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30 novembre 2010

Ora tutti sanno che l’Iran fa davvero paura

 

Wikileaks: ora tutti sanno che l’Iran fa davvero paura

Le carte della diplomazia americana dicono che il mondo arabo teme il regime di Ahmadinejad quanto Israele. Adesso che cosa farà chi ha protetto Teheran e i suoi progetti per troppi anni accusando sempre e solo Gerusalemme?

Dopo Wikileaks, salvo nuove rivelazioni, Israele guarda e annuisce contento: il mondo arabo ha molta più paura dell’Iran di quanta ne abbia Israele e non fa che chiedere agli americani di porre fine alla minaccia degli Ayatollah con qualsiasi mezzo. Il primo ministro Bibi Netanyahu ha persino commentato: «Se i leader dicessero la verità su chi è il loro peggiore nemico, invece che ripetere il solito ritornello anti-israeliano, la pace si potrebbe fare molto in fretta». Ahmadinejad ha a sua volta fatto sapere che per lui quelle dichiarazioni non contano nulla. Eppure, che tempismo, sembra aver ispirato una dichiarazione del suo ospite a Teheran Sa’ad Hariri, premier libanese, che ha dichiarato di corsa che non si unisce a nessun rifiuto del progetto atomico del suo amico.

Si sapeva, certo, che i cosiddetti Paesi arabi moderati sono preoccupati dell’aggressività dell’Iran fino a programmare la costruzione in proprio di strutture nucleari contro quelle di Ahmadinejad. Ma la cosa era stata sempre sussurrata, rimanendo legati a una certa fedeltà panislamica, per non urtare il proprio pubblico estremista e antiamericano. Ma adesso, mentre Meir Dagan, capo del Mossad, risulta aver suggerito di abbattere gli Ayatollah finanziando le opposizioni curde e dei baluci, gli arabi, secondo ciò che Wikileaks rovescia nei nostri computer, hanno proprio gridato dagli spalti: «diamogli giù», chiedendo agli americani di abbattere il regime. Insomma, hanno chiesto agli Usa un atteggiamento molto più aggressivo di quello che Israele abbia mai suggerito. Persino Ehud Barak ha semmai suggerito nel 2009 che c? erano solo 18 mesi per bloccare l’Iran. Tempo scaduto.

Imbarazzante? Parecchio per il mondo islamico, e infatti la stampa e le tv dei Paesi arabi ieri si sono tenute basse su Wikileaks, salvo il regime palestinese che ha negato che Israele abbia intrapreso la guerra di Gaza dopo averne informato Abu Mazen e il Cairo.

I re e i rais invece non smentiscono le voci sull’Iran. E sono tante: il re saudita Abdullah ha «frequentemente esortato gli USA ad attaccare l’Iran così da metter fine a al suo programma nucleare» e da «tagliare la testa del serpente».

Il re Hamad del Bahrain, Paese a maggioranza sciita, in una riunione del Centcom, il comando centrale americano responsabile del Medio Oriente, ha chiesto direttamente al generale David Petraeus che si agisca per «porre fine» («terminate» in Inglese) al programma nucleare iraniano. La Giordania ha detto che la forza nucleare dell’Iran può mettere in mano alla Fratellanza Mussulmana un ombrello per qualsiasi azione violenta e quindi conviene farla finita. Gli egiziani hanno menzionato l’ombrello iraniano di Hezbollah nel suo piano eversivo per colpire l’Egitto stesso.

Anche Hamas è citata come forza pericolosa dipendente dall’iraniano. Insomma, tutto quello che Israele ripete sempre; e, anche se il primo ministro israeliano si è beccato da Mubarak un «charming e intelligente, ma non mantiene le promesse», anche se Dagan ha definito «noioso» il re del Qatar e ha affermato che «il re del Marocco non ha voglia di governare», Israele esce dalla vicenda di Wikileaks, almeno per ora, senza macchia seria, con un certificato di moderazione, e soprattutto con un timbro di credibilità: fino ad oggi, se lo diceva solo Israele che il leader iraniano è un nuovo Hitler e che la bomba atomica è quasi pronta, si trovavano parecchi pronti a fare spallucce. Oggi si è appresso che Hitler è il soprannome di Ahmadinejad presso un gran numero di diplomatici. Che la bomba sia vicina lo testimonia un’ansia generalizzata che possiamo senz’altro immaginare ispirata da informazioni selezionate.

La certificazione della mobilitazione panaraba sull’Iran diventerà più esplicita oppure, per la foga di negarla, i re e i rais metteranno in scena le solite intemerate antisraeliane? La marea mediatica elettronica getterà una luce di verità nei rapporti fra Paesi musulmani e fra loro e il resto del mondo? Si ripete a pappagallo, sempre, che il peggiore nemico degli arabi è Israele, che il maggior problema è la questione palestinese. Invece è l’Iran; lo sapevamo, ma non sapevamo che questo pensiero è al posto di comando e che, parlando con gli americani, non si maledica Netanyahu, ma Ahmadinejad.

Quindi, la politica di Obama della mano tesa verso l’Iran non facilita, ma complica i rapporti con il mondo islamico moderato. Più delle sanzioni. Per noi, che abbiamo col mondo arabo buoni rapporti, un’indicazione strategica interessante.

Fiamma Nirenstein




permalink | inviato da Controcorrente il 30/11/2010 alle 16:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


29 novembre 2010

Wikileaks: spioni manovrati o terroristi del bit?

 

 

Wikileaks dirama 250 mila dispacci trasmessi dalle ambasciate degli Stati Uniti nel mondo negli ultimi 40 anni, scelti fra 2 milioni circa trafugati. Che si tratti di un atto di terrorismo elettronico che mette a repentaglio la sicurezza internazionale o della manovra di qualche servizio segreto che vuole scatenare una guerra, di sicuro la trasparenza e lo sviluppo della democrazia non c'entrano


di Rodolfo Casadei

 

Un atto di terrorismo elettronico che compromette la sicurezza internazionale e meriterebbe la forca? La manovra di qualche servizio segreto che mira a provocare una guerra o un colpo di Stato? Una benemerita operazione di trasparenza salutare per la democrazia e la crescita dello spirito civico in tutto il mondo? Dei tre ipotetici giudizi che si potrebbero formulare sulla rivelazione, da parte del sito Wikileaks e di alcune delle più importanti testate giornalistiche, di 250 mila dispacci trasmessi dalle ambasciate degli Stati Uniti nel mondo negli ultimi 40 anni, scelti fra 2 milioni circa trafugati, l'unico da escludere a priori è il terzo.

 

La corrispondenza diplomatica ha diritto alla riservatezza quanto e più di quella privata, perché da essa dipende la sicurezza pubblica, e nella maggior parte dei paesi occidentali esistono leggi che regolano la declassificazione di questi documenti dopo un certo numero di anni, allorchè gli archivi vengono aperti a tutti. Il materiale in questione proviene inoltre da un solo paese, gli Stati Uniti, cosa che produce un vantaggio indebito per gli Stati suoi concorrenti nella lotta per una maggiore influenza a livello mondiale, e non si tratta sempre di Stati più liberi e rispettosi dei diritti umani: anzi.

 

Che le recenti rivelazioni non possano essere solo il prodotto dell'azione di militanti del diritto all'informazione e diplomatici o alti gradi militari presi da crisi di coscienza (o più semplicemente felloni) è convinzione che ha i tratti della certezza morale. Così come quella che dietro l'inafferrabile Julian Assange si celino uno o più servizi segreti che avrebbero aiutato un sito Internet sull'orlo della bancarotta a diventare uno strumento di destabilizzazione internazionale eccezionalmente ben informato e il suo fondatore un'inafferrabile primula rossa.

 

Wikileaks non applica a se stesso i princìpi di trasparenza integrale che pretende per la diplomazia internazionale, e questo rende legittimo ogni sospetto. Fra le testate coinvolte nell'operazione, El Pais, che non conosce il senso del ridicolo, scrive che «la pubblicazione di queste informazioni e la trasparenza migliorano la salute delle democrazie»; con meno ipocrisia Le Monde si giustifica così: «A partire dal momento in cui questa massa di documentazione è stata trasmessa, sia pure illegalmente, a WikiLeaks, e dunque poteva in qualunque momento diventare di dominio pubblico, Le Monde ha giudicato che fosse suo compito prendere conoscenza di questi documenti, farne un'analisi giornalistica e metterla a disposizione dei suoi lettori».

 

Una giustificazione che si potrebbe tollerare a una sola condizione: che i media internazionali indaghino su Wikileaks e le sue diramazioni con tenacia pari al cinismo con cui hanno messo a disposizione le loro pagine a un atto di pirateria politica internazionale che potrebbe sfociare in guerre catastrofiche. Una possibilità sempre incombente quando grandi idealisti come Assange e grandi cinici come i dirigenti delle centrali dello spionaggio e del controspionaggio scoprono di avere interessi

 

http://www.tempi.it/esteri/0010553-wikileaks-spioni-manovrati-o-terroristi-del-bit in comune.




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29 novembre 2010

Correva l'anno 1992. Ed era il 2 giugno, festa della Repubblica. Fu in quell'occasione che ci fecero la festa.

