando la I, destinata all’Italia, si e’ dovuta adattare all’Irlanda.
Sul fronte energetico, sembra che un Paese come l’Italia, che importa l’86% del suo fabbisogno, non abbia il diritto di avere una sua autonoma politica, anche attraverso l’accordo con la Russia sul gasdotto “South Stream” e varie intese con la Libia (che ci fornisce il 33% del petrolio). Gheddafi, per inciso, attraverso il pattugliamento delle coste libiche ha anche drasticamente contribuito all’abbattimento dell’immigrazione illegale, ed in Libia ci stiamo aggiudicando rilevanti commesse in vari settori. Varie lobbies energetiche e industriali straniere non gradiscono questi chiari successi; i Governi degli USA (per la Russia) e di Israele (per la Libia) sembrano nutrire non dichiarate riserve di natura geopolitica. Risultato: ma quali interessi nazionali!
Le intese sarebbero prova di un deficit democratico e di uno scarso occidentalismo, se non di affarismo personale, di Silvio Berlusconi. Che non esistano Paesi genuinamente democratici dai quali importare petrolio e gas, non conta nulla. Che tutti o quasi facciano affari con Russia e Libia, ancora meno. L’adagio “pecunia non olet” varrebbe per Shell, Exxon e BP, ma non per l’ENI, ovviamente.
Passando all’Ue, il Governo di Silvio Berlusconi sta difendendo a spada tratta enormi interessi politici, economici e commerciali nazionali. A cominciare dalla necessita’ di computare anche il debito privato delle economie nazionali – che vede Regno Unito, Irlanda ed altri Paesi in una situazione molto peggiore della nostra – per le future terapie e sanzioni comunitarie.
Nel frattempo, gli svariati soloni pseudomoralisti che affollano gli editoriali della nostra stampa continuano ad ignorare allegramente che la Commissione Ue, nell’assenza di qualunque fondamento legale, ha deciso da anni che inglese, francese e tedesco sono le sue “lingue di lavoro”. Guarda caso, nel tortuoso processo per pervenire al brevetto comunitario - la cui mancanza, a fronte della concorrenza di USA, Giappone e Cina, e’ sempre meno sostenibile - Commissione Ue, Francia, Germania e Regno Unito, con il sostegno di vari Paesi del Centro e Nord Europa, insistono affinche’ il nuovo sistema del brevetto comunitario adotti il citato trilinguismo.
Tale precedente dischiuderebbe una vera autostrada alla prossima consacrazione del trilinguismo a regime dell’Ue (in luogo dell’insostenibile sistema di traduzioni ed interpretariato in 25 lingue), con un danno tanto definitivo quanto irreparabile per la posizione dell’Italia.
Certo, non sarebbe male vedere i vari Bindi, Franceschini, Veltroni costretti a parlare in inglese (tra “Iurrop” e “Ammurrica”, sai che risate!), ma certi teatrini – peraltro gia’ noti a Bruxelles – dovremmo forse cercare di gustarceli solo tra noi Italiani.
Il Governo sembra deciso ad apporre il veto, con il sostegno della Spagna, e si trova ugualmente  in prima linea in altre battaglie in difesa del “Made in Italy” e contro la discriminazione giuridica dei nostri prodotti agroalimentari tipici nei mercati internazionali (il nuovo Anti Counterfeiting Trade Agreement), contro potenti e ramificate lobbies agroalimentari e commerciali europee e transatlantiche.
Nel settore di Internet, recenti provvedimenti delle nostre Autorita’ hanno rilanciato l’esigenza di una regolamentazione della rete, in direzione di una moderazione del principio di assoluta neutralita’ di Internet Service Providers, motori di ricerca ed associati media acriticamente sostenuto dalle “lobbies telecom” nazionali ed internazionali, e che ha reso Internet anche un vero Far West di irresponsabilità giuridica, diffamazione, violenza e pornografia. Nel settore dei media televisivi, il decreto Romani ha approvato norme anticoncentrazione ed a tutela dei minori, quale l’obbligo di confinare violenza e pornografia alle ore notturne; norme ovviamente interpretate come un danno all’impero internazionale di Sky, in aspra competizione con Rai e Mediaset per il controllo del mercato italiano.
Perfino in occasione della sfrontata rivolta pubblica di Sky contro il Governo per  l’aumento dell’Iva, peraltro richiesto dall’Unione Europea, la nostra opposizione e stampa di sinistra non hanno perso l’occasione per sostenere Sky. La quale non è esattamente d’indirizzo progressista.....ma pur di abbattere Silvio Berlusconi va bene tutto, anche l’aperto sostegno alla penetrazione in Italia di un impero televisivo straniero e fortemente connotato sotto il profilo politico-internazionale.  
Sullo sfondo, lo spettro della riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.  E’ francamente dubbio se decenni di intelligenti e fruttuosi sforzi del Ministero degli Esteri per impedire l’esclusione dell’ Italia sopravviveranno alla campagna di discredito integrale del nostro Paese lanciata dall’opposizione della sinistra politico-giudiziaria-mediatica.
L’elenco potrebbe continuare, ma possiamo fermarci qui. Sono tante, potenti ed ampiamente diversificate le lobbies internazionali che festeggerebbero a caviale e champagne –  beate loro, senza intercettazioni – la caduta del Governo di Silvio Berlusconi, con il sostegno di ampie colonne italiane, disposte veramente a tutto. Si dirà: l’azione internazionale di un Paese continua nonostante i cambi di Governo. Il problema è che in Italia non si sta mirando ad un democratico cambio di Governo attraverso il regolare processo elettorale, ma alla sua delegittimazione attraverso l’azione giudiziaria, fino all’imprigionamento o l’esilio forzato di Silvio Berlusconi. Ove tale tentativo riuscisse, la capacità e la proiezione internazionale del nostro Paese sarebbero irrimediabilmente compromesse per decenni.
Siamo cosi’ lontani dall’Italia dei Secoli Bui? Non sembra. Quando Papa Paolo V, furibondo per la politica poco clericale della Repubblica di Venezia, aizzo’gli Stati italiani ed europei ad una lega per una guerra di distruzione della Serenissima, dall’Europa si levo’ un’unica voce: “Santita’, comprendiamo, ma ai Turchi, dopo, chi ci pensa?”. La guerra contro Venezia, fortunatamente, non si fece. Quella contro Silvio Berlusconi invece continua.
Come i Turchi di ieri, le lobbies di oggi in Italia restano per molti un problema secondario. Come se fossimo ancora il centro del mondo. Continuando di questo passo, gli effetti della globalizzazione sul nostro Paese rischiano di essere più negativi di quelli della scoperta dell’America. E non per causa delle “condizioni oggettive”. Per colpa nostra.










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31 gennaio 2011

LA RIVOLUZIONE FALLITA: IL RITORNO DEGLI SPETTRI

 

 




LA RIVOLUZIONE FALLITA: IL RITORNO DEGLI SPETTRI
 

 
 Abbiamo visto che fine hanno fatto tutti i popoli comunisti, quelli che hanno sofferto sotto una feroce dittatura e che ancora oggi non sono riusciti a rimettersi in piedi, ma lo hanno visto anche i comunisti e i solo simpatizzanti nostrani eppure della “rivoluzione d’ottobre” ne hanno fatto un mito acritico e quindi soffrono di una sindrome nostalgica che supera l’ossessione compulsava.

Gli argini della decenza e del rispetto del diritto, sono stati rotti, anzi completamente rimossi ed anche se siamo in democrazia ed i governi che fino  ad ora abbiamo avuto sono il frutto di libere elezioni, Berlusconi proprio non riescono a digerirlo e nell’odiarlo irradiano il loro odio anche contro gli elettori Berlusconi, arrivano a fare dichiarazioni non solo razziste e discriminatorie, proprio loro che si sentono i paladini della giustizia, loro che da noi pretendono il “politically correct” sono arrivati a dire per bocca di Granata e di fiancheggiatori come Santoro, mascalzoni dal midollo all’ultimo capello che hanno in testa, che sono pronti a cacciare Berlusconi dal Palazzo proprio come sta accadendo nei Paesi del Magreb, con la differenza che là esistono dittature teocratiche e qui la democrazia.

