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24 dicembre 2008

Buon Natale

              




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24 dicembre 2008

Barbarie islamica.ISLAM, RELIGIONE DI PACE (ETERNA) AMORE E TOLLERANZA

 

Islamisti somali distruggono  tombe anziane  non musulmane e le chiese

Dove l'islam passa, l'erba non cresce più. Distruggere, sempre distruggere,  distruggere TUTTO, soprattutto non lasciare alcun vestigio, nessuna traccia di ciò che non è islamico. In questo breve servizio del canale Al-Jazeera, si vedono militanti islamisti somali in procinto di distruggere vecchie tombe di notabili, alcune avevano più di un secolo. Appena hanno preso il controllo di questa città, gli islamisti si sono immediatamente messi al lavoro di distruzione dei cimiteri non musulmani. Un po'più lontano nel video, si possono vedere le macerie della chiesa che hanno demolito. Benché non ci sia più un solo non musulmano nella città, ciò  non gli basta, hanno raso l'edificio ed intendono costruire una moschea al suo posto.

http://scettico72.splinder.com/post/19396810




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24 dicembre 2008

Caro Gesù Bambino...

 

Caro Gesù bambino, ti prego riportaci presto il senso del peccato

di Susanna Tamaro

Caro Gesù bambino, mi permetto di disturbarti perché so che ormai non saranno in molti a farlo. Un esercito di tripponi vestiti di rosso e con barbe posticceha invaso il tempo a te dedicato e - con il e di renne volanti - ha offuscato la straordinaria umiltà della tua nascita. Questa folla vociante di buontemponi dagli occhi sbarrati in un’espressione di perenne felicità si cala dalle finestre dei condomini, staziona davanti ai negozi e nelle strade più commerciali delle città.
Sono loro ormai a raccogliere i desideri dei nostri bambini. Come non provare simpatia per questi arzilli nonnetti? Non c’è malizia nei loro occhi né traccia di rughe sulle loro guance, dai loro sacchi non esce mai carbone. La loro presenza ci parla di un mondo privo di ombre, un mondo dove tutti si vogliono bene, si fanno regali uniti da una eccitata felicità. C’è del male a essere felici, a desiderare l’armonia? Naturalmente no, forse per questo la schiera di amabili tripponi sono diventati così popolari.
Però, caro Gesù bambino, un mondo in cui non esiste l’ombra mi lascia vagamente inquieta. Ci sono tante cose che vorrei chiederti, ma forse la prima - e la più importante - è proprio questa. Riporta la coscienza dell’ombra nei nostri cuori, restituisci a tutti noi questa dimensione così umana. Che cos’è infatti l’uomo, senza la consapevolezza del male? Dai tempi di Rousseau ci viene ripetuto che l’uomo nasce naturalmente buono e questa ossessiva ripetizione ha finito con il dare i suoi frutti. La colpa del male che ci circonda, ci viene detto, non è mai in noi, ma sempre al di fuori: è colpa della società, delle ingiustizie, della corruzione, dei nostri genitori, della parte politica avversa, ma non dipende mai da una nostra precisa responsabilità. Sono state edificate grandi dittature su quest’idea - dittature che hanno causato decine e decine di milioni di morti innocenti - ma ciononostante continua ad essere radicata. Cambiando le condizioni esterne, si continua a ripetere, l’uomo cambierà e sarà in grado di rendere la società più giusta, più tollerante. E se invece la priorità fosse quella di cambiare l’interno?
Nelle ultime pagine di Va’ dove ti porta il cuore la nonna scriveva alla nipote: «Ricordati che la prima rivoluzione da fare è quella dentro se stessi, la prima e la più importante. Lottare per un’idea senza avere un’idea di sé è una delle cose più pericolose che si possano fare ». Riporta, dunque, nei nostri cuori, caro Gesù bambino, il senso di quella cosa ormai così ridicola, sorpassata e oscurantista che si chiama senso del peccato. Lo so, questo termine suscita nella maggior parte dei nostri contemporanei dei moti di fastidio o di ilarità: cosa c’entra il peccato con gli uomini moderni che dominano ogni cosa sotto la chiara luce della ragione? Sono convinti, penso, che il peccato sia un anacronistico sistema di controllo delle coscienze imposto dai vari fanatismi religiosi. Ma se invece il peccato fosse, come dice una delle sue etimologie ebraiche più frequenti, prima di tutto un «mancare il bersaglio», uno smarrire la strada, una deviazione di percorso? Deviazione dal nostro cammino di crescita. Che cos’altro è la vita dell’uomo se non un faticoso, affascinante, meraviglioso cammino verso il bersaglio, cioè la piena consapevolezza dell’esistere?