 

C'era una volta un piccolo Naviglio (Britannia Story)

Correva l'anno 1992. Ed era il 2 giugno, festa della Repubblica. Fu in quell'occasione che ci fecero la festa. Il panfilo Britannia navigava nelle acque tirreniche al largo di Civitavecchia. Sempre in quella data, Mario Draghi, allora funzionario del Tesoro, salì sul Britannia, il panfilo della Regina strapieno di banchieri della City londinese e non solo. Era stato dato l'ordine delle privatizzazioni, e la finanza internazionale voleva mettere le mani sui nostri gioielli industriali.
L'attacco speculativo contro la lira fu scatenato dal "filantropo" Georges Soros; ma la sua scommessa sul ribasso della nostra moneta fu aiutato da Moody's, l'agenzia di rating americana, che aveva declassato il debito pubblico italiano, mediante apposita campagna preventiva. Caso strano, al governo c'era allora Amato (mai eletto, uno dei tanti  «tecnici») e a Bankitalia, il venerato (e Venerabile) sor Ciampi, che l'anno dopo dovette assumere la direzione a "capo del governo",  ancora in veste di "tecnico".
Pure Occhetto fece parte dei passeggeri della crociera, ansioso com'era  di compiacere i nuovi padroni del vapore e di darsi una ripulita dai calcinacci dell'appena crollato Muro dell'Est. Stava infatti approntando "la gioiosa macchina da guerra" del Pds.
La complicità delle procure di Mani Pulite nell'operazione-svendita è comprovata in diversi articoli e analisi. Tra i quali questo.
Siccome la speculazione sulla lira servì a vendere (anzi, a svendere) al ribasso le nostre migliori industrie, la magistratura non toccò Amato, benché da sempre economo del PSI di  Craxi. Ergo, secondo il noto teorema applicato a tutti fuorché a lui, "non poteva non sapere". Tutta la storia e cronistoria di quella ferale crociera è riportata qui, un vero e proprio carteggio riepilogativo sull'affaire Britannia. Chi volesse accedere a  sunti più veloci invece legga qui L'ABC della svendita Italia.
Perché torno a occuparmi della famosa Crociera delle calamità non naturali? perché in questi giorni si ritorna a parlare vacuamente di "governi tecnici", di "governi di responsabilità", di "governi d'armistizio", "governi di scopo". Tutte formule fumose per indicare un'autoritaria e predatoria volontà ribaltonista. Perfino La Malfa che sta per sfiduciare il governo e a fare l'ennesimo salto della quaglia dal Pdl al probabile "nuovo centro di gravità impermanente", arriva a dare una "ripulita" terminologica alla nozione di tecnico dicendo che "tutto quanto è politico". Bella forza! se anche i "tecnici" fanno politica (la loro) per quale ragione allora non si presentano candidati facendosi eleggere regolarmente e in modo trasparente? 

Franco Bechis su Libero ha addirittura ammonito di portare via i conti e i depositi bancari, nel caso arrivasse Giuliano Amato, uno dei papabili alla guida del probabile "governo tecnico". E a chi non se ne vuole più ricordare, rinfrescherò la memoria. Come un notturno Topo Rosicans, Amato, dalla notte al giorno di un lugubre autunno '92, ci erose il 6 per mille da tutti i conti correnti e depositi bancari, come nemmeno il peggior dittatore da Banana Republic osa fare. Ora vorrebbero sdoganarcelo dalla Treccani per fare un Amato tris (lo abbiamo già avuto agli Interni nel governo Prodi). Giuliano Tretopi ci ha già fatto vedere i sorci verdi e in un paese democratico che applica la giustizia dovrebbe essere messo al fresco per "appropriazione indebita"; altro che parlare di una sua possibile ricandidatura a "tecnico"! Gli altri uomini d'oro per un eventuale governo del ribaltone  (cioè non eletto) , sono Draghi e Monti.  Il primo è uomo Goldman (più d'oro di così) nonché attuale governatore di Bankitalia,  e il secondo, un alto tecnocrate della Ue, nonché a sua volta ex advisor di Goldman nel 2005.   L'esecutivo governativo non molli, altrimenti lo spezzatino Italia è alle porte. Più che spezzatino, tratterebbesi questa volta,  di disjecta membra.
Peggio del funesto 1992, dato che la sovranità monetaria è perduta irreparabilmente in quella "terra incognita" che chiamasi "Eurozona", sempre angosciosamente stretta  tra salvataggi ai famosi PIIGS  ed esposizioni bancarie dei paesi più solidi (Germania e Francia). 

Sulla stessa tematica, l'articolo di Ida Magli "Antropologia del Potere".

http://sauraplesio.blogspot.com/




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29 novembre 2010

Svizzera: si' a espulsione stranieri criminali.Quando da noi?

 

Sì degli Svizzeri all'espulsione sistematica degli stranieri criminali: chiamati alle urne per pronunciarsi sull'iniziativa popolare "Per l'espulsione degli stranieri che commettono reati" gli elettori elvetici l'hanno approvata con il 52,9 % di voti,nuova vittoria al partito di destra dell'Unione democratica di centro (Udc/Svp).

L'iniziativa approvata oggi introduce nella Costituzione un articolo che stabilisce la revoca automatica del diritto di soggiorno a tutti gli stranieri condannati, con sentenza passata in giudicato, per aver commesso reati quali omicidio, rapina, traffico di esseri umani, stupri, effrazione e altri reati violenti.Saranno puniti da espulsione anche gli stranieri colpevoli di "percepito abusivamente" prestazioni dell'assistenza sociale o di assicurazioni sociali.

 




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28 novembre 2010

Il mondo civile si batte contro il burqa.

 

 Noi ci vestiamo le Barbie

 

 

Io lo so come si sente la Barbie «con colori e abiti unici» realizzata da Eliana Lorena cui, sfortunata, in mostra alla libreria etnica Azalai di Milano con altre Barbie in abiti moderni, in kimono, chador, sari.. è invece capitato il burqa. Lo so perché è stato descritto molte volte come si sente una donna che indossa un burqa, e forse sarebbe l’ora di smettere di farci sopra gli spiritosi. Per esempio Khaled Hosseini autore de "Il cacciatore di aquiloni" e di "Mille splendidi soli" racconta: «Mariam non aveva mai indossato il burqa, Rashid dovette aiutarla... il pesante copricato imbottito le stringeva la testa. Era strano vedere il mondo attraverso una grata... la innervosiva non poter vedere di lato e si sentiva soffocare dal tessuto che le copriva la bocca...». Molte altre persone esperte, fra cui da noi la deputata Souad Sbai, hanno spiegato molte volte che in quella prigione si entra in una depressione clinica e in una patologica confusione mentale, si diviene facile preda di molte malattie della vista, dell’udito, dell’equilibrio e che quindi è necessario vietare il burqa per legge.

 

Il burqa non ammette leziosaggini, ma solo una decisa battaglia per eliminarlo dalla società in cui la donna ha combattuto per secoli per essere libera, la nostra: già l’anno scorso, in occasione dei cinquant’anni della bambola Barbie da festeggiarsi in modo politically correct, la pupa internazionale dalle lunghissime, instabili gambette, è stata infagottata variamente in modo multietnico, e messa in mostra; l’artista, Loredana Castelli, ha spiegato che questo avvolgere la donna-Barbie in panni e colori diversi non fa che denunciarne la identica mercificazione corporea. Sotto il nero morte del burqa come sotto la minigonna rosa originaria di Barbie. Così è anche per il sari e il costume da geisha. Mi dispiace, non è vero. Il sari e il costume da geisha ci riportano a parecchi guai femminili, e noi abbiamo i nostri, ma ci piace graduarli a seconda della nostra libertà di sceglierceli. Il burqa è invece la proibizione, più o meno interiorizzata non importa, del diritto della donna ad avere un corpo, ad avere la sua libertà.

 

Fu proprio questo lo scandalo originario di Barbie, quello di abbandonare la mimesi infantile della porcellane, il legno, la plastica pesante, i materiali delle bambole di un tempo. Erano più belle? Forse, ma Barbie fu come un fuoco. Fu scandalo, fu rivoluzione, fu anche un’idea massificata dell’emancipazione, buona per le principesse e le contadine, per le ragazze bene e le impiegate. Proprio come Mac Donald: doveva la plebe della periferia romana sciamare in Piazza di Spagna occupandola per quel cibo da poche lire, gustoso magari, ma così volgare? Barbie fu il segnale della libertà per le bambine di immaginarsi slanciate, bellissime, fidanzate con Ken, in sintonia con la tv che da poco occupava l’etere e la fantasia. Non posso dimenticare la faccia di un amico quando regalai un Barbie a sua figlia: era schifato; ma la ragazzina, felice. Era la felicità della modernità e della libertà con la sua confusione, magari.

 

Ma il burqa non c’entra. Perché se vai a cercare il burqa, là troppo spesso troverai violenza abituale contro le donne, delitto d’onore, poligamia, antisemitismo, odio per i cristiani, per gli indu, per gli americani e parecchi altri infedeli. Nei burqa sono state alle volte trovate armi che i terroristi travestiti speravano che le guardie non avrebbero avuto il coraggio di cercare.

Non amo discutere le prese di posizione del Papa perché non sono cattolica, ma rispettosamente non credo, come ha affermato, che se una donna sceglie di indossare il burqa allora le sia lecito farlo. La paura, la minaccia, il conformismo, il bisogno e anche il fanatismo troppo spesso ci trasportano sulle loro ali di pipistrello. Una donna può diventare il manifesto estremista della sua famiglia, di suo padre di suo fratello, del suo clan.