Ma dato che ci odiano, per il fatto che abbiamo dato incarico a Berlusconi di rappresentarci come capo del governo, minacciano anche i nostri figli, auspicando che siano trattati da lebbrosi e come sempre finiscono per dimostrare quanto sono “ideologicamente ed intellettivamente superiori”,  in realtà la loro etica e la loro coscienza sta tranquillamente sguazzando nelle fogne.

L’antiberlusconismo è passato dall’ossessione ad un’ideologia criminale che non ha più nemmeno una connotazione politica a cui dare un colore, ma è diventata una forma di schizofrenia violenta che rasenta il killeraggio seriale e attraversa gli estremismi di destra e di sinistra.

Scenderanno in piazza armati di forconi, quelli invocati da Santoro e cercheranno con le maniere forti di imporre la loro “democratica dittatura” che pretende di ridurre una parte maggioritaria del popolo in catene, obbligandola al silenzio.

Ebbene, io non vivrò cent’anni da pecora, non mi farò rinchiudere in una gabbia, non mi ridurranno al silenzio, ma sono e resterò nella mia anima una tigre in libertà, anche se ciò mi dovesse costare la vita.

Adriana Bolchini – Lisistrata



N.D.R. -N.D.R. La cattiveria e il pericolo di una rivoluzione senza i presupposti esiste, ma il fatto è che quando si è in dittatura e si scende in piazza per rimuovere il governo, si fa una rivoluzione, quando invece si è in democrazia e si fa la stessa cosa, non si fa una rivoluzione, ma si attua un golpe, che produce una dittatura.

Ecco il principio sintetizzato in alcune chicche delle dichiarazioni rilasciate da questi falsi moderati, che stanno mostrando le profonde radici fasciste da cui non si sono mai affrancati e le risposte dei loro seguaci, che si possono leggere nel sito di “generazione Italia” :

Fabio Granata di Futuro e Libertà incita a rovesciare il governo ed invita i suoi seguaci alla guerra santa, chiamando gli elettori del PDL con un titolo che vorrebbe suonare offensivo, ma la sua ignoranza è tale da rasentare l’imbecillità infatti ci chiama ascari (forse li confonde con gli acari insetti mordaci e fastidiosi) mentre gli ascari in realtà erano truppe regolari dell’esercito formato dai nativi.
 
I passdaran finiani rispondono: ya my furer! Siamo pronti allo scontro fisico, fermiamo il tiranno……  difendiamo la democrazia……. facciamo come in Tunisia, o come al Cairo….. siamo pronti a combattere……  e già si fa la data del 13 febbraio quando il PDL scenderà in piazza a Milano per la sua protesta….. e i consigli proseguono: impaliamo la Santanché….. mandiamo Bondi al rogo…….  E altre carinerie di questo tenore come: rovesciamo il governo di Berlusconi con ogni mezzo, isoliamo dal resto della società  i simpatizzanti del PDL e dei loro figli, il loro partito è un pericolo per la democrazia e poi è pieno di indagati per reati mafiosi…..
Ma ancora non basta, ecco che Karl chiama tutti a isolarci in una nuova aphartheid, lasciarci soli, non salutarci nemmeno sui luoghi di lavoro, impedire ai loro figli di giocare con i nostri……
E Gatto per il quale il fatto che siamo una maggioranza risulta essere irrilevante, conferma il metodo, Curzio invece, più pragmatico degli altri, spera in una veloce fine del governo Berlusconi per farci sfilare tutti in Piazza Loreto ed insultarci in pubblico  e per riuscirci meglio comincia a stilare una lista di proscrizione.
Qualcuno arriva addirittura a proporre un governo di salute pubblica, dopo avere ovviamente fatto passare per un manicomio e rinchiuso in un lager militare il premier.

Dalle parole ai fatti il passo è breve!
 
 




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30 gennaio 2011

QUESTA MAGISTRATURA E' INTOCCABILE I SUOI ERRORI CI COSTANO 400 MILIONI

 
                        


QUESTA MAGISTRATURA E' INTOCCABILE  I SUOI ERRORI CI COSTANO 400 MILIONI


di Anna Maria Greco

Ecco i risarcimenti ai cittadini vittime di ingiusta detenzione o di errori giudiziari negli ultimi 10 anni. Ma nello stesso periodo sanzioni dure solo per una decina di toghe. La Corte europea ha condannato l'Italia a ripetizione per le sentenze lumaca. Ma il Csm fa da scudo alla Casta
Roma - La Casta, com’è stata chiamata quella dei magistrati, difende se stessa con la giustizia «domestica» e corporativa. Quella del Csm, dove si celebrano i processi promossi dai titolari dell’azione disciplinare: il ministro della Giustizia e il Procuratore generale della Cassazione.

Nell’ultimo decennio in Italia la media dei magistrati colpiti dalla rimozione dall’ordine giudiziario per gravi illeciti disciplinari, è di 1,3 ogni anno. Tra il 2000 e il 2007 la sanzione più grave è stata applicata 6 volte, nel triennio 2008-2010 ha riguardato 7 toghe. Nel 2008 le sanzioni disciplinari di vario grado hanno colpito meno dello 0,5 per cento dei magistrati.

Per il Pg della Suprema Corte Vitaliano Esposito, che ne ha parlato all’inaugurazione dell’anno giudiziario, qualcosa sta cambiando. Ma rimane il fatto che l’altissimo numero degli esposti di privati cittadini, dice l’alto magistrato, «è la testimonianza più evidente dell’insoddisfazione, largamente diffusa, per il “servizio giustizia”». Delle 1.382 denunce arrivate lo scorso anno alla Procura generale ne risultano 573 di privati, anche se per Esposito in realtà sono molti di più per un errore di classificazione.
Le cause intentate dai cittadini vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari, negli ultimi 10 anni sono costate allo Stato italiano circa 400 milioni di euro.
A questa insoddisfazione dei cittadini, secondo il Pg, «non si può sempre ovviare con lo strumento disciplinare, concepito dal legislatore come rimedio specifico per reprimere situazioni di grave patologia comportamentale dei magistrati». Esposito sottolinea che ci sono «altri strumenti» nell’ordinamento per contrastare i comportamenti colpevoli dei magistrati.
Il problema è che leggi come quella sulla responsabilità civile delle toghe, rimangono lettera morta. E i dati della Commissione europea per l’efficacia della giustizia dicono che nella classifica della severità delle sanzioni applicate ai suoi membri, la magistratura italiana si trova al sesto posto fra i Paesi del Consiglio d’Europa.
Spesso non solo giudici e pm non pagano per inchieste basate sul nulla, violazioni dei criteri di competenza, dispendiose e spettacolari azioni che portano dopo anni ad archiviazioni, ma neppure questo ha riflessi sulla loro carriera politica, come dimostrano tanti casi di promozioni e normale scalata nella carriera malgrado curricula fortemente macchiati.
Nella recente riforma dell’ordinamento giudiziario si pone fine all’automatismo e si introducono le valutazioni periodiche di professionalità e produttività, ma il sistema è ben lontano dall’essere a regime. Ci vorrebbero, tra l’altro, gli standard di produttività delle toghe previste dalla legge. Per il settore civile, però, è partita in grave ritardo questo mese solo la prima sperimentazione in tre città (Bologna, Firenze e Caltanissetta), mentre per il penale siamo in alto mare.
Il Pg della Cassazione spiega che da due anni trasmette al Csm fascicoli da archiviare perché non sono stati individuati comportamenti illeciti, che però evidenziano «vistose cadute di professionalità, non solo tecnica», perché se ne tenga conto nella progressione di carriera e per l’attribuzione di incarichi direttivi. Ma è il Csm a decidere e la forza delle correnti a Palazzo de’ Marescialli è sempre forte.
Quello dei ritardi nel deposito delle sentenze è un problema enorme. Ed Esposito denuncia: «Non siamo più in grado neanche di pagare gli indennizzi dovuti per la violazione dei canoni di un giusto e celere processo (legge Pinto, ndr.». La Corte europea di Strasburgo ci ha condannato per 475 casi di ritardi nel pagamento dei risarcimenti: si è passati da quasi 4 milioni di euro del 2002 agli 81 del 2008, di cui ben 36,5 non ancora pagati. Esposito richiama i capi degli uffici giudiziari, chiede controlli maggiori per velocizzare i tempi della giustizia e smaltire l’arretrato che soffoca i tribunali. Ma sono richiami che sentiamo ogni anno e quasi sempre rimangono inascoltati.