Un cammino di continua lotta contro le tenebre che cercano di sopraffarci, dove le tenebre non sono un dispetto fatto al Papa, ma quella forza oscura che costantemente agisce dentro di noi portandoci verso la chiusura, l’egoismo, l’odio per sé e per gli altri mascherato da mille suadenti volti. Il cammino dell’uomo non è altro che un processo di unificazione. Si nasce divisi, ci sono tante pulsioni in noi in lotta tra loro per predominare. Crescere vuol dire appunto discernere, imparare a distinguere ciò che è bene da ciò che non lo è. Il criterio per la distinzione è estremamente semplice: è bene tutto ciò che costruisce, tutto ciò che l’uomo fa per l’uomo nella dimensione dell’apertura e dell’amore; è male tutto ciò che, nel tempo, si dimostra portatore di divisione e di distruzione, anche se all’inizio è apparso benevolo.
Ogni mattina, quando mi sveglio e comincio la giornata, so che dentro di me sonnecchia un potenziale assassino, sento perfettamente viva la grande scimmia che c’è in me, una scimmia pronta a difendere il suo territorio a morsi e a colpi di randello, incapace di elaborare pensieri molto più complessi di quelli legati alla propria sopravvivenza. Sono però cosciente che invece quello che mi divide dalle grandi scimmie - quel due per cento di diversità genetica - è proprio la possibilità di scegliere e di costruire la mia vita sulla base di questa capacità. Ogni scelta naturalmente è una rinuncia: è rinunciando a delle cose che imparo a riconoscere la parte di me che vuole crescere da quella che, invece, vuole mantenermi ferma. In una società bulimica come la nostra, il discorso della rinuncia suona sinistro, eppure senza questo percorso non si potrà mai raggiungere la saggezza e la sapienza, vero scopo della vita dell’uomo.
Che senso ha invecchiare, inseguendo il simulacro dell’eterna giovinezza, gonfiandosi le labbra, le guance? Una società che non accetta il cambiamento, che non riconosce il principio del male è inerme davanti ai mostri che lei stessa produce. È una società che, per anestetizzare la propria coscienza, ha bisogno di alzare sempre più alte le bandiere dell’umanitarismo, della tolleranza, del pacifismo. Sente i demoni salire dentro di sé, ma non sa come tenerli a bada, così usa i surrogati: per non parlare del bene, ci fa indossare gli osceni abiti del buonismo volendo farci credere che indossare la pelle della pecora sia la stessa cosa che diventare agnelli.
Come dormiamo sereni con le nostre bandiere della pace alla finestra, con le petizioni che firmiamo, con le indignazioni che si susseguono giorno dopo giorno seguendo l’orchestrazione emotiva dei mass media. Com’è bello sentirsi buoni e giusti mentre il mondo intorno a noi è popolato di ottusi, di fanatici, di malvagi. Lottare per la giustizia sulla terra è una cosa importantissima, come tu sai, ma per farlo bisogna avere un cuore indiviso, capace di mettere sempre il mistero della persona in primo piano e non l’abito disonesto del pregiudizio e dell’ideologia.
Ci sono tante altre cosa che vorrei chiederti, caro Gesù bambino. Vorrei chiederti, ad esempio, di far sparire il cinismo dalle nostre menti e dai nostri pensieri, di riportare in noi la capacità di accogliere con stupore l’arrivo di un nuovo giorno, sapendo che qualsiasi cosa ci accadrà sarà comunque importante perché ci servirà per imparare. Cancella tutti gli «ismi» dai nostri cuori e riempili di compassione. Compassione per le persone, per gli animali, per le piante, per tutto il mondo che vive assieme a noi e, con noi, condivide il mistero del male. Rendi di nuovo innocenti i nostri bambini che abbiamo trattato come cassonetti della spazzatura buttando loro addosso ogni sorta di porcheria pretendendo poi che diventino delle belle persone e dei bravi cittadini. Ridona ai genitori la capacità di educare e di guardare a ogni figlio come un essere delicato e prezioso da trattare con fermezza e con amore, proteggendolo dalle oscenità del mondo circostante.