 

Moltissimi musulmani sono contro il burqa e persino il niqab (il velo sul viso), e approvano la scelta della Francia e del Belgio di bandirli per legge. Del resto persino il gran maestro islamico sunnita, lo sceicco dell’università di Al Azhar Muhammad Sayyd Tantawi, proibì alle studentesse di portare sia l’uno che l’altro, permettendo semmai un fazzoletto in testa, il hijab. Donne afghane, iraniane, egiziane, irachene, di Gaza, della Turchia, del Marocco, hanno chiesto alle loro compatriote con pubblici appelli di respingere l’umiliazione e la violenza che il burqa e il niqab portano con sé.

E noi che facciamo? Giuochiamo con le bambole?

 

 

 Fiamma Nirenstein







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27 novembre 2010

In Gran Bretagna si è perduto il senso del diritto

 

 

Scuole islamiche nel weekenda in Inghilterra insegnano la sharia e come mutilare i ladri tagliando loro mani e piedi. Di  James Slack

 

I diritti umani in Gran Bretagna  ormai sono un refuso del passato. Certo che da una nazione che è stata la più grande colonizzatrice dell’occidente, forse si tratta solo di un ritorno al passato, quando nei Paesi colonizzati proibiva ai locali anche di commerciare uno degli alimenti primari per la vita: il sale.

 Adriana Bolchini (Lisistrata)

La BBC scopre che agli alunni ai quali viene insegnata la sharia, (che sono ben 5000 distribuiti su 40 scuole, che comprendono bimbi dai 6 anni a giovani di 18 anni)  nel fine settimana vengono insegnate degli abomini fra i quali:

  • come tagliare le mani e I piedi ai ladri, aiutandoli visivamente mostrando loro un diagramma esplicativo,
  • aborrire, discriminando vergognosamente gli ebrei, poiché sarebbero condannabili in base a certi vizi che vengono loro attribuiti
  • lapidare I sodomiti, mandarli al rogo o gettarli da una rupe

Infatti in queste scuole si insegna quanto è bella la violenza in nome di Allah, giustificando le esecuzioni capitali contro I gay e contro gli ebrei, che sarebbero colpevoli di un complotto sionista per la conquista del mondo intero.  Non manca la precisazione che se qualcuno muore e non è credente nell’islam finisce nel fuoco eterno.

Tutte queste scuole offrono la linea dura saudita e sono gestite dall’Arabia Club sia nel Regno Unito che in Irlanda.  Infatti non sono finanziate dallo Stato e non utilizzano edifici governativi, ma sfruttano una scappatoia alle leggi che permette di aprire queste scuole nel fine settimana senza dover sottostare alle ispezioni e ai controlli governativi.

Il  pericolo è ormai avvertibile infatti gli estremisti potrebbero tentare di sfruttare la politica molto permissiva del governo, per ottenere minori controlli dello Stato alle scuole libere e alle Accademie.  Per rimediare a questo, vengono suggeriti dei rimedi fra i quali l’istituzione di alcune commissioni per verificare se coloro che aprono le scuole private presentino un background estremista, poiché I controlli attuali si limitano ai finanziamenti, alla frode e ai reati penali.

Il segretario per l’Istruzione Michael Gove,  appare d’accordo con questa idea e ha dichiarato che non avrebbe tollerato l’antisemitismo e l’omofobia nelle scuole inglesi.

L’inchiesta giornalistica ha portato a scoprire che esiste un libro dato agli alunni di 15 anni, nel quale si insegna precisamente la sharia e le sue punizioni.. In questo libro vi è scritto testualmente che ai ladri, alla prima infrazione, verranno tagliate le mani e per un reato successivo si dovranno tagliare i loro piedi.    Ovviamente nel libro le parole sono coadiuvate dalle immagini che mostrano dove le mutilazioni debbono essere effettuate. Un passaggio del libro dice: ‘La punizione specifica del ladro è tagliare la mano destra all’altezza del polso. Poi deve essere cauterizzata per impedirgli di sanguinare fino alla morte” .

Per gli atti di ’sodomia’, ai bambini viene detto che la pena è la morte e si afferma che esistono differenti opinioni, infatti alcuni optano per la lapidazione, altri per il rogo e altri ancora scelgono di gettare i sodomita da un dirupo.

L’inchiesta ha portato alla luce che l’edificio usato per una delle scuole Ealing, West London, è di proprietà del governo saudita. Michael Gove interpellato per questo fatto ha dichiarato che non ha alcun desiderio o volontà di intervenire nelle decisioni che il governo saudita fa nel suo sistema di istruzione. Ma ha aggiunto che non è accettabile che esista del materiale anti-semita di qualsiasi tipo in uso nelle scuole inglesi.  Ofsted stanno facendo alcuni lavori in questo settore.

Resta il fatto che in queste scuole saudita I libri di testo per I ragazzi di 15 anni rilanciano I “Protocolli dei Savi di Sion” ed insegnano che i sionisti esisterebbero in quanto vogliono stabilire il dominio sul mondo e sulle sue risorse  per gli ebrei, infatti in questi libri si sostiene che gli ebrei hanno sempre cercato di negare questi protocolli, ma che esisterebbero prove della loro esistenza. Sostengono anche che i sionisti cercano di raggiungere il potere sul mondo intero creando rancori e rivalità fra I grandi poteri del mondo in modo di farli combatte5re l’uno contro l’altro.  

Su questa parte di insegnamento il signor Michael Gove ha dichiarato che citare i protocolli di sion è indulgere nel più antico, ripugnante e strisciante anti semitismo.

Interpellata l’ambasciata saudita per voce dell’ambasciatore ha risposto che le scuole in questione non avevano nulla a che fare con l’ambasciata saudita, precisando inoltre che qualsiasi attività di tutoraggio che potesse avere luogo in qualsiasi gruppo musulmano, nel Regno Unito, restava individuale e non affiliato ne approvato dalla reale Ambasciata dell’Arabia Saudita.’

Facendo riferimento alla lezione inculcata ai bambini in base  ala lista ‘qualità riprovevoli degli ebrei’, in una lettera alla BBC l’ambasciatore saudita ha detto che era ‘pericolosamente ingannevole e fuorviante per affrontare e discutere tali testi fuori del loro complessivo storico, culturale e contesti linguistici ‘.

L’inchiesta ha separatamente interpellato alcune scuole private musulmane che hanno espresso sentimenti estremi sui loro siti web scolastici, nei quali includono dichiarazioni di questo tenore: ‘Abbiamo bisogno di difendere i nostri bambini dalle forze del male’, e ‘i nostri figli sono esposti a una cultura che è in opposizione a quasi tutto l’Islam”

E’ chiaro che questo cambio di politica circa la fede in Gran Bretagna rende le scuole più vulnerabili alle influenze estremiste.  Il Dipartimento per l’Istruzione inglese e le autorità preposte all’educazione inglesi, non sono attrezzate per rispondere a sfide di questa portata, I controlli sull’estremismo islamico sono frammentari e poco incisivi.  ‘La relazione aggiunge: ‘la politica del governo di aprire il sistema scolastico a nuove accademie e scuole di programmi gratuiti potrebbe essere sfruttata, ma debbono essere prese urgentemente misure per contrastare l’influenza estremista’. 

 Questo il video relativo a questa inchiesta




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27 novembre 2010

L’irresistibile idiozia dei terroristi islamici

 

L’irresistibile idiozia dei terroristi islamici

di Maurizio Cabona

La commedia "Four Lions" ridicolizza i guerriglieri kamikaze e le loro cause. Corrosivo come i Monty Python, e brillante come una commedia all’italiana, non mancherà di suscitare polemiche. Perché infrange numerosi tabù

da Montecarlo

Al morire dal ridere, così raro, s’oppone - meno banale, più comune - il morir ridicoli. Accade in Four Lions, scritto e diretto da Chris Morris, perfetto film senza un divo e ricco d’arguzia. È stato presentato ieri al Festival di Monte-Carlo, dedicato ai film-commedia; e sarà presentato al Torino Film Festival, dedicato largamente al cinema politico. Susciterà sulla stampa reazioni di ogni tipo, forse talora anche reazioni intelligenti e ciò non capita spesso su certi temi, che inducono al pregiudizio peggiore, quello legittimato dalla politica.

Chris Morris, del resto, proprio questo conformismo prende di mira in questo film senza buoni e con parecchi cretini, inclusi i poliziotti. Si esce dal cinema ancora avvolti dall’atmosfera di buffa, non buffonesca, determinazione che induce dei ventenni con famiglia e con un lavoro a far qualcosa di pericoloso pur di ridare senso alla vita.

A cercare riferimenti cinematografici per Four Lions, si pensa alla commedia all’italiana, specie I soliti ignoti (dove il malvivente di Memmo Carotenuto moriva, sotto il tram, però) e ai film più corrosivi dei Monty Python, come La vita di Brian. E soprattutto c’è attenzione per i risvolti goffi, eppure tragici, della storia. Non basta saper mandare una mail per essere un guerrigliero nell’era della globalizzazione.

Anche le persone sincere, però, sanno far male. Specie a se stesse.

Nessuno troverà antipatici o meschini i tre aspiranti guerriglieri islamici d’origine pakistana (Riz Ahmed, Arsher Ali, Kayvan Novak), più il musulmano inglese (Nigel Lindsay) unitosi a loro. Siamo a Sheffield e questi autoproclamati seguaci di Osama Bin Laden si trascinano la loro dimensione di poveracci. Si capisce subito, fin dalla registrazione di un messaggio su videocassetta a imitazione di quelli dei veri capi di Al Quaeda. Fra le mani dell’improvvisato messaggero di Allah però non c’è un fucile mitragliatore AK 47, noto come Kalashnikov, ma un giocattolo che lo riproduce in scala...