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30 gennaio 2011

GIORNATA DELLA MEMORIA E SINISTRI OPPORTUNISMI

 GIORNATA DELLA MEMORIA E SINISTRI OPPORTUNISMI

http://www.pensionatiitaliani.it/gianni-toffali-per-voi-lettori/giornata-della-memoria-e-sinistri-opportunismi/


Il comunismo è una ideologia criminale che ha causato cento di milioni di vittime nel mondo, ammantandosi immeritatamente di un’ aura di giustizia e di progresso. Ovunque gli ” ideali ” del comunismo abbiano avuto una applicazione concreta la regola è diventata la negazione della libertà di espressione, la repressione brutale di qualunque dissenso, l’ internamento in campi di sterminio e i gulag.
Mentre in Unione Sovietica si internavano i dissidenti e nella Cina della rivoluzione culturale si ” rieducava ” chi la pensava diversamente, nei Paesi occidentali ( quello italiano in primis ) i partiti comunisti sfruttavano abilmente la libertà di parola e di pensiero caratteristiche delle democrazie per propagandare false promesse di liberazione del proletariato con la lotta, spesso tragicamente armata, e per imporre un pensiero unico, ufficialmente progressista e intellettualmente attraente. Già, gli intellettuali progressisti, che ieri storcevano il naso davanti agli scritti di Solženicyn e ammiccavano alla Cambogia di Pol Pot, applaudivano i carri armati sovietici a Budapest nel 1956, si giravano dall’ altra parte durante l’ altro ’68, quello della Praga di Dubcek e di Jan Palach, oggi vorrebbero stendere un velo di oblio su questa storia che gronda sangue e riciclarsi come ambientalisti, pacifisti o come falsi difensori dei poveri e del muticulturalismo. Nel contempo continuano ad avere un atteggiamento di benevolenza verso altri regimi criminali comunisti come Cuba, Korea del Nord e Cina. Non paghi della violenza e dell’ ipocrisia insita nel loro Dna, i riciclati nipotini di Stalin, il 27 gennaio hanno commemorato la giornata della memoria in ricordo delle vittime del nazismo con grande sfoggio di mostre e dibattiti pubblici. L’ intento ( ovviamente non dichiarato ) non era certo quello di rimpiangere i 6 milioni di ebrei sterminati da un’ ideologia atea assassina non dissimile dalla loro ( vedi il patto di amicizia nazi comunista Ribbentrop Molotov ), ma di mostrare agli italiani quanto i “ neri ” ( e pure i “ bianchi ”, leggasi le accuse a Pio XII di collateralismo al nazismo ) siano cattivi e i rossi buoni. Una menzogna colossale! Ciò che maggiormente sconcerta e rattrista nel vedere le chiassate propagandiste di chi ha milioni di scheletri nascosti negli armadi, non è tanto la strumentalizzazione della Shoah per fini propagandistici e politici ( a chi è senza scrupoli, speculare sui morti altrui sovviene normale ), ma il fatto che i discendenti dell’ ideologia più sporca della storia, non hanno ancora chiesto scusa all’ umanità per le nefandezze inferte all’ umanità. Gianpaolo Pansa, l’ unico ex compagno che con i suoi libri ha smascherato e sbugiardato le “ conquiste ” dei partigiani rossi, è stato messo alla gogna e al pubblico ludibrio dall’ intera classe dirigente progressista italiana. Mai si è sentito in Italia, un solo politico di sinistra “ massimalista ” o moderata ( Partito Democratico ) rinnegare le sue origini. La Chiesa Cattolica ha umilmente chiesto scusa per errori che non aveva nemmeno compiuto ( l’ attuale papa Ratzinger, a differenza del papa polacco non era d’ accordo sull’ atto del mea culpa), mentre chi ha promesso paradisi artificiali e ha realizzato sangue, morte e povertà, siede impunemente sugli scranni degli organi istituzionali. Se il partito fascista è stato giustamente dichiarato fuorilegge, è normale e soprattutto morale, che chi ha usato la falce il martello per eliminare gli avversari possa rappresentare la volontà degli italiani e soprattutto impartire lezioni di moralità a chi ama le donne più dei sodomiti? La differenza tra criminali neri e rossi è una sola. I neri erano degli ottimi fotografi che amavano documentare i loro misfatti, mentre i rossi nonostante la superiorità dei “ nemici del popolo ” soppressi, scelsero di non lasciare alcuna traccia visiva compromissoria. La differenza, è tutta qui: tra criminali furbi e meno furbi.
Gianni Toffali




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30 gennaio 2011

Allarme per gli imam pedofili

 Allarme per gli imam pedofili

 
di Francesco De Remigis

Molestie sugli allievi delle lezioni di corano. Un religioso arrestato a Treviso, altri casi in Olanda e Inghilterra Il rappresentante degli immigrati in Veneto: "Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la questione esiste"
Il primo caso di un religioso musulmano alle prese con la sconvolgente accusa di pedofilia in Italia è stato registrato nell’ottobre 2008. Coinvolto in un’ indagine della Procura di Udine, poi passata a quella di Trieste, l’imam sarebbe stato uno degli animatori di un circolo di persone che immetteva immagini pedopornografiche on line. Dopo averle girate in locali riservati, le registrazioni venivano trasferite in rete e scambiate con altri utenti.
Il tema della pedofilia come pratica diffusa tra le guide religiose del culto islamico, con ampi margini di rischio anche in Italia, si è proposto di nuovo cinque mesi fa. Grazie a un musulmano che ha scelto di aprire una riflessione sulle scuole coraniche che operano nel nostro paese senza alcun tipo di controllo. Abdallah Khezraji, marocchino vicepresidente della consulta regionale per l’immigrazione veneta, ha trovato il coraggio di parlarne, spiegando che è arrivato il momento di esaminare la piaga della pedofilia ovunque, «anche nella comunità islamica, grazie alla copertura di qualche imam».
In un’intervista al Corriere del Veneto ha detto: «Non tutti sono così. Diciamo però che è stato forte lo choc nello scoprire che pure alcune figure religiose, che per noi sono sacre, risultano gravemente compromesse con la pedofilia». Un fenomeno condannato soltanto ufficialmente nel mondo musulmano. Secondo Khezraji, «la questione infastidisce e imbarazza talmente da far sì che non se ne parli, al punto che si fa finta che il problema non esista. Invece anche noi islamici dobbiamo aprire gli occhi e ammettere che il mostro può nascondersi pure nella nostra comunità».
Ad avvalorare le sue preoccupazioni, gli abusi compiuti a danno di decine di minori marocchini che erano stati affidati agli imam per lo studio del Corano, e che invece sono finiti nella tana di alcuni pedofili. Nonostante i casi si ripetano, in Europa (e in Italia) se ne parla ancora poco.
Il caso di Mohammed Hanif Khan, imam di 42 anni incarcerato per violenze su un ragazzo dodicenne in una moschea di Sheffield, è solo il più recente. Nel processo a suo carico che l’Alta Corte di Nottingham sta svolgendo in questi giorni, ha negato gli stupri, dicendo di aver solo aiutato il minorenne a superare la difficile situazione che viveva in famiglia. Quella che sembra una semplice giustificazione va però contestualizzata, per comprenderne la gravità. Come se l’abuso di un minorenne dentro la moschea non fosse considerato realmente un reato nelle periferie del mondo islamico. Pure nella ricca Dubai, lo scorso anno, un imam proveniente dal deserto è comparso davanti ai giudici per rispondere dell’accusa di violenze nei confronti di un bambino di 8 anni. «E’ ingiusto, non ho commesso alcun crimine», ha detto al tribunale secondo quanto riportato da Gulf News, confermando che in molti paesi da cui provengono gli imam l’abuso è considerato soltanto un brutto costume. Nel Maghreb qualche imam è finito in Tribunale. Non senza difficoltà da parte delle famiglie, che continuano spesso a tollerare certe situazioni. Ad Algeri, invece, ne sono stati processati ben cinque nel giro di un anno, dopo una grande campagna di sensibilizzazione partita dalla stampa. Idem in Egitto. In Marocco, per sottrarre i bambini al potere degli imam, il re ha cambiato perfino la legge sulla scuola (vedi intervista). Ed ha chiuso alle moschee fai- da-te.
Ora questo fenomeno che ha interessato il Maghreb per decenni si sta spingendo pericolosamente in Europa. In Spagna, l’anno scorso, è stato arrestato un imam accusato di abusi sessuali nei confronti di cinque bambine, a cui dava lezioni di Corano in una moschea di Murcia. Quarantasette anni, marocchino, si era istallato appena l’anno precedente nel sud-est del paese, presso la moschea di El Algar.
Un altro caso in Olanda. In una piccola sala di preghiera un altro predicatore è stato accusato di abusi su una bambina di tre anni e mezzo. Solo nell’agosto 2008 madre e figlia hanno sporto denuncia presso le autorità marocchine.
Se a livello sociale c’è ancora chi nella comunità islamica fatica a dare il giusto peso a certi episodi, la giustizia ha invece ben compreso l’importanza di perseguire casi del genere. Quella olandese, ad esempio, ha fatto sapere di essere intenzionata a richiedere l’estradizione dell'imam accusato di violenze. Che nel frattempo si era rifugiato in Marocco.