E infine porta un grande carico di vergogna a tutte le persone che occupano un posto di potere e non agiscono per il bene della comunità. Fai arrossire i corrotti, gli evasori, gli ipocriti, i demagoghi e tutti coloro che vivono proni davanti agli idoli del potere e del denaro. Caro Gesù bambino, fa’ che noi continuiamo a sentirci creature fragili, dal destino misterioso, dal compito affascinante e non automi docilmente succubi del fracasso dei media. Fa’ che siamo capaci di ribellarci a questa oscurità che ci viene fatta passare per luce, alle luci finte, alle barbe finte, alla pance finte, ai pensieri e ai sentimenti finti, alle finte eterne giovinezze. Fa’ che in ognuno di noi torni a radicarsi l’idea che non c’è altro senso del cammino della vita che la costruzione e la ricerca dell’amore.




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24 dicembre 2008

FATTI AVANTI TONINO

 Chi te l’ha detto Tonino? Chi te l’ha detto? È una domanda semplice, come vedi, la può capire anche un contadino di Montenero, di quelli che potano i congiuntivi come i rami dei pioppi e se sentono parlare di condizionale pensano al carcere, mica alla grammatica. Ma questa volta la consecutio temporum non serve, basta un po’ di sincerità: chi te l’ha detto che c’era quell’indagine in corso? Come facevi a saperlo?

Gli investigatori parlano di particolari «inquietanti». I fatti li abbiamo raccontati sul Giornale: tuo figlio Cristiano Di Pietro, consigliere provinciale dell’Italia dei Valori, chiama il provveditore Mario Mautone, oggi indagato a Napoli, e gli chiede alcuni favori: l’assunzione di un amico, il contratto per un architetto, interventi «ambigui» su appalti e fornitori. «Comportamento senza rilevanza penale», t’affretti oggi a dire tu. Del resto, si sa, ogni scarrafone è bello a papà suo. Bello e innocente.
Per carità: essendo noi garantisti fino in fondo, ci auguriamo che Cristiano (un altro delfino che fa la figura della trota) chiarisca presto tutto quello che c’è da chiarire. Siccome è Natale e siamo buoni non vogliamo nemmeno ricordargli che suo padre, ai tempi d’oro, sbatteva la gente in galera per molto meno. Così come non vogliamo infierire più di tanto sull’Italia dei Valori, un partito ossimoro, che nasce con una ragione sociale smentita dai fatti, come dimostrano le nostre pagine di oggi e i nuovi documenti dell’inchiesta che pubblichiamo. Dall’Italia dei Valori all'Italia dei Rossori. Di vergogna.

Ed è davvero una bizzarra nemesi, una vendetta della cronaca, il fatto che chi è stato assunto in politica sull’onda del moralismo sia oggi circondato da tanta immoralità. Proprio tu, Tonino, simbolo delle mani pulite, finisci in mezzo a quelli con le mani in pasta. Ci si potrebbe persino divertire, ci si potrebbe ridere su: chi è senza peccato scagli il primo (Di) Pietro. Ma siamo garantisti. E poi è Natale. Auguriamo alle persone dell’Idv coinvolte nello scandalo di non trovare sulla loro strada nemmeno un po’ dell’odio che tu, con loro, hai contribuito a seminare.