Il malessere del pakistano credente nella società inglese, che non crede in niente, è stato proposto da vari film-commedia (East Is East di Damien O’Donnell, per esempio). Ma nessun regista aveva puntato, come Morris, sull’inadeguatezza della cultura e talora dell’intelligenza dei suoi personaggi. Non della loro buona fede, del loro coraggio, della loro lealtà.

I «quattro leoni» della storia si sentono tali perché pongono in gioco le loro vite. Ma quella di avere una «bella morte» si rivela una velleità di riscattare una brutta vita. E poi anche per un militante islamista c’è differenza fra proclamarsi morituro e uccidersi pur di uccidere.

Quanto alla guerriglia islamista d’origine pakistana, la più seria grazie all’appoggio ventennale dell’Isi (i locali servizi segreti) e della Cia, solo Michael Winterbottom - inglese come Morris - era riuscito a darne un’idea convincente. L’aveva fatto non in chiave drammatica, però, nel film A Mighty Heart, tratto dalle memorie della vedova di Daniel Pearl. Il film fu presentato in concorso al Festival di Cannes, ma in Italia, nonostante la bella interpretazione di Angelina Jolie, il pubblico lo ignorò, forse perché l’Islam che gli italiani hanno in casa non è quello dell’Oceano Indiano e perché la geopolitica del nostro «ceto medio» non va oltre gli sportelli di certe banche e gli steccati di certi villaggi: quelli Club Méditerranée.

Un segno dei tempi è che nel Festival di Monte-Carlo, ideato da Ezio Greggio e giunto alla decima edizione, Giorgio Gosetti abbia selezionato varie commedie dove si muore. Si muore a Napoli di camorra, se non di puzza, come racconta Into Paradiso della milanese Paola Landi. Si muore a Berlino di sclerosi multipla e obesità, se non di noia, come prevede il personaggio principale di Die Friseuse (La parrucchiera) di Doris Doerrie. Si muore a La Rochelle, di vecchiaia e solitudine, se non di intraprendenza, come succede al personaggio di La tête ailleurs (La testa altrove) di Frédéric Pelle. Vedremo nei prossimi giorni se ci sarà qualche regista che non inquadra il sorriso nella sofferenza: finora si sono viste «commedie nere», come si chiamavano quando l’equivoco razziale non incombeva nel lessico.




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27 novembre 2010

I numeri della protesta

 

I numeri della protesta: solo uno studente su 100

di Gabriele Villa

Su due milioni di iscritti agli atenei, appena 20mila hanno manifestato. E anche Fini scende dai tetti e ammette: "Riforma positiva, la voteremo".

Mingardi: "Chi ha a cure l'istruzione oggi non contesta"

Roma - Carta canta e i numeri sono numeri. Anche nella scuola degli asini e dei baroni che non vogliono perdere nemmeno un centimetro del loro territorio feudale, conquistato dopo anni e anni di fatiche improbe.

E così, numeri per numeri, se è vero come è vero che la popolazione universitaria italiana conta, dati del più recente censimento ministeriale, due milioni di studenti, è anche vero che dallo stesso ministero dell’Istruzione arrivano le cifre della protesta reale: in piazza in questi giorni sono andati non più di ventimila studenti. Il che significa, sempre se la matematica, sia pure nella strana scuola che qualcuno vorrebbe, non è un’opinione, l’uno per cento. Già, proprio l’uno per cento. Il che, ulteriormente, significa che su uno che è andato in piazza a fare un po’ di baccano, altri 99 studenti sono rimasti a scuola o hanno tentato di andarci regolarmente con i libri sottobraccio.

Così i numeri di una protesta, che fa arrampicare sui tetti improbabili scalatori come Bersani e certi suoi compagni di cordata di Fli, e che ieri, dopo le incursioni al Colosseo, alla Mole Antonelliana e sulla Torre di Pisa, ha dato l’assalto (e poteva mai venire dimenticata?) anche alla Basilica di San Marco a Venezia, si riducono drasticamente. Tornano, in altre parole, ad essere numeri meno fantascientifici, non facendo parte la fantascienza, almeno per ora, purtroppo, delle materie d’esame. Nonostante le occupazioni di tetti, sottotetti e abbaini continuino a macchia di leopardo un po’ in tutt’Italia ( ieri a Messina i ricercatori hanno occupato il campanile del Duomo, a Siena gli studenti hanno preso di mira il Palazzo comunale, a Perugia hanno occupato la facoltà di Lettere e Filosofia, mentre circa 200 tra studenti e ricercatori dell’Università di Cagliari sono saliti sul tetto del Palazzo delle Scienze), sono anche molti quelli che sono tornati con i piedi per terra.

Come, dopo il pressante invito della polizia, ha dovuto fare alla fine ieri il commando di giovani del «Coordinamento studenti Universitari di Venezia» guidato da Tommaso Cacciari che, con un blitz, aveva raggiunto una delle balconate della Basilica di San Marco e srotolato due striscioni di protesta con scritto: «It’s the final countdown Pdl Gelmini» e «Non avrete la mia fiducia. 14 dicembre 2010». E a terra sono ridiscesi, anche a Torino, gli studenti e i ricercatori che si erano accampati da qualche giorno sul tetto di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università.

Happening in «alta quota» a parte, è pur vero che la riforma ideata dal tanto bistrattato ministro dell’Istruzione non deve essere poi così malvagia, se è vero come è vero che ieri ha incassato la benedizione di Gianfranco Fini. «La riforma Gelmini è positiva, quindi Fli la voterà», ha preannunciato il presidente della Camera incontrando i «Magnifici Cento» che non sono studenti benemeriti ma è il movimento della società civile di Giuseppe Consolo.

D’altra parte, con buona pace dei nuovi amanti del trekking sulle tegole, le attestazioni di consenso e sostegno alla riforma continuano copiosamente, e anche insospettabilmente, ad arrivare da più parti. Il presidente della Conferenza dei rettori italiani, professor Enrico Decleva, in un’intervista a Repubblica, ribadisce la necessità della riforma Gelmini e nega che le università siano davvero in rivolta. E, sulla sua scia, decine di docenti si sono decisamente schierati a favore dell’approvazione del ddl decidendo di sottoscrivere un pubblico appello (visibile e scaricabile in più di un sito internet) dal titolo sufficientemente evocativo: «Difendiamo l’università dalla demagogia». Che ci sia poi anche un po’ di puzza di bruciato nella fiammeggiante protesta di questi giorni lo denuncia anche Azione Universitaria rilevando peraltro alcune contraddizioni politiche: «Nessuna proposta e nessuna mozione è stata presentata dalla sinistra come sostegno alle proteste di questi giorni nei confronti della riforma Gelmini al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari». «È questa - dichiara Andrea Volpi, coordinatore nazionale di Azione Universitaria - una prova tangibile che tali proteste sono solo strumentali e oggetto di interesse da parte di sindacati politicizzati e dell’opposizione politica. Noi continueremo a sostenere gli effetti di questa riforma che vuole combattere i baronati e gli sprechi negli Atenei». «Ci chiediamo perché nelle opportune sedi le forze di sinistra, legittimate a farlo, hanno taciuto con assoluta indifferenza le votazioni e le iniziative portate avanti in sostegno della Riforma». Già, perché? Forse perché urlare coi megafoni dai tetti non sarà politicamente corretto ma, in fondo, è più divertente, ammettiamolo




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26 novembre 2010

Non fatevi strumentalizzare




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26 novembre 2010

Buffoni sul tetto a guadagnarsi i voti

 Che strano sul tetto già c'era il fotografo ad immortalarli .

I due dal tetto facile, dalle parole mistificatrici non avvezze a persone chiamate Onorevoli. Sono loro che infiammano gli imbecilli e questi imbecili poi mettono a ferro e fuoco la Città:Quelli non erano studenti che volevano dimostrare i loro disappunti su una legge.Quelli erano cani arrabbiati,falangi del male oscurantista e retrogato .Si comportarono meglio i Lanzichenecchi che questi nuovi barbari assetati soltanto di violenza . Perchè già sanno che non le fanno nulla giuridicamente perchè protetti dagli stessi aizzatori politici di Sinistra.Questi due, chiamiamoli Onorevoli che non lo sono affatto dai loro comportamenti incivili . Invece di placare gli animi,di mediare e tollerare l'estremismo che non paga nessuno premono per l'intolleranza .Tutto questo per scalzare un Governo voluto dal Popolo che ha dato e che stà dando i suoi frutti. Questi birilli teste di legno devono essere emarginati e cacciati dal Parlamento Italiano.Non meritano nessuna considerazione perchè sono nemici sia della democrazia che del Popolo . Rivogliono ancora una volta la "marcia su Roma" per carpire il Governo senza andare alle votazioni.Così fu con Mussolini . Persero le elezioni e si impossessarono del governo con le Squadracce..Se una marcia è andata bene ,non ce ne sarà un'altra perchè il Popolo è stanco di queste meschine figure e si apporra con tutte le sue forse. (gioser)

http://lavocedeisenzavoce.myblog.it/







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26 novembre 2010

Il libro della settimana: La dittatura europea

 


Autore: Ida Magli Edizioni: Rizzoli 


                                   

"L’Unione Europea, proposta più di cinquant’anni fa come un grande passo verso il futuro, nel 2007 ci è stata imposta come un processo giusto ed inesorabile.
Oggi i risultati sono davanti agli occhi di tutti, eppure in molti faticano a vederli, perché ormai la macchina degli interessi politici ed economici che l’ha messa in moto ha censurato le coscienze anche degli Italiani, che accettano l’Unione come un dato di fatto, e con essa la perdita dell’identità nazionale, così come diversi diritti personali. In questo personalissimo e forte pamphlet, Ida Magli, tra le prime e più autorevoli oppositrici dell’Unione, risale all’origine di questo disastro, andando a cercare, nella storia e nei suoi incontri, i principali colpevoli, senza sconti a nessuno, dalla cattiva politica alla Chiesa, dagli intellettuali pavidi ai banchieri pronti a imporre su tutti la loro legge. Il risultato è la storia di come un progetto nato solo sulle carte geografiche ha contribuito a renderci più poveri, meno sicuri, e certamente meno liberi. Mentre l’Unione mostra la sua inutilità, la politica tace.
La più irriducibile avversaria di Maastricht racconta le storie, i dati, le testimonianze, di come il sogno comunitario ci stia togliendo la libertà".