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30 gennaio 2011

Caselli si rassegni: ad Arcore di "penale" c’è solo la parola

 Caselli si rassegni: ad Arcore di "penale" c’è solo la parola

di Vittorio Sgarbi

Il procuratore di Torino invoca la condanna di Berlusconi. Ma in ballo non ci sono reati, al massimo gli attributi del Cav. Secondo questi giudici rispettare i diritti significa emettere sentenze sommarie
L’assoluta sicumera con cui alcuni fallaci magistrati sostengono il primato dell’accusa, in un momento in cui le inchieste si manifestano come attentati alle elementari libertà individuali, in un rinnovato clima di inquisizione, contrasta con una infinita serie di errori storici che hanno visto gli accusati e i condannati come simboli positivi.
Nel processo a Socrate la ragione era dalla parte dell’accusa?
E nei processi a Giordano Bruno, Galileo, Pasolini, Braibanti, Gramsci, la ragione era dalla parte dell’accusa?
E nei più recenti processi, accompagnati dall’infamia e dal ludibrio, a Calogero Mannino, Francesco Musotto, Corrado Carnevale, Franco Nobili, Vito Gamberale, la lunga gogna, l’umiliazione di accuse sbagliate è giustificabile, soprattutto senza che nessuno sia stato chiamato a pagare per il suo errore?
Cosa fa dunque pensare che le ragioni dell’accusa meritino comunque rispetto e impongano all’accusato di discolparsi?
Questa esaltazione catartica dell’accusa sembra nascondere una prepotenza religiosa, legata all’ombra del peccato, sulla dimensione laica della giustizia.
Non è contemplato l’errore, e tantomeno il pregiudizio, quasi sempre moralistico.
Un tale atteggiamento si ravvisa nel pensiero del procuratore generale della Corte d’Appello di Venezia, Pietro Calogero, che sembra non sopportare il ribaltamento del ruolo da accusato ad accusatore, tipico delle rivoluzioni culturali (e anche sessuali).
Per lui Caifa ha sempre ragione.
Prevedibile, benché più grave, la posizione di Giancarlo Caselli che, all’inaugurazione dell’Anno giudiziario a Torino, senza il minimo turbamento per avere chiesto e ottenuto il carcere per Calogero Mannino sulla base di accuse rivelatesi inconsistenti, ha sentenziato tetragono: «Come fosse ossessionato dai suoi problemi giudiziari, il presidente Berlusconi nel corso degli anni ha moltiplicato gli interventi per indurre nei più l’immagine della giustizia come campo di battaglia di interessi contrapposti, anziché luogo di tutela di diritti in base a regole prestabilite».
E quale sarebbe la tutela dei diritti secondo Caselli, di grazia?
Allegare 616 pagine di vaniloqui telefonici di ragazze desiderose di essere considerate, aiutate, promosse, anche amate, per una richiesta di perquisizione, senza alcun interesse penale e solo per diffondere un profilo moralmente discutibile dei comportamenti sessuali di una persona, può essere considerata tutela di diritti? E quali? Nell’evidente e prepotente violazione della privacy, senza alcun profilo di reato?
E perfino l’insistenza sulla minore età che non preclude figli, matrimoni e mantenimento, non ostacola doni e regali e neppure rapporti d’interesse che non possono essere in alcun modo fatti coincidere con la prostituzione, soprattutto se si instaurano rapporti di responsabilità e di conoscenza, non è un modo suggestivo per mettere in cattiva luce un antagonista politico con lo stesso discredito che si usò nei confronti di Carnevale?
Le stesse cose ritornano ma non si possono fare i processi sulla base di valutazioni moralistiche dei comportamenti, soprattutto sessuali. La sfera sessuale è sacra e nessuno l’ha vista così oscenamente sfregiata come il presidente del Consiglio.
Con l’assoluta evidenza ben descritta da Maria Giovanna Maglie di un mondo femminile di donne consapevoli e voraci che «prima spolpano il Cavaliere e poi lo sputtanano».
Questo soltanto appare dalle intercettazioni.
E la Maglie conclude, sulla base di quanto si è, con disgusto, letto: «Una considerazione mi scappa, queste sono veramente delle sanguisughe, e la loro giovinezza non può essere un alibi per tanta spolpante irriconoscenza».
Vero è che non c’è nulla di male a desiderare di frequentare e vedere donne giovani e belle.
È ricostituente, perfino una medicina.
Mio padre, novantenne, quando vede una ragazza di vent’anni, riprende vigore e piacere com’è naturale e come era davanti a giovani corpi per Luchino Visconti, per Pasolini, per Balthus, per Socrate, per Platone, per Moravia, per Simenon, per Henry Miller, per Kennedy e per quegli attori americani che hanno confessato la loro sex addiction.
Tutto questo per Caselli è reato e merita di essere condannato non moralmente ma penalmente.
È ingiusto ed eversivo ribellarsi, inaccettabile rivendicare la riservatezza per la sfera privata, ancorché di un premier. Eppure abbiamo combattuto con Pannella e con tutti i difensori delle libertà perché «nessuno tocchi Caino».
Battaglie anacronistiche?
Principi indifendibili per l’idolatria dell’accusa?
Da nessun punto di vista riesco a giustificare questa indagine penale.
Ad evidenza nulla di penalmente rilevante.
E però comincio a capire ora perché essa è stata concepita. È penale perché riguarda il pene.
È per questo equivoco che ne stiamo parlando.
I magistrati di Milano non hanno potuto resistere alla formidabile attrazione del pene.
E lo hanno visto al centro di una vicenda che si muove intorno a quello più simbolico ed emblematico del presidente del Consiglio come rappresentante di tutti gli italiani. Punendo lui hanno inteso punire tutti i peccatori credendo di essere non un tribunale laico ma un tribunale ecclesiastico e hanno voluto mettere in discussione le ragioni del pene.
È in questo senso che la loro indagine è penalmente rilevante.
Ma di pene si tratta, non di pene.




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29 gennaio 2011

La patrimoniale Centoventimila buoni motivi per mandare al diavolo il fallito Amato

 

La patrimoniale Centoventimila buoni motivi per mandare al diavolo Amato
 
di ANTONIO MARTINO

Il primo a essere colpito da questa nuova, grande idea è stato (i casi della vita!) Giuliano Amato che ha indicato quella che, come tutti avrebbero dovuto sapere da sempre, è la soluzione ottima: per abbattere lo stock di debito pubblico, basterebbe un’imposta patrimoniale a carico di tutti gli italiani.
«Il nostro debito totale ammonta a circa 30.000 euro per italiano. Non è così gigantesco. Un terzo di questo debito abbattuto metterebbe l’Italia in una zona di assoluta sicurezza. Significherebbe pagare 10 mila euro a cittadino.
Ma siccome gli italiani non sono tutti uguali, potremmo mettere la riduzione a carico di un terzo degli italiani.
A quel punto sarebbero 30 mila euro per un terzo degli italiani. Magari in due anni. Secondo me è sopportabile».