questa domanda, però, devi rispondere: come facevi a sapere dell’inchiesta? Il Giornale fu il primo a parlare del coinvolgimento di Mautone. Lo definimmo tuo «uomo di fiducia», raccontando che lo avevi portato da Napoli a Roma e che gli avevi assegnato un’importante commissione sugli appalti. Tu ci hai risposto minacciando querele. E poi hai detto che Mautone l’avevi trasferito a Roma proprio perché sapevi dell’indagine. «Sapevi dell’indagine?», abbiamo chiesto noi. «Ne parlavano le agenzie di stampa», hai risposto tu. Ma si dà il caso che a metà 2007, quando Mautone venne trasferito, nessuno sapeva dell’inchiesta. Nessuna agenzia ne aveva parlato. E allora: tu come facevi a sapere? Chi t’ha informato? Hai una talpa in Procura? Solo lì o anche in altre? E di quante inchieste, che non dovresti conoscere, sei a conoscenza? Quante altre fughe di notizie «inquietanti» ci sono state negli ultimi mesi? Come vedi, Tonino, sono domande semplici. Puoi farcela anche tu: scendi dal trattore e rispondi.
Altrimenti sarà evidente a tutti che l’unica vera trasparenza che hai è quella del tuo diploma di laurea.

 
M.G.

INTERCETTAZIONI: GASPARRI, DI PIETRO IPOCRITA COME UN PERSONAGGIO DI SORDI

Roma, 24 dic. (Adnkronos) - "Di Pietro giustifica il figlio facendo come i protagonisti dei film di Alberto Sordi pronti a qualsiasi ipocrisia. In realta' gia' anni fa denunciai la prassi del favoritismo del padre verso il figlio. Poliziotto, grazie a papa', fu avvicinato a casa scavalcando in graduatoria chi aveva piu' diritto di lui. La famiglia Di Pietro ha da sempre un rapporto flessibile con la morale. Sarebbe poi interessante sapere chi avviso' i Di Pietro che Mautone era intercettato. Lo stop ai colloqui tesi ad avere favori e' troppo rapido per essere stato casuale. Povera Italia". Lo dichiara il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri.




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24 dicembre 2008

Soru si dimette: inutile perdere tempo Sardegna, voto anticipato a febbraio

 


Cagliari - La Sardegna va alle urne in anticipo di sei mesi rispetto alla naturale scadenza della legislatura apertasi nel 2004. Il presidente della Regione, Renato Soru, ha infatti, confermato le proprie dimissioni nel dibattito-fiume in Consiglio regionale incentrato sulla crisi aperta lo scorso 25 novembre.E si acuisce la crisi delPartito democratico, il partito di maggioranza, in sardegna, che si è spaccato quando una parte dei consiglieri regionali ha votato contro un emendamento del governatore alla legge urbanistica. Soru, che è anche editore dell'Unità, alla fine non ha fatto marcia indietro, come gli avevano chiesto in molti, a cominciare daVeltroni.
Per lo scioglimento dell'Assemblea legislativa sarda si dovrà comunque attendere la scadenza dei 30 giorni (il prossimo 25 dicembre) e poi sarà il vicepresidente Carlo Mannoni (attuale assessore dei Lavori Pubblici) a traghettare l'esecutivo alle elezioni di febbraio, data più probaibile 15-16.
"Ho sperato fino all'ultimo - ha detto il governatore - che ci fosse un segnale positivo da parte di tutti sulla possibilità di andare avanti, utilizzando proficuamente, nell'interesse dei sardi, anche questi pochi mesi che mancano per la scadenza normale. Si poteva concludere un passo importantissimo nell'azione di tutela del territorio che abbiamo portato avanti in questi anni- ha aggiunto, con riferimento alla richiesta di approvare subito la nuova legge urbanistica -. Così non è stato ma questa notte dormirò sereno e domani consegno le chiavi della Regione. Una Regione senza scheletri nell'armadio, senza una tv in ogni stanza ma con più computer. Insomma una regione più moderna, con regole certe e un bilancio risanato".
Soru è il primo presidente in 60 anni di Autonomia della Sardegna che chiude la legislatura anticipatamente. Ad evitare le urne non è servito il periodo di "raffreddamento" previsto dalla legge statutaria per ricomporre le divisioni interne al Partito Democratico nell'isola e a rinsaldare una maggioranza nata nel 2004 con la coalizione "Sardegna Insieme". Non sono servite neppure le ultime "verifiche" cercate prima dell'inizio del dibattito in aula con il tentativo di ricompattare il centrosinistra attraverso la completa adesione alle richieste del presidente dimissionario: adozione dei vincoli paesaggistici nelle zone interne, approvazione delle linee per la manovra finanziaria 2009, completamento della riforma su istruzione e formazione professionale, riduzione a 80 del numero dei consiglieri, moralizzazione della politica con riduzione di sprechi e indennità aggiuntive dei consiglieri regionali.
L'ultimo appello di Soru in aula è stato all'insegna della responsabilità e rivolto non solo al centrosinistra, ma anche all'opposizione. La risposta dai banchi della minoranza, però, é stata netta: "Non c'é nulla di interessante che può dirci. Questo è il momento della chiarezza, non delle trattative o delle camarille", ha spiegato il capogruppo di Fi, Giorgio La Spisa, annunciando che il centrodestra non avrebbe nemmeno partecipato alla conferenza dei capigruppo per l'esame della proposta di Soru.
A quel punto si è aperto il dibattito, con i consiglieri delle opposizioni che hanno chiesto più volte la conferma delle dimissioni, mentre il centrosinistra ha tentato di convincere il governatore a recedere dal suo intento. Complessivamente gli iscritti a parlare erano una sessantina e, calcolando 15' a testa (tempo ridotto rispetto ai 20 previsti dal regolamento) il dibattito sarebbe potuto durare 15 ore. Poco prima delle 22,30, però, Soru ha rotto gli indugi e ha chiesto a Spissu di intervenire, annunciando il sostanziale "tutti a casa".