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26 novembre 2010

Comunisti assassini.

 Tragedia di Katyn, Russia ammette: "Il massacro fu ordinato da Stalin"


                                 

Un evento di portata storica: la Duma ammette la matrice sovietica nell'eccidio dei 22mila ufficiali dell'esercito della Polonia, deportati e uccisi nel 1940
Mosca - Crolla un altro grande tabù: la Russia ammette le proprie responsabilità nel terribile massacro di Katyn. Il parlamento russo, in base agli archivi di stato dell'ex Unione Sovietica, ha confermato ciò che la Polonia sostiene da decenni: ad ordinare la mattanza dei 22mila ufficiali polacchi fu Stalin stesso.
La dichiarazione Un evento di portata storica per i rapporti tra Polonia e Russia. La dichiarazione approvata oggi dalla Duma (la camera bassa del Parlamento russo) consente di rimarginare una ferita che per troppo tempo la propaganda comunista ha cercato di nascondere: "Tutti i materiali pubblicati che per molti anni sono rimasti negli archivi segreti non solo rivelano questa orribile tragedia, ma testimoniano che il massacro di Katyn è stato compiuto su ordine diretto di Stalin e altri dirigenti sovietici". Inoltre viene risabilita una verità storica: "Nella propaganda ufficiale sovietica la responsabilità per questo crimine è sempre stata attribuita ai delinquenti nazisti - si legge nel documento - "Questa versione per molti anni è rimasta tema di discussione della società sovietica provocando sempre la rabbia, l’offesa e la sfiducia del popolo polacco".
Verità negata L’eccidio del 1940 nelle foreste di Katyn, vicino alla città russa occidentale di Smolensk, dove furono massacrati circa 22 mila ufficiali polacchi, è rimasto perdecenni uno dei tabù della storia contemporanea, nascosto e negato durante la guerra fredda da parte dell'Urss. Anche la propaganda comunista dei paesi occidentali ha sempre cercato di ignorare una verità che la Polonia da sempre ha cercato di far venire venire alla luce.
Il film delle polemiche Nel 2007 è uscita "Katyn" la pellicola del regista polacco Andrzej Wajda che per la prima volta racconta pubblicamente la verità sul massacro. Numerose sono state le polemiche, tanto che in Europa il film ha dovuto far fronte ad un vero e proprio tentativo di boicottaggio: pochissimi  cinema infatti hanno accettato la proiezione.
Distensione Il 10 aprile il presidente polacco, Lech Kaczynski, era morto nello schianto dell’aereo della delegazione governativa diretta a Smolensk, nel sud della Russia, per una commemorazione a Katyn dei 20mila polacchi giustiziati nel 1940. La cerimonia doveva segnare anche una riappacificazione con Mosca che ora finalmente ammette le responsabilità sovietiche. 
Soddisfazione russa "Questa dichiarazione è, senza esagerazione, storica", ha affermato il presidente della Duma, Konstantin Kosachev. Nonostante siano passati gli anni, il pronunciamento del parlamento è stato approvato in una seduta tumultuosa in cui l’opposizione del Partito comunista ha cercato fino all’ultimo di impedirne l’approvazione.




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26 novembre 2010

FALLITO IL GOLPE IN ECUADOR

 




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26 novembre 2010

I ragazzi che giocano a fare il ’68

 

Chi protesta non sa il perché: la svolta degli atenei voluta anche dai docenti

 

di Matteo G. Brega

 

Non è facile protestare contro la riforma dell’università. Naturalmente, se lo si vuole fare seriamente. Perché se la protesta consiste nel fare affermazioni apologetiche del tipo «l’università non si tocca», «l’istruzione è un diritto», «vogliamo la meritocrazia», «sono i ricercatori che si devono occupare di ricerca», o se una protesta per una riforma, che a parole è invocata da tutti, viene usata per una polemica squisitamente politica, almeno non si dica che l’oggetto è l’università. Le sommosse di piazza o le manifestazioni degli studenti delle scuole superiori sono un corredo usuale e non è certo da loro che ci si aspettano riflessioni.

Ma la discussione su questa riforma è diversa dalle altre, l’approccio ha degli elementi di novità che descrivono l’Italia in maniera inesorabile.

Per prima cosa - e chi sa come stanno le cose lo sa benissimo - la riforma è stata fatta ascoltando gli spunti che provenivano dal mondo universitario, è tutt’altro che una riforma calata dall’alto; la Crui (la conferenza dei rettori) l’appoggia e ciò non significa che l’appoggiano «i baroni» ma che anche i rettori hanno colto l’esigenza ineludibile di un intervento. Le critiche, a ben vedere, si concentrano sui tagli, ma essi non fanno parte della riforma. I tagli sono un aspetto legato all’approccio che il Tesoro ha avuto nei confronti della crisi internazionale. Si possono quindi criticare i tagli ma non si possono confondere con la riforma. È un errore banale, da non addetti ai lavori, che nel passato non avremmo sentito fare da membri di un mondo specializzato ed «esoterico» come quello dell’università, dire che «la riforma taglia le risorse» quando si sa benissimo che le risorse sono una variabile mentre la normativa un assetto stabile. E che le prime variano con la congiuntura e le finanziarie mentre la seconda è uno strumento.Non è sostenibile preferire i vecchi assegni di ricerca ai nuovi percorsi di tenure track, non ci sono tanti argomenti concreti per preferire i concorsi locali all’abilitazione nazionale, non si può onestamente contestare il principio della stabilità dei bilanci e del criterio della produzione scientifica per l’attribuzione dei fondi ai vecchi bandi «a pioggia». Non è così facile pensare di difendere le vecchie commissioni che della trasparenza e della meritocrazia non erano certo un presidio. Non è semplice sostenere che la riforma non sia un passo avanti - certo si può discutere dell’ampiezza di tale passo - su molti elementi, così come non è pensabile dire che la riforma sia la panacea che renderà il sistema universitario italiano, da un giorno all’altro, il migliore al mondo.

Vi è un aspetto, francamente desolante, che - a voler pensare male - ridurrebbe tutta la protesta ad un solo argomento: la rivendicazione dei vecchi ricercatori di ottenere, più o meno ope legis, lo scatto di carriera ad associato. Anche se pare un ragionamento piccino, nei corridoi delle università si dice questo, lo sapranno anche i ragazzi che hanno fatto irruzione al Senato?

Nel gioco delle parti che prevede che le associazioni politicizzate rivestano un ruolo politico ci sta tutto, ci stanno le manifestazioni, ci stanno le sdegnate prese di posizione. Ma l’amaro sapore che rimane in bocca è che dal mondo che esprime le nostre eccellenze culturali non si leva un’articolata, stringente, acuta, opposizione contro chi starebbe «smantellando un diritto». Si sentono posizioni scoordinate, non chiare, pressapochiste, in una sola parola «stanche». Si sente la voce di un mondo non del tutto convinto di quello che dice, che protesta sul sentito dire e all’interno del quale l’afa del «distinguo» è sempre pronta a diffondersi. Gli avversari della Gelmini non stanno onorando la propria battaglia perché la combattono maneggiando con approssimazione armi arrugginite e non hanno capito che se gli unici soldi che Tremonti ha trovato sono per questa riforma è perché c’è sostanziale consenso sulla stessa sia dentro che fuori l’università.

 

 

Dalla Mole al Colosseo: i blitz dei ragazzi che giocano a fare il ’68

 

di Jacopo Granzotto

 

Cortei e scontri in tutta Italia, occupati i luoghi simbolo del Paese Tanti slogan anti-Gelmini, qualche vip solidale e la solita ideologia

«Dai che stavolta lo staniamo Berlusconi...». Campi collegati come Tutto il calcio minuto per minuto per il popolo unito contro il ministro Gelmini ma col chiodo fisso del Cavaliere. Roma darà la linea agli inviati di Padova, Milano, Torino, Pisa, Palermo, Napoli, Firenze, eccetera. Con loro molti fuori quota del disordine organizzato. All’orizzonte l’occupazione dei luoghi simbolo del Paese, tra cui piazza Duomo, piazza dei Miracoli, il Colosseo, la Mole Antonelliana. Un veloce ripassino del Sessantotto prima di dedicarsi ai regali di Natale. La situazione non è però allegra, la protesta cara ci costerà. Al momento, tra occupazioni degli istituti e cortei non autorizzati con danni collaterali ad edifici e monumenti, siamo già a 10milioni di euro di spesa. Solo a Milano - fonte il vicesindaco De Corato - i cortei di ieri ci costeranno 60mila euro. A Napoli, poi, si sono messi pure a sparpagliare rifiuti in strada. Tutto ciò mentre a Firenze si sta svolgendo l’appendice mattutina dell’«Happy Hour antiriforma» con poca protesta e molto alcol.