PANICO DIFFUSO
L’autore di questa strabiliante proposta, prima di essere chiamato a presiedere il prestigioso Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, ha ricoperto importanti incarichi politici. Forse i più giovani non lo ricorderanno, ma nel 1992 fu lui da presidente del Consiglio ad adottare due decisioni che condussero a risultati disastrosi: anzitutto, mancò di onorare i debiti esteri dell’EFIM, il che scatenò la speculazione internazionale contro la lira.
Luigi Spaventa aveva, dalle colonne di Repubblica, messo tempestivamente in guardia il presidente del Consiglio, chiedendogli di revocare la decisione, ma non fu ascoltato. Come se non bastasse, il capo del Governo decise anche di effettuare un prelievo forzoso sui conti correnti degli italiani, con conseguenze non meno gravi.
Il furto ai danni dei depositanti produsse panico diffuso in Italia, indebolì ulteriormente la credibilità internazionale della nostra moneta e penalizzò arbitrariamente persone che si trovavano ad avere in conto corrente soldi non propri (per esempio appartenenti ai loro clienti).
Furono queste due decisioni che scatenarono la speculazione contro la lira che condusse il 16 settembre di quell’anno, la Banca d’Italia a sperperare sessantamila miliardi di lire nel tentativo vano di impedire la svalutazione della nostra moneta. I due responsabili di quell’infausta giornata sono tuttora considerati economisti illuminati: uno, il governatore della Banca d’Italia di allora, è senatore di diritto per essere stato presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi; l’altro, Giuliano Amato appunto, ritiene che i suoi successi passati lo autorizzino a impartire lezioni di politica economica oggi.
CONTI IN TASCA
Venendo al merito della proposta, l’aritmetica di Amato è corretta: nel 2009 il debito pubblico totale è stato pari a oltre 1761 miliardi di euro che, divisi per i quasi sessanta milioni d’italiani, equivalgono a poco meno di trenta mila euro. Tuttavia, la correttezza aritmetica, anche se lodevole, non è sufficiente: dato che Amato parla della popolazione totale e non dei contribuenti, anche solo una piccola aggiunta mostra come la cifra sia lungi dal non essere gigantesca: una famiglia monoreddito di quattro persone dovrebbe far fronte a 120 mila euro di debito. Siamo certi che siano molte le famiglie che possono sborsare quella cifra in due anni?
L’entità del gravame, quindi, non sarebbe affatto lieve né sopportabile. Ma, supponendo che fosse possibile introdurre una stangata tanto micidiale, quali problemi risolverebbe? Il debito pubblico esiste e continua a crescere per l’ovvia ragione che le amministrazioni pubbliche spendono, anno dopo anno, più di quanto incassano.
Fintantoché questi due flussi, di uscite ed entrate, saranno in passivo, il debito continuerà ad aumentare; la riduzione in un sol colpo di un terzo del debito esistente non risolve il problema dei flussi né dell’aumento conseguente dello stock di debito. Serve solo a impoverire le famiglie e le imprese ma non risana stabilmente le pubbliche finanze. Non si vede, quindi, a cosa alluda il Nostro quando blatera di «assoluta sicurezza» per l’Italia.
Infine, pensate a due fratelli: uno, dissoluto giocatore d’azzardo, perde continuamente somme enormi, l’altro laborioso e parsimonioso si vede costretto a pagare i debiti di gioco del primo.
Anche ammesso che il secondo abbuoni al primo un terzo di quanto gli deve, finché questo continua a giocare e perdere, i suoi debiti continueranno a crescere.
L’analogia è ovvia: punire i privati che fanno credito allo Stato e premiare quest’ultimo per la sua dissennatezza non è soltanto controproducente, è anche immorale.
Solo credendo che le spese pubbliche siano sacrosante e i risparmi privati immondi si può sostenere una proposta così manifestamente oscena.




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29 gennaio 2011

Processo per truffa all'ASL Caserta 1.Indagato anche padre di Saviano

Moralisti del cappero.

 
Processo per truffa all'ASL Caserta 1.Indagato anche padre di Saviano

 
Rinviato il processo a carico del padre dello scrittore, ma ci sono nuove prove a carico delle persone indagate da parte della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere. Si è svolta l'attesa udienza a carico delle 27 persone indagate per truffa falso ai danni dell'Asl Ce1. Si infittisce l'aspetto giudiziario della vicenda. LE PERSONE - Luigi Saviano è indagato insieme agli altri dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere che aveva già chiesto ed ottenuta una proroga delle indagini, per associazione, falso truffa, ricettazione, corruzione e anche concussione. Nomi insospettabili fra cui proprietari di alcuni centri di radiologia di Caserta come Aniello Morrone ed Antonio Ginolfi, ma anche medici-politici del capoluogo di provincia fra cui Vincenzo Graziano di Tuoro, Pietro Susia e Maddalena Fois di Caserta parente stretta del presidente dell’ordine dei medici della provincia di Caserta, ma anche il figlio di Ermes Tornatore, Luca Luigi. Insieme a loro sono finiti anche sotto inchiesta Eugenio Ciaraffa di Orta di Atella, Angelo De Laurentis di San Cipriano D'Aversa, Eduardo Giannini di Napoli, Vincenzo Matrunola di Rocca d’Evandro, Mario Meer di Napoli, Alberto Migliaccio di Napoli, Paolo e Renato Morrone figli di Aniello Morrone di Caserta, il funzionario Carlo Pacifico di Caserta, Antonio Pascale di Pietravairano, Franco Rendano di Napoli, Rosa Robertazzo di Napoli, Domenico Sabatini di Bacoli, Luigi Saviano di Frattamaggiore, Tartaglione Angela di Nocera Inferiore.
IL FATTO - Il tutto nasce da una truffa all'azienda sanitaria locale. In sostanza i medici delle Asl di Caserta e Napoli avrebbero eseguito delle impegnative relative ad alcune analisi cliniche nei confronti di pazienti che non si erano mai recati dal medico di famiglia, ma erano stessi i professionisti - non tutti, ma alcuni di loro - che indirizzavano i pazienti ai centri riconosciuti e alle case di cura. Impegnative che erano inviate alle Asl che emetteva i pagamenti. I fatti contestati si riferiscono agli anni 2000/2004 . E’ il secondo filone dopo quello che già qualche anno addietro aveva visto altrettanti medici di Caserta, Napoli e centri poliambulatori specialistici della provincia e regione sotto inchiesta per aver eseguito, secondo la Procura di Santa Maria Capua Vetere, false impegnative. Per questi motivi i magistrati sammaritani avevano chiesto la proroga di altri sei mesi per continuare le indagini sul filone "sanitario" nato da un’altra inchiesta satellite a Caserta.
 




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29 gennaio 2011

Ipocrisia in toga.Chiedono "più riserbo". E poi sputtanano alla grande



                          

 

Ipocrisia in togaChiedono "più riserbo". E poi sputtanano alla grande 
 
 FILIPPO FACCI

Tanto varrebbe abolirle, queste pompose cerimonie dense di solenni auspici dei quali i destinatari se ne fregano regolarmente. È tutto l’anno, che è giudiziario: quello politico, istituzionale, mediatico, quello che in realtà viene inaugurato a settembre e dovrebbe essere officiato solennemente da tutti i suoi protagonisti: presenti i magistrati - certo - ma anche i politici, e i ministri, i giornalisti, i conduttori televisivi, insomma tutti gli attori del serial che prosegue da una vita. Berlusconi con la Boccassini, Santoro con Di Pietro, Bocchino con Ghedini: dovrebbero intervenire tutti alla cerimonia tra frizzi e lazzi, strizzando l’occhio al pubblico come per dire: vi faremo divertire anche quest’anno, a però anche quest’anno, ahinoi, scusateci, saremo costretti a rinviare l’ordinaria amministrazione di un Paese, la normalità democratica,  l’equa divisione del poteri, queste cose. 