Pili: si dimette per evitare i magistrati "Le dimissioni di Soru non hanno niente a che fare con la politica ma sono il chiaro e calcolato tentativo di anticipare la decisione dei giudici sulla scandalosa gestione di questi anni della Regione". Così il deputato del Pdl Mauro Pili, già presidente della Regione Sardegna. "Sono dimissioni frutto di un mero e spregiudicato calcolo - argomenta il parlamentare sardo - che vuole impedire ai giudici e ai sardi di conoscere le gravi responsabilità di chi in questi anni ha scambiato la Regione per una personale banca d'affari. Soru attacca le speculazioni - prosegue Pili - ma è ben consapevole di dire ad altri quello che solo lui in questi anni ha perseguito: una politica falsamente ambientalista tesa solo a favorire le grandi speculazioni ambientaliste dei suoi amici e sue personali. Si tratta di dimissioni pietose - conclude il deputato del Pdl - giocate sulla testa dei sardi e dalla Sardegna per continuare a perseguire con l'inganno affari e malgoverno".




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23 dicembre 2008

Il caso: I Cristiani cacciati da Betlemme

 

di Fiamma Nirenstein

«L’Europa deve capire due cose, e decidersi a reagire: il mondo palestinese rischia di restare vuoto di cristiani, la forza di Hamas ci mette in pericolo ancora più di prima (e non eravamo certo in una situazione invidiabile); e in secondo luogo, però, la gente di buona volontà sappia che qui non troverà la solita paura: il nuovo patriarca ci dà una forza nuova». Tuttavia, sono occorsi diversi giorni per trovare alcuni cristiani che ci raccontassero l’angoscia dei cristiani palestinesi e specialmente di quelli di Betlemme.

Alla vigilia della festa per eccellenza, quella della nascita di Gesù, sulla soglia della Chiesa della Natività dove con emozione i pellegrini scendono nella grotta, c’è la consapevolezza che il futuro potrebbe essere ancora più buio: sulla piazza l’albero di Natale, si prepara la solita Messa solenne, ma nella città di Cristo, i cristiani oggi sono appena il 20 per cento; nel 1990 rappresentavano il 90 per cento degli abitanti. Ramallah ed El Bireh, sempre nel West Bank hanno subìto un attacco. E Gaza è addirittura sotto la minaccia continua e presente di assassinii ed esplosioni da parte delle organizzazioni estremiste islamiche che la dominano: Hamas e al suo fianco la Jihad Islamica e i gruppi salafiti