La giornata contro la riforma universitaria viene idealmente benedetta sul tetto della facoltà di Architettura di Roma Tre dalla strana coppia Vendola&Venditti. Il cantautore per un giorno torna a fare l’epico militante di Bomba non Bomba. Il governatore incassa pubblicità e autografi. Splendida cornice e barricate per modo di dire.

Si comincia col sit-in a Montecitorio, quello temuto dalle forze dell’ordine che blindano il centro sin dalla notte. È mezzogiorno quando gli studenti dal volto coperto arrivano alla fine di via del Corso prima di girare a sinistra per il Parlamento. Starnazzano, non hanno l’aria bellicosa e infondono calma ai carabinieri schierati. Un tenente urla preoccupato: «Sveglia, mettetevi i caschi, veloci». E infatti dalle retrovie parte prima un sasso, poi qualche pila stilo; cominciano gli scontri. Termineranno dieci minuti dopo con 2 arresti e 27 denunciati. Una quindicina di feriti, invece, tra forze dell’ordine e studenti. Tutta orgogliosa una quarantina di loro si dirige con fumogeni al seguito verso il Colosseo per l’inflazionatissima okkupazione. Saltano i tornelli al grido «Bella Ciao» mentre i turisti assistono alla scena mentre pagano, loro, il biglietto. Poi salgono al secondo anello, quello di Alberto Sordi. Se ne andranno alle 15 con la solenne protesta di andare ad «occupare il Vaticano». La battuta funziona e i poliziotti si rilassano un pochino.

Qualche problema a Milano dove il corteo ufficiale doveva finire a Porta Venezia. Alla fine nessun fermo ma un 18enne in ospedale e 18 contusi. Il primo blitz, alle 10, con lanci di uova alla sede dell’Agenzia delle Entrate in via Manin. Un’ora dopo altro blitz al Politecnico, poi lo scontro si sposta a piazzale Loreto, dove manifestanti e forze dell’ordine arrivano due volte al contatto. Nel primo caso è solo una carica di alleggerimento, nel secondo i tafferugli esplodono con più violenza. Lancio di uova contro la polizia da parte degli studenti dei collettivi di sinistra che al Polo scientifico dell’università di Firenze hanno protestato per la presenza del sottosegretario Santanchè a un convegno: contusi 3 studenti e 2 agenti. Trenta i denunciati. Lancio di oggetti, uova, fumogeni e monetine, contro la polizia e la sede della Regione anche a Torino, in piazza Castello: 3 contusi. Sotto controllo, sempre a Torino, il floppone a base di musica etnica e piadine roventi organizzato dal «Coordinamento Studenti In Movimento». Base della protesta, l’aula del Tempio della Mole Antonelliana, sede del Museo del cinema. Infine il blitz notturno di Pisa con 500 persone sui binari della stazione San Rossore. E poi tetti occupati a Palermo, Messina, Parma (saltata l’inaugurazione dell’anno accademico); presidio a Genova, protesta degli studenti alla Ca’ Foscari di Venezia, occupati i rettorati di Ferrara (sede di un corteo funebre) e di Udine. E martedì si ricomincia.

 

L'ira degli studenti pro riforma: "Non potete bloccare le lezioni"

 

di Alberto Giannoni

Francesca Angeli

 

Esami rinviati, sessioni di laurea che rischiano di saltare, facoltà trasformate in bivacchi. C’è chi rivendica i propri diritti scendendo in piazza o salendo sui tetti, e c’è chi questi stessi diritti cerca semplicemente di esercitarli tentando di frequentare le lezioni e continuando a studiare nonostante il clima incandescente che attraversa tutte le città universitarie.

«Molti fra i ragazzi che protestano contro la riforma non sanno neppure che cosa c’è dentro quel testo - denuncia Andrea Volpi, coordinatore nazionale di Azione Universitaria -. Si tratta di attacchi politici e strumentali che non hanno nulla a che vedere con la legge». A Roma alcune facoltà della Sapienza sono state occupate e, denuncia Volpi, «ridotte a centri sociali. Chi ci rimette? Quelli che hanno pagato le tasse e un affitto perché si trovano fuori sede e invece non possono frequentare le lezioni e sostenere gli esami».

Come Natalie, che è arrivata ad un soffio dal traguardo e ora trattiene il fiato perché teme che la protesta possa far saltare tutto.

«Sono iscritta alla facoltà di Studi orientali alla Sapienza - racconta -. Dovrei laurearmi in dicembre ma ora le aule sono state occupate e non so come andrà a finire». La ragazza spiega che entro il 10 dicembre dovrebbero essere pubblicate le date per le sessioni di laurea ma ora tutto sembra sospeso. «Soltanto i laureandi del mio corso, quello di cinese, sono una trentina - spiega Natalie -. Poi ci sono quelli per l’arabo e il giapponese. Insomma siamo in tanti». Ma che cosa ne pensa della riforma? «Tante cose andrebbero cambiate - replica la ragazza - ma è inaccettabile che si blocchino le lezioni. Chi protesta dice di farlo in nome degli studenti ma negare il nostro diritto allo studio non ci aiuta».

A Scienze Politiche nonostante cortei e occupazioni le lezioni proseguono, racconta Giulia. «Il blocco della didattica ha fatto slittare l’inizio delle lezioni di 15 giorni - spiega la studentessa -. Ora nonostante l’occupazione riusciamo a frequentare anche se da qualche giorno abbiamo un frastuono di tamburi sotto le finestre che non aiuta molto la concentrazione».

Massimo, che frequenta Ingegneria, non condivide i metodi della protesta. «Non è giusto tagliare i fondi all’Università - dice Massimo - ma non è neppure giusto che tanti scaldabanchi facciano spendere inutilmente migliaia di euro all’Università quando in realtà non aprono un libro e vegetano fuori corso per anni».

A Milano le cose non vanno meglio. Gabriele, 20 anni, iscritto a Lettere e filosofia, commenta così la situazione. «Sono stati colpiti - dice - settori politicizzati, in mano a gente come i baroni, interessi consolidati e piccoli regni». Ma allora perché un certo numero di studenti difende queste oasi di privilegio? «Sono gruppi che, per partito preso, difendono ogni posizione che si contrapponga a una certa parte politica. Mi dispiace, ma non sono in buona fede secondo me. E soprattutto queste proteste vanno contro il diritto di altri a studiare - prosegue -. Anche i licei sono in piazza a protestare ma le superiori le abbiamo fatte tutti, sappiamo che si fa casino solo per non andare a scuola».

Pietro studia Economia e da qualche mese, per alcune vicende personali, deve darsi da fare anche con un’attività familiare. «Sul merito della riforma non sono preparatissimo - premette - ma le proteste mi sembrano la solita tiritera che sento e vedo da quando sono al liceo. Non è neanche questione politica in genere, ma oggi il tutto cade a fagiolo perché coincide con la crisi politica, è curioso che queste polemiche vengano fuori così a orologeria. La mia idea è che si tratti sempre di un pretesto da parte di chi le organizza. Per esperienza posso dire che l’80 per cento di chi protesta non sa nulla della riforma. È un peccato. Almeno i ragazzi che frequentano l’università dovrebbero essere un po’ meno soggetti a certi condizionamenti».

Marco ha 23 anni, studia giurisprudenza e la riforma l’ha letta con attenzione. «Dalla prima all’ultima riga - commenta sicuro - vorrei capire cosa contestano. Vorrei che guardandomi negli occhi mi spiegassero se sono contro il fondo per gli studenti meritevoli, o la valutazione della didattica e della ricerca, o la possibilità di commissariare gli atenei che vanno in rosso». Per Marco si tratta di «misure che servono a eliminare le inefficenze, le baronìe, le caste. E il merito è un valore della Costituzione. Se poi i rettori tagliano i servizi e non gli sprechi la scelta è loro. Certe proteste poi fanno rabbrividire e gettano discredito su tutti. Chi occupa o sospende le lezioni compie una violenza gratuita su chi ha pagato la retta e ha il sacrosanto diritto di frequentare».

 




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25 novembre 2010

Governo, Sondaggio Affaritaliani: Fiducia al premier al 50%

Roma, 25 nov (Il Velino) - La fiducia nel presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è rimasta invariata negli ultimi sette giorni ed è appena sotto il 50 per cento. Il gradimento del governo è "abbastanza simile". Lo rivela l'ultimo sondaggio del 22 novembre di Nicola Piepoli, diffuso in esclusiva da Affaritaliani.it. Il consenso in Gianfranco Fini è leggermente calato: dal 33 per cento del 2 novembre all'attuale 31. Ottimo il dato di Nichi Vendola, stabile al 40 per cento. Pierluigi Bersani è anche lui al 31 per cento. Seguono Pierferdinando Casini (27 per cento), Umberto Bossi (26) e Antonio Di Pietro (24). Passando alle intenzioni di voto dei singoli partiti, il Popolo della Libertà ha ceduto mezzo punto in una settimana, passando dal 31 al 30,5 per cento. La Lega Nord è stabile al 10,5 per cento. Futuro e Libertà ha guadagnato lo 0,5 per cento perso dal Pdl ed è salito al 5,5 per cento. Stesso valore per l'Udc (stabile). Fermo anche il Partito Democratico al 25,5 per cento. Italia dei Valori al 5,5 e Sinistra Ecologia Libertà al 6,5 per cento. Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo raccoglie il 2,5 per cento. Altri di Centrosinistra al 3 per cento e altri in generale al 5. "Con questi dati - spiega Piepoli - alla Camera vincono il Pdl e Lega sulla coalizione di Centrosinistra (Pd-Sel-Idv), essendo le percentuali totali pari a 41 contro 37,5. Il distacco è ancora molto favorevole alla destra. Per quanto riguarda il Senato pensiamo, a differenza degli altri istituti di ricerca, che vinca comunque il Centrodestra, anche se in maniera più marginale rispetto a Montecitorio. La fascia di seggi a Palazzo Madama per Pdl e Lega è tra 159 e 165, rispetto a 159-170 della settimana scorsa. Il mezzo punto perso dal Pdl a favore di Fli ha fatto restringere la forchetta". Il sondaggio è stato realizzato lunedì 22 novembre e lunedì 15, 1.000 casi cumulati e metodologia C.a.t.i. Campione rappresentativo della popolazione italiana con diritto di voto.