Ormai è surreale che si celebri questa messa mentre attorno scoppiano le granate: sembra l’ora del te chiamata in mezzo a un’orgia cannibalesca. Non c’è da prendersela con Vitaliano Esposito, il procuratore generale della Cassazione cui è toccato aprire la cerimonia e ripetere stancamente sempre le stesse-stesse-stesse cose: che la giustizia è al fallimento, che i tempi della giustizia eccetera, che manca questo e quest’altro, che l’organico bla bla. Ma lui queste cose deve dirle, fa soltanto il suo dovere, no? Ed è per dovere, chiaro, che anche quest’anno ha ripetuto la nenia del «dovuto riserbo» cui le toghe dovrebbero attenersi, e chi non lo fa «non si rende probabilmente conto che una notizia o un giudizio da lui riferita o espresso, data la funzione svolta, assume una rilevanza tutt’affatto diversa da quelli provenienti dalla generalità dei cittadini». E già, il problema è che il magistrato non se ne rende conto: ecco perché «al riserbo», ha detto il procuratore generale, «non sempre i magistrati si attengono». Davvero? Gli risulta questo? Tranquilli, il solito colpo al cerchio precede il solito colpo alla botte: «Questo non vuol significare una limitazione della libertà di manifestazione del pensiero, garantita dall’art. 21 della Costituzione a tutti i cittadini; si vuol solo segnalare la necessità di riserbo, equilibrio e prudenza, ai quali deve essere improntato il comportamento dei magistrati anche fuori dall’esercizio delle funzioni».

Oh, dopo queste parole cambierà certamente tutto. Sono parole identiche a quelle ripetute come mantra a ogni Anno giudiziario, ma chissà, magari è la volta buona. E non dite che stesse riferendosi alla Procura di Milano e allo storico colabrodo che rende superfluo, ormai, separare l’irrilevante dal penalmente rilevante, le inchieste dai processi, i colpevoli dai prosciolti: è chiaro che non parlava di Boccassini e company. Sentite questa, per capirci: «La giustizia non ha bisogno di audience, ma di fiducioso rispetto», perché «desta perplessità» la partecipazione a talk show dove si ricostruiscono delitti alla «ricerca di una verità mediatica diversa da quella processuale». E ancora: «il Diritto non si applica nel dibattito sui media», altrimenti si incorre in «sanzioni disciplinari». Anche queste parole sono state pronunciate all’inaugurazione dell’Anno giudiziario: ma a quello dell’anno scorso. E l’anno scorso, poi, il ritornello fu lo stesso: è chiaro che non ci si riferiva a questo e quello, si parlava in generale. Cioè a nessuno, come quest’anno e come sempre: sono vacue dichiarazioni d’intenti che fotografano soltanto, nelle forme e nei toni,  la sacralità con cui la magistratura ammanta la propria separatezza dalla realtà. È il trionfo delle parole separate dai fatti, com’è sempre accaduto e come pure accadrà anche ’stavolta. I magistrati italiani, negli anni, hanno detto ogni cosa, fatto ogni piazzata, diffuso ogni cartaccia, scaldato ogni platea possibile scatenando le più varie reazioni: e mai una sola volta sono stati seriamente incolpati e puniti. Non lo sono stati per l’azione disciplinare promossa infinite volte dai ministri guardasigilli degli ultimi vent’anni, figurarsi se si è mai mosso seriamente il Csm. Cane non mangia cane, magistrato non punisce magistrato: però, ecco, fanno dei bellissimi discorsi alle aperture degli anni giudiziari.

Di importanti e sterili raccomandazioni pronunciate in occasioni analoghe, andando indietro negli anni, se ne trovano quante ne volete: e tutti ogni volta ad annuire, come no, certo, bravo, ha ragione. Seguiva qualche titolino di giornale. La reprimenda più dura, a proposito di paventati illeciti disciplinari,  forse rimane quella del 1994 a opera del procuratore generale presso la Corte Cassazione Vittorio Sgroj. Sentite un po’: «Ogni giorno», parole sue, «si assiste a una serie di condotte che, se non provenissero da magistrati che vanno spesso sui giornali, potrebbero interessare i titolari dell’azione disciplinare … In Italia esistono magistrati intoccabili che possono aver acquisito una immunità disciplinare per aver acquistato benemerenze. Mi chiedo quanto il titolare dell’azione disciplinare possa ritenersi libero di esercitarla senza essere accusato di ritorsione». Non male, considerando che era il 1994 e che Vittorio Sgroi , dato il suo ruolo, era peraltro il titolare dell’azione disciplinare. I giornali titolarono: «In Italia esistono magistrati intoccabili». E quali? È semplice, dati alla mano: tutti. Se poi sono milanesi, vabbeh.




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29 gennaio 2011

Bunga Bunga?













Sciarelli-Woodcock



LA SINISTRA MORALE 






                                       Sabrina, ora e sempre - ... metteva in subbuglio l'intero Paese





 









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28 gennaio 2011

Bene.Omicidio Sanaa, nessuno sconto di pena Confermati trent'anni al padre omicida

 


Confermata la condanna in primo grado
Omicidio Sanaa, nessuno sconto di pena Confermati trent'anni al padre omicida 
 
Trieste - (Adnkronos) - La Corte d'Appello di Trieste non ha accettato la richiesta di una riduzione della pena per il marocchino El Katawi Dafani che sgozzò la figlia diciottenne a Montereale Valcellina perché amava un italiano. Carfagna: "Giustizia è fatta". Sbai: "Una sentenza esemplare"




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28 gennaio 2011

Il libro della settimana: Lepanto La battaglia dei tre imperi

 

                       

Il libro della settimana: Lepanto La battaglia dei tre imperi

Autore: Alessandro Barbero  Edizioni: Laterza

"Non appena in Occidente si sparse la voce della prossima uscita della flotta turca, papa Pio V decise che quella era l'occasione buona per realizzare un progetto che sognava da tempo: l'unione delle potenze cristiane per affrontare gli infedeli in mare con forze schiaccianti, e mettere fine una volta per tutte alla minaccia che gravava sulla Cristianità. Quando divenne sempre più evidente che la tempesta era destinata a scaricarsi su Cipro, il pontefice, volle affrettare i tempi. È la primavera del 1570. Un anno e mezzo dopo, il 7 ottobre 1571, l'Europa cristiana infligge ai turchi una sconfitta catastrofica. Ma la vera vittoria cattolica non si celebra sul campo di battaglia né si misura in terre conquistate. L'importanza di Lepanto è nel suo enorme impatto emotivo quando, in un profluvio di instant books, relazioni, memorie, orazioni, poesie e incisioni, la sua fama travolge ogni angolo d'Europa. Questo libro non è l'ennesima storia di quella giornata. È uno straordinario arazzo dell'anno e mezzo che la precedette. La sua trama è fatta degli umori, gli intrecci diplomatici, le canzoni cantate dagli eserciti, i pregiudizi che alimentavano entrambi i fronti, la tecnologia della guerra, di cosa pensavano i turchi dei cristiani e viceversa.




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28 gennaio 2011

La Boccassini, Salvatore Cancemi e la favola di Berlusconi mafioso


Roma, 28 gen (Il Velino) - Ieri è morto Salvatore Cancemi, il più famoso e il più bugiardo dei mafiosi “pentiti”. Pochi giornali ne hanno dato notizia e con poche righe, e nessuno ha ricordato che è con lui che è cominciata la favola dei professionisti dell’antimafia su Silvio Berlusconi “mafioso”, o addirittura mandante dell'assassinio di Giovanni Falcone, e che tutto cominciò con l’interrogatorio che a Cancemi fece il pm Ilda Boccassini, distaccata da Milano a Caltanissetta per indagare sulla strage di Capaci e sull’assassinio di Giovanni Falcone. Ecco come noi raccontammo, all’epoca, l’incredibile vicenda.

La prima volta di Ilda Boccassini con Silvio Berlusconi è stata sedici anni fa, il 18 febbraio del 1994, quando il pm, distaccata da Milano in Sicilia dopo la strage di Capaci per indagare sull’assassino di Giovanni Falcone, interroga Salvatore Cancemi, che è stato il primo mafioso componente della “Cupola” di Cosa nostra a “pentirsi”. L’interrogatorio della Boccassini è una tesi di laurea e meriterebbe di essere adottato come testo di studio nei seminari di Magistratura democratica. Anche Cancemi nel suo ruolo è un fenomeno, e lo è due volte: perché è il primo mafioso che si è pentito prima di essere catturato (bussò all’alba alla porta della caserma dei carabinieri), ed è anche l’unico che ha restituito un po’ dei soldi rubati (li fece ritrovare in Svizzera, sotterrati sotto un albero). Solo che per mesi Cancemi non racconta niente, non dice nemmeno che ha partecipato personalmente alle stragi di Capaci e di via D’Amelio: “Il mio pentimento - dirà quando lo scopriranno per le rivelazioni degli altri pentiti - è come una vite arrugginita che si svita lentamente e a fatica…”. E chi comincia a svitarla, dopo sette mesi da quando Cancemi si è costituito, è proprio la Boccassini.