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25 novembre 2010

Napoli e la spazzatura.Canta che ti passa.

 NAPOLI: FONDI UE

BORGHEZIO : BENE UE, BRUTTA FIGURA AMMINISTRATORI CAMPANI

STOP A USO DISTORTO FONDI EUROPEI, PROSSIMO OBIETTIVO LA PUGLIA

La decisione della Commissione
 europea di chiedere all'amministrazione cittadina di Napoli il rimborso di 720mila euro utilizzati per pagare un concerto di Elton John, «dimostra che le brutte figure, in campo internazionale, le fa la sinistra e non la maggioranza». Lo dice il parlamentare europeo della Lega Mario Borghezio, che aveva sollevato il caso in sede europea. «Questa volta -aggiunge l'esponente del Carroccio- bisogna riconoscere che la Commissione europea è stata rapida nell'assumere una decisione necessaria su un uso vergognosamente distorto dei fondi Ue, in questo caso da parte degli amministratori campani, che dovrebbero essere 'processati' dai loro stessi cittadini». «La Lega -sottolinea Borghezio- è da sempre contraria all'uso indiscriminato di questi fondi, che si trasformano in un enorme premio alle pessime abitudini di certa classe politica meridionale. Speriamo che questa lezione renda più responsabili i vertici politici di Napoli, che in questi giorni stanno facendo una brutta figura dietro l'altra con la storia dell'immondizia». Borghezio annuncia una «offensiva ad ampio raggio sull'uso distorto dei fondi Ue da parte del Sud: il prossimo obiettivo -aggiunge- è la Puglia». 


BORGHEZIO: L’UE APRA UN’INCHIESTA ANCHE SU “PUGLIA NIGHT PARADE”
Alla Commissione L'On. Borghezio, riprende l'offensiva contro quello che definisce "vergognoso utilizzo di fondi europei", dopo aver già indotto la Commissione Europea ad aprire un'inchiesta sui 720mila euro spesi dalla regione Campania per il concerto  di Elton John a Piedigrotta.
Questa volta Borghezio punta il dito sulla Puglia di Vendola "Qui -denuncia Borghezio- le esorbitanti cifre spese sono addirittura quasi dieci volte quanto 'divorato' in Campania: siamo a quota 6,06 milioni di euro, per di più affidati a trattativa privata, senza cioè un bando pubblico".    
Nella sua interrogazione, infatti, Borghezio denuncia alla Commissione che "il costo complessivo di queste iniziative, che la stampa locale ha definito "le notti bianche più care della Storia", è stato interamente devoluto ad un unico ente, il Teatro pubblico pugliese,cui è stata affidata l'organizzazione delle manifestazioni senza bando pubblico;
risulta all'interrogante che soltanto per l'esibizione del "Cirque du soleil" (Lecce) sono stati spesi 800mila euro, mentre per un concerto dei cantanti Baglioni e Venditti(Bari)sono stai spesi 180mila euro. Altre esorbitanti voci di spesa sono: 1,08milioni per "servizi di produzione e fitti", 180mila euro per "logistica e trasferimenti", 240mila euro per la Siae, 540mila euro per "coordinamento generale e organizzazione", 96mila euro per "spese di gestione organizzativa", 18mila euro di assicurazione e 600mila euro di promozione (pubblicità sui giornali, in radio e in TV)".
"A titolo comparativo -conclude Borghezio- si pensi che la manifestazione di 'Umbria Jazz', una kermesse di alto livello internazionale della durata di quindici giorni, non costa più di 2 milioni di euro...

On. Mario Borghezio




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24 novembre 2010

Luca cordero di montezemolo dice che bisogna combattere l'evasione fiscale

 

Forse, lo poteva ricordare all'avvocato che è morto con non so piu' quanti milioni di euro depositati all'estero e non dichiarati al fisco. Se questo è l'esordio di LCDM in politica, siamo a posto... 
http://300705.ilcannocchiale.it/

Pallone sgonfiato.
Mannheimer a Affaritaliani: Coalizione con Montezemolo al 20%

Del 5% l'apporto del presidente Ferrari a una coalizione Casini-Fini-Rutelli-Lombardo

Roma, 25 nov (Il Velino) - "Secondo le nostre stime, una coalizione elettorale guidata da Luca Cordero di Montezemolo può arrivare fino al 20 per cento". Lo rivela al quotidiano online Affaritaliani.it il presidente dell'Ispo Renato Mannheimer, che aggiunge: "Siccome Casini-Fini-Rutelli-Lombardo insieme ottengono circa il 15-17 per cento dei consensi, l'aggiunta che arriva da Montezemolo all'ipotetico nuovo polo centrista è del 5 per cento".




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18 novembre 2010

II° CONVEGNO NAZIONALE O.D.D.I.I. ANTISLAMIZZAZIONE

 
 
Siete tutti invitati al prossimo convengo dell'O.D.D.I.I. 

 
 
I RELATORI

dr. ADRIANA BOLCHINI – giornalista e parapsicologa, organizzatrice  e moderatrice del convegno
presenterà i relatori e gli ospit, oltre al  MANIFESTO/APPELLO RESISTENZA E OPPOSIZIONE ALL’ISLAMIZZAZIONE FORZATA DELL’EUROPA

dr. PAOLO VALERLO MANTELLINI – esperto in islamistica, autore del sito “Islam questo sconosciuto”
IL MITO DELLA TOLLERANZA ISLAMICA, come la shariah tratta i non-musulmani

dr. ALBERTO ROSSELLI -  giornalista, storico ed esperto di problemi religiosi e geopolitica,
QUANDO LA MEMORIA STORICA AIUTA A COMPRENDERE IL PRESENTE, L’olocausto armeno e le discriminazioni ai danni delle comunità cristiane in Anatolia

avv. PATRIZIA ZAFFAGNINI - Responsabile giustizia Lega Nord Romagna
TRIBUNALI ISLAMICI? NO GRAZIE, comparazione e incompatibilità di leggi e diritti

dr. PAOLO DEOTTO - storico e saggista, dirige il mensile on line “Riscossa Cristiana”
QUANDO L’ISLAM E’ MODERATO, viaggio nei paesi dove i cristiani sono cittadini di sere B

Ospiti e testimoni d’eccezione  
ADRIANO CATTANEO - fotogiornalista del settimanale informaZona di Saronno, autore di un reportage dell'Irak
RINA DEL PERO – presidente Circolo XX Settembre di Meda, volontaria Impegno Medio Oriente.
TESTIMONIANZE DIRETTE SULLA CONDIZIONE DEI CRISTIANI IN IRAK

Durante tutto il Convegno verranno trasmesse immagini e i filmati che mostrano varie forma di persecuzione messe in atto contro i cristiani.

Per informazioni newpresidenza@oddii.org   - telefono 328/6482949

http://www.lisistrata.com:80/cgi-bin/lisistrata3/index.cgi?action=viewnews&id=527




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17 novembre 2010

La trattativa dello Stato con la mafia?

 


Si scopre che la fece il governo Ciampi

di Stefano Zurlo

Conso, l'ex Guardasigilli dell'esecutivo tecnico, ammette: "Non firmai il 41 bis per evitare altri attentati". Fu il risultato della trattativa?
La notizia è una profanazione al tempio del politicamente corretto: lo Stato si tirò indietro e non prorogò il 41 bis per 140 mafiosi. Correva il novembre ’93, il presidente del Consiglio era il tecnico Carlo Azeglio Ciampi e Guardasigilli era Giovanni Conso,l’insigne giurista di matrice cat­tolica già presidente della Consulta. Nei giorni scorsi, davanti alla Commissione antimafia, Conso è stato netto su un punto: «Non firmai per evitare altre stragi». Un’ammissione clamorosa che Conso ha provato a circoscrivere: «Fu una mia personale iniziativa». Inutile aggiungere che la postilla non convince. Davvero, il mini­stro della Giustizia prese una decisione di quella portata in totale solitudine?
Certo, fa riflettere che proprio il lodatissimo governo Ciampi, il governo tecnico, il Governo per eccellenza se­condo molti commentatori, abbia aperto una falla così im­po­rtante nella lotta a Cosa No­stra. Naturale pensare mali­ziosamente, ma neanche poi troppo: forse quella revoca ina­spettata fu un segmento della mitica trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra al centro di una complessa indagine della Pro­cura di Palermo. Il contesto è quello terribile di quei mesi: la morte di Falcone e Borsellino nell’estate del ’92,poi le bombe alle chiese e ai monumenti del luglio ’93. All’inizio di novem­b­re Conso decide di non rinno­vare i decreti per 140 mafiosi. Una scelta temeraria che fa tor­nare a galla antichi e nuovi so­spetti. Come mai Bernardo Pro­venzano già all’inizio del ’ 93 ras­sicurava i picciotti che il carce­re duro sarebbe stato revocato?
Da dove gli arrivavano queste certezze?Siamo nell’epoca dei governi Amato e Ciampi, sia­mo nella stagione degli esecuti­vi tecnici, puri e immacolati per definizione. Tanto che mol­ti v­orrebbero riproporre un ese­cutivo tecnico anche ora, per uccidere dolcemente il berlu­sconismo. Eppure qualcosa non quadra e ora proprio Con­so ci dice che certi retropensie­ri avevano un fondamento. C’era un canale di comunica­zione fra i boss e lo Stato?