La prima domanda della Boccassini a Cancemi è questa: “Lei nei precedenti verbali ha riferito di aver saputo da Ganci Raffaele che Salvatore Riina prima che venisse ucciso il giudice Falcone avrebbe avuto un incontro con persone importanti. Conferma questa circostanza…”. Cancemi conferma. La Boccassini gli chiede chi sono o chi potrebbero essere queste “persone importanti”. Cancemi risponde che Ganci non gli ha mai fatto nomi e che lui “non ne ha mai saputo né in quella occasione né successivamente i nominativi”. Ma più avanti, mentre si sta parlando d’altro, le presunte mazzette (il “pizzo”) che la Fininvest avrebbe pagato a Cosa nostra per evitare che le facessero saltare in aria le attenne delle sue televisioni, rispondendo a una domanda che stranamente non figura nel verbale, Cancemi ha un’intuizione: “Non credo – dice - che il pagamento di quella somma annuale costituiva una specie di pizzo… C’era qualcosa in più, io l’avevo intuito perfettamente…”. Qualcosa in più del pizzo: ma che cosa? Cancemi, che ha solo la terza elementare, ha intuito qualcosa, ma non sa che cosa. La Boccassini, che è più istruita, lo soccorre: “Lei ricorda se nel maggio del 1992, e cioè dopo che lei apprese dal Biondino Salvatore che Falcone doveva essere ucciso, e prima della morte di quest’ultimo, ha avuto ancora modo di assistere alla consegna di questa specie di pizzo…”. E Cancemi pronto: “Sì, certamente, ci fu una consegna di denaro due mesi prima, più o meno, della morte di Falcone…”.

La prima pietra è stata posta. Il pizzo che Berlusconi avrebbe pagato alla mafia non era un pizzo, ma un vero e proprio finanziamento, e Berlusconi ha finanziato Cosa nostra anche alla vigilia della strage di Falcone. Resta solo da accertare chi sono le “persone importanti”che Totò Riina ha incontrato prima di dare l’ordine di uccidere il giudice. Purtroppo, dopo lo storico interrogatorio, la Boccassini lascia la Sicilia e se ne torna a Milano, e la vite di Cancemi nelle mani di Caselli e compagni si inceppa di nuovo. Solo dopo due o tre anni Cancemi si ricorda di una “missione” che Riina gli avrebbe affidato qualche anno prima della strage, quella di ordinare a Vittorio Mangano, il famoso “stalliere”di Arcore, di non occuparsi più dei rapporti con la Fininvest, perché ormai Berlusconi e Marcello Dell’Utri - avrebbe detto Riina a Cancemi - sono direttamente “nte manu”, nelle mani di Riina. Passano un altro paio d’anni, siamo alla vigilia delle elezioni europee, e Cancemi fa sapere agli inquirenti che partendo da quella lontana “intuizione” stimolata dalla Boccassini cinque anni prima è arrivato a una “deduzione logica”: se Berlusconi finanziava Cosa nostra, se l’ha finanziata fino alla vigilia della strage, se intanto Riina aveva ’nte manu Berlusconi e Dell’Utri e in quella vigilia ha incontrato le “persone importanti”, queste non potevano che essere Berlusconi e Dell’Utri. La bomba doveva esplodere il 10 giugno del ’99, tre giorni prima della domenica elettorale per l’Europa, all’udienza già convocata per il processo per la strage di via D’Amelio. Per un improvviso impedimento dei pm di Caltanisetta (ma forse la vera ragione è in uno scrupolo preelettorale del procuratore di Caltanissetta), l’udienza slitta di sette giorni, al 17 giugno, ad elezioni e a scrutinii consumati. Cancemi recita ugualmente il suo numero e dà un ulteriore strappo alla vite, passando dalla intuizione alla deduzione logica, e dalla deduzione logica alla testimonianza diretta oculare e auricolare (“le persone importanti erano Berlusconi e Dell’Utri, i nomi li ho sentiti con le mie orecchie mentre Riina li diceva a Gangi”). Ma la bomba scoppia a vuoto, le polveri sono bagnate dal successo elettorale di Forza Italia: Berlusconi ha avuto tre milioni di preferenze e Dell’Utri è stato eletto al Parlamento europeo. L’unico risultato è che si incazza anche il presidente della commissione parlamentare antimafia, il socialista Ottaviano Del Turco: ma dove siamo arrivati, un pentito screditato (nel frattempo Cancemi è stato dichiarato “altamente inattendibile”nelle sentenze di quattro tribunali ed è stato persino condannato all’ergastolo, unico caso per un pentito) per deduzione logica accusa di strage il capo dell’opposizione... E chiede al ministero degli Interni il verbale della riunione dello speciale comitato che ha rinnovato il contratto di collaborazione a Cancemi proprio alla vigilia del suo interrogatorio. La bomba che doveva impedire a Berlusconi di vincere le elezioni ha minato il palazzo costruito con tanta fatica negli anni partendo dalla prima pietra della Boccassini.

Ci sarà ancora qualche penoso e velleitario tentativo di puntellare il mostruoso marchingegno, qualche altra “rivelazione” de relato dei pentiti, altri “ragionamenti”di inquirenti che, come gli ultimi giapponesi, non si sono resi conto di aver perso la guerra, la clamorosa e ridicola gaffe del pm al processo per la strage di via D’Amelio (“è sufficientemente provato - gli scappa detto durante la requisitoria, proprio così: sufficientemente - il contatto tra Berlusconi e Riina”), subito sconfessato dallo stesso procuratore, e poi l’ultimo atto, in silenzio e alla chetichella, la richiesta di archiviazione di ieri. In silenzio e alla chetichella per due ragioni: perché si vergognano di ciò che hanno tentato di fare in questi sette anni contro Berlusconi “stragista”, ma anche perché temono che ora gli si chieda conto di ciò che invece non hanno fatto, di ciò che non hanno indagato. Perché agli atti dei processi, e anche agli atti del processo Andreotti, le tracce di “mandanti occulti” dietro le stragi ci sono, e come, ma portano in tutt’altra direzione di quella da loro così spericolatamente intrapresa. “Non avremmo mai potuto processare Andreotti - hanno detto i pm - se non fosse stato versato il sangue di Giovanni Falcone”. E ancora, gli stessi pm: “Il processo ad Andreotti doveva essere fatto prima, molto prima, quando è stato ammazzato il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, e un pentito accusò come mandante l’uomo di Andreotti in Sicilia, l’onorevole Salvo Lima, ma Falcone non gli volle credere e, invece di incriminare Lima e avvisare di reato Andreotti, incriminò per calunnia il pentito... “. E Giovanni Brusca, quando era ancora dichiarante in attesa del contratto di protezione: “Quando fu che si cominciò a lavorare per l’uccisione di Falcone, ci siamo visti con Totò Riina e alcuni altri della commissione. Ci siamo visti e dice: ‘Speriamo che succeda ora, speriamo che succeda ora’. Perché? Perché in quel periodo si doveva eleggere il presidente della Repubblica e si faceva il nome di Andreotti, al che Riina dice: speriamo che riesca ora questo fatto di Falcone, in maniera che ad Andreotti ‘ci facemu fari nuautri u presidente da Repubblica’, cioè nel senso che se a quel momento succedeva come in effetti poi è successo, Andreotti non è stato fatto, cioè come prima regalo ad Andreotti, come si suol dire in siciliano con una fava ho preso due piccioni, cioè ho ucciso il dottor Falcone e nello stesso tempo con la reazione ad Andreotti non gliel’ho fatto fare…”. Il pentito che accusa Lima dell’assassinio di Mattarella, ma viene bloccato da Falcone; l’uccisione di Lima, ma non basta ancora a frenare la corsa di Andreotti; la strage di Falcone, la mancata elezione di Andreotti al Quirinale, il processo ad Andreotti e alla Dc: questa è la sequenza dei fatti. Altro che le intuizioni di Salvatore Cancemi.