Attenzione: in un appunto del 6 marzo ’93 l’allora diretto­re del Dipa­rtimento dell’ammi­nistrazione penitenziaria Nico­lò Amato consiglia a Conso, fre­sco guardasigilli, il dietrofront sul carcere duro per i mafiosi. Naturalmente le ragioni di que­sto passo indietro sono da cer­care nel garantismo di Amato che, in una lettera a Claudio Martelli, specifica: «Non vi è dubbio che la legge chiaramen­te configura il ricorso a questi decreti come uno strumento eccezionale e temporaneo, ap­punto emergenziale». Però lo stesso Nicolò Amato ci fa sape­re che questa linea soft era stata discussa il 12 febbraio ’93 in un comitato nazionale per l’ordi­ne e la sicurezza. Di più: al Vimi­nale, nel corso di quella riunio­ne, si sarebbe discusso senza tanti spagnolismi della possibi­lità di eliminare il carcere duro, scoperto e rilanciato invece dal «colluso» Andreotti. Insomma, un dato pare a questo punto pa­­cifico: non è vero che lo Stato ab­bia sempre seguito, dopo la morte di Falcone, la strada del­la fermezza. No, non è così, e la marcia indietro passò proprio da uomini venerati come icone nazionali e considerati al di so­pra delle beghe meschine della politica.

Il presidente dell’Antimafia Giuseppe Pisanu prova a mette­re infila le date: fra il 27 e il 28 luglio avvengono le esplosioni diRomaeMilano.Il1°novem­bre ’ 93 scade un altro blocco di provvedimenti 41 bis, ma nel frattempo Cosa Nostra tace. Im­prevedibilmente, tre giorni do­po quella scadenza, il 4 e il 6 no­vembre, il ministro di Grazia e Giustizia non proroga il 41 bis a 140 detenuti. Se ne può desu­mere che la trattativa-ricatto abbia prodotto i suoi effetti fra il 29 luglio e il 6 novembre? Do­manda inquietante cui Pisanu dà una prima risposta,nient’af­fatto tranquillizzante: «È co­munque plausibile ritenere che l’organizzazione mafiosa avesse interpretato quella revo­ca come un cedimento o una concessione dello Stato per i colpi subiti».

Insomma, alla trattativa av­viata nel ’92, secondo la magi­stratura palermitana, dal tan­dem Mori- Ciancimino si devo­no forse affiancare altri incroci fra pezzi delle istituzioni e fran­ge criminali. E la scelta di Con­so pare il punto d’arrivo di un percorso compiuto da diversi soggetti .
Ovvio, in questa situazione, porsi la solita domanda: ma se un’ammissione del genere,co­sì devastante, l’avesse fatta Ber­lusconi o uno dei suoi ministri, che cosa sarebbe accaduto? Ora,battaglioni di scrittori e po­lemisti sarebbero all’opera, nel tentativo di far quadrare il cer­chio e poter finalmente dimo­strare antichi teoremi, da sem­pre insegnati anche se privi di riscontri. Invece, lo stesso Ange­lino Alfano alla fine dell’anno scorso consegnava alla stampa i numeri da guerra del 41 bis: «Ho disposto 168 provvedi­menti in 580 giorni. I detenuti al 41 bis hanno raggiunto quo­ta 645».
Giovedì prossimo i pm di Pa­lermo ascolteranno proprio Nicolò Amato che a giugno ’93 è protagonista di un altro epi­sodio controverso, da allinea­re alle anomalie di quel perio­do oscuro: viene improvvisa­mente rimosso dalla direzio­n­e del Dap e torna alla sua pro­fessione di avvocato. Curioso: assume proprio la difesa di Vi­to Ciancimino. Tante sugge­stioni, anche contraddittorie, che precedono la svolta «uma­nitaria » di Conso. E dunque il regalo del governo Ciampi a Cosa Nostra sul 41 bis. Il no al carcere duro per paura delle bombe. Uno sfregio profondo alle istituzioni e un segnale di resa che, solo a ripensarci, fa venire i brividi.




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17 novembre 2010

Fazio-so

 Quello che lo scrittore non dice sulla ’ndrangheta e la sinistra


di Pier Francesco Borgia

L’«omertà» dell’eroe anti camorra: infanga la Lega ma evita di ricordare che al Nord ci sono stati diversi casi di collusione con la mafia di Pd e Idv
Gian Marco Chiocci

Come ogni bravo cronista, Roberto Saviano sa perfettamente che non fa notizia il cane che morde l’uomo ma il contrario sì. Quindi non può colpire l’attenzione del lettore (o dello spettatore tv) la collusione di un partito con la mafia. Roba già vista. Se, però, il ministro dell’Interno fa parte di quel partito colluso, allora le cose cambiano. Figuriamoci poi se è portato sugli scudi da tutti perché sotto la sua gestione, al Viminale, sono stati sequestrati alla mafia beni per 18 miliardi di euro e assicurati alle patrie galere 29 dei 30 latitanti più pericolosi. E fa notizia, ovviamente, il racconto carico di pathos della riunione dei boss di ’ndrangheta in un circolo culturale intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino. Altro che uomo che morde il cane: Lega nord, ’ndrangheta, lo sfregio ai giudici uccisi dal tritolo. L’audience è assicurata. Ma come la volta scorsa, il Savonarola di Terra di Lavoro omette verità pruriginose per il centrosinistra di cui, ormai, è icona e megafono.
Il riferimento al summit di mafia del 31 ottobre 2009 nel circolo Falcone e Borsellino è da brividi, ma è monco. Non dice, il Nostro, che quel circolo è dell’Arci, associazione da sempre vicina al Pci-Pds-Ds-Pd, e il cui presidente (quello che aveva disposto i tavoli a ferro di cavallo ai trenta convenuti per eleggere il capomafia del nord) è il consigliere del Pd di Paderno Dugnano, Arturo Baldassarre. Si dirà: ma Baldassarre non è indagato, non è stato arrestato. Giusto. Anche il consigliere regionale della Lega che avrebbe incontrato il boss Pino Neri di Taurianova non è stato indagato, non è stato arrestato, ma è stato comunque «mascariato» da Saviano. Il quale, ovviamente, a proposito di ’ndrangheta, di infiltrazioni al Nord, di politici in contatto con personaggi calabresi, s’è ben guardato dal tirare fuori brutti scheletri. Citando a caso. Non ha fatto alcun riferimento all’operazione «Parco Sud» che a novembre portò in cella 14 affiliati alla famiglia Barbaro e che sfociò nell’arresto del sindaco Pd di Trezzano sul Naviglio, Tiziano Butturini, un ex Ds. Non ha ricordato che nel maxi-blitz del 13 luglio contro le cosche in Lombardia ci finì impigliato, per la conoscenza con un imprenditore vicino agli Strangio, un ex rappresentante della giunta di centrosinistra guidata da Penati, ovverosia Antonio Oliverio. Non ha rispolverato il caso di un altro ex assessore provinciale nella stessa giunta, Bruna Brembilla, indagata (e poi prosciolta) perché avrebbe chiesto voti ai calabresi immigrati.
Ragionando come ragiona il Savonarola casalese, si dovrebbe poi appiccicare la patente di mafioso anche a un politico dell’Udc del «nord» che indagato per mafia non è: Rosario Monteleone, presidente del consiglio regionale della Liguria e coordinatore del partito di Casini, il cui nome compare in una telefonata fra calabresi arrestati. E che dire di Pasquale Tripodi, già assessore «in trasferta» di Loiero, coinvolto due anni fa nel blitz della Dda di Perugia (arrestato e poi scarcerato dal Riesame, archiviato) su infiltrazioni del clan Vadalà nell’Umbria rossa. E che dire di quelle elezioni per il consiglio comunale di Cologno Monzese supervisionate dal clan Valle che tanto hanno imbarazzato i Riformisti ed il Pd. E che dire, inoltre, di Cinzia Damonte, candidata alle regionali liguri per l’Idv, non indagata, sorpresa a distribuire santini elettorali a una cena organizzata da calabresi come Onofrio Garcea, 70enne di Pizzo Calabro, oggi latitante, presente nelle maggiori inchieste sulle ’ndrine di Genova e dintorni. L’elenco a tema è lungo, da non leggere in tv perché finirebbe per smontare il gioco del novello professionista antimafia. Accreditare la sua tesi servendosi delle provocazioni culturali di Gianfranco Miglio (che non può protestare per questa strumentalizzazione) equivale a chiedere a una leggenda del Quattrocento di farsi documento giudiziario incontrovertibile. L’audience è una cosa, la fazio-sità cos’è?




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Non andare in giro dicendo
che il mondo ti deve dare da vivere.
Il mondo non ti deve dare nulla :
era lì prima che tu arrivassi.

 

 

ControCorrente

Movimento d'opinione
che si propone di premiare
dare fiducia a persone
e politici che siano
garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore.
Sono garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore:
 
 
Vota:Berlusconi,Angelilli

 
    
 

     

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fiamma Nierenstein
 
 

No alla Ue




ORIANA FALLACI



Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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