(Lino Jannuzzi) 28 gen 2011 12:3




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28 gennaio 2011

Il transfascista perchè tace?

              

FINI PERCHE' TACI?


di Andrea Indini

Le carte sulla casa di Montecarlo parla chiaro. Gli italiani si aspettano che Fini mantenga fede alla promessa fatta. Ma il laeder del Fli tace ancora...
Le carte incastrano Fini: ora deve lasciare. E' l'epilogo: il timbro ufficiale arriva da Santa Lucia. Ora anche il Corriere chiedere le dimissioni del leader Fli: "In queste condizioni la casa Italia non può essere amministrata decorosamente".
 
Milano - Dopo la tempesta il silenzio. Non una parola. Da Santa Lucia sono arrivate le carte che provano che Giancarlo Tulliani è il proprietario della casa di Montecarlo. Ma dal presidente della Camera, Giancarlo Fini, neanche un cenno di risposta. Alla fine anche il Corriere della Sera ha rotto ogni indugio e ha chiesto nel fondo di Sergio Romano le dimissioni del leader di Fli dalla presidenza di Montecitorio. "Il vero problema - ha scritto oggi l'editorialista - è se la casa Italia, in queste condizioni, possa essere decorosamente amministrata nell'interesse di coloro che la abitano". Ma tutto tace. Gli italiani ora si aspettano che Fini mantenga fede alla promessa fatta il 25 settembre: "Se dovesse emergere che la casa di Montecarlo è di Tulliani, allora mi dimetterò". Ora che è stato provato, ci si aspetta una mossa. 
Il ruolo di presidente della Camera Al tempo il Giornale era stato accusato di dossieraggio. Al tempo si diceva che l'affaire monegasco altro non fosse che una montatura. Al tempo si accusava il nostro quotidiano di inseguire fantasmi in estate, quando le notizie scarseggiano. I colonnelli del Fli avevano addirittura puntato l'indice accusandoci di una macchinazione creata per demolire Fini. I fatti ora dimostrano il contrario. Da Santa Lucia sono arrivate le carte (autentiche) che provano che "le società off shore coinvolte nella compravendita della casa monegasca sono di Giancarlo Tulliani". Ora è tutto nero su bianco. L'inchiesta è chiusa. Ad accorgersene c'è pure Romano che sul Corsera si interroga sul ruolo del presidente della Camera partendo da quel 25 settembre 2010 in cui proprio Fini "disse che se la casa, venduta dal suo partito, fosse risultata appartenere al fratello della sua compagna, non avrebbe esitato a dimettersi". Ma le dimissioni tardano ad arrivare.
Le prove incastrano Fini Il video parla chiaro. E ora che le prove ci sono il leader di Futuro e Libertà difficilmente potrà evitare di farci i conti. Secondo Romano, infatti, "corriamo il rischio di impelagarci in una situazione in cui le sorti di una delle maggiori cariche istituzionali italiane dipendono da fattori estranei alle esigenze della vita politica nazionale". In realtà, non corriamo il rischio. E' già così. Un problema che da alcuni mesi a questa parte i parlamentari di Pdl e Lega chiedono allo stesso presidente Fini di affrontare in un dibattito aperto in Transatlantico. Dibattito che l'ex An ha sempre censurato. Da quando Fini si è messo fuori dal partito e dal governo, infatti, il suo ruolo è divenuto incompatibile con le sue funzioni istituzionali. "Certi sdoppiamenti sono da evitare - si legge sul Corriere - ma i regolamenti parlamentari  non permettevano di obbligarlo alle dimissioni e la prova di una promessa dipende, dopo tutti, dal modo in cui è mantenuta".
La credibilità di Fini Sergio Romano invita Fini a "chiedersi se le circostanze gli consentano di esercitare questa funzione nel miglior modo possibile". Secondo il governo e la maggioranza la risposta è "no". Lo dimostra l'impasse che si è venuta a creare nel Copasir, dove con un colpo di mano Fini è riuscito a dare la maggioranza all'opposizione. Lo dimostrano le secche e ripetute minacce al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a "dimettersi" dopo il fango del caso Ruby. "Ogni sua decisione istituzionale - avverte anche Romano - nelle prossime settimane, potrebbe diventare ragione o pretesto di sospetti e accuse". Il calendario dei lavori, la durata dei dibattiti e il diritto di parola di un deputato. E ancora: i tempi di una singola interrogazione."Tutto ciò che rappresenta il lavoro quotidiano di un presidente della Camera - chiarisce Romano nel suo editoriale - portrebbe trasformarsi in materia di contestazione e complicare ulteriormente la situazione politica".
Le dimissioni diventano doverose La promessa fatta con tutti gli italiani non lascia più spazio a tentennamenti. Le prossime mosse del presidente della Camera e leader di uno dei partiti d'opposizione non sono però scontate. Fini potrebbe infatti fare fintache le carte di Santa Lucia non esistano e andare avanti a fare politica dallo scranno più alto di Montecitorio. Oppure potrebbe decidere di dimettersi e tenere fede alla parola data ai cittadini il 25 settembre scorso. Nel frattempo, però, Montecitorio resta nelle sue mani. E i lavoro parlamentari rischiano di essere viziati. "Il vero problema - chiarisce Romano - è se la casa Italia, in queste condizioni, possa essere decorosamente amministrata nell'interesse di coloro che la abitano".




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28 gennaio 2011

Tutti in piazza contro lo strapotere della magistratura che non paga mai per i suoi errori che fa politica e l’antistato

 

Cavaliere furioso: il Pdl va in piazza il 13 febbraioBerlusconi: "Santoro vergognoso, tanto vale abolire l'autority". Manifestazione a Milano: "Non cedo di un millimetro"

Il popolo del Pdl in piazza a Milano il 13 febbraio, per sostenere Silvio Berlusconi e respingere l'assalto della magistratura. E' lo stesso premier a chiamare a raccolta i suoi e il momento non è casuale. Nelle ultime ore, le altre indiscrezioni sul caso Ruby e, a ruota, un'altra puntata di 'Annozero' travolta dalle polemiche.
"Bisognerebbe dire agli italiani di non pagare più il canone perchè la maggioranza ha votato Silvio Berlusconi ed è costretta a vedere sul servizio pubblico dei processi mediatici e non si vede rappresentata" in una "trasmissione scandalosa, vergognosa e non più tollerabile". Così il premier avrebbe commentato a caldo il programma di Raidue con alcuni presenti a una cena in un albergo di via Veneto, ieri sera, alla festa della deputata Pdl Micaela Biancofiore. Secondo Berlusconi sarebbe in atto "un vero e proprio processo mediatico che porta a una dittatura". L'amarezza del premier è grande, tanto che si sarebbe lasciato andare ad uno sconfortato commento: "Togliamo l'autority per le comunicazioni, non serve a nulla...".
Non è escluso che il premier abbia avuto dei contatti con il direttore generale della Rai, Mauro Masi, che iera sera ha telefonato in diretta a Michele Santoro.
Per il Cavaliere serve, dunque, una reazione di piazza. "Non cedo di un millimetro, gli italiani sono con me - ha ripetuto ai suoi -, tutti devono prendere posizione perchè sia chiaro che io non ho fatto nulla di male". Contro Santoro, contro gli abusi della magistratura, e magari pure contro Gianfranco Fini. Non è un caso, infatti, che la manifestazione milanese sia stata fissata per il 13 febbraio, giorno in cui il presidente della Camera e leader Fli presiederà il congresso fondativo del suo partito.




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sfoglia     dicembre   <<  1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6  >>   febbraio


 

                                         
 



Non andare in giro dicendo
che il mondo ti deve dare da vivere.
Il mondo non ti deve dare nulla :
era lì prima che tu arrivassi.

 

 

ControCorrente

Movimento d'opinione
che si propone di premiare
dare fiducia a persone
e politici che siano
garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore.
Sono garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore:
 
 
Vota:Berlusconi,Angelilli

 
    
 

     

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fiamma Nierenstein
 
 

No alla Ue




ORIANA FALLACI



Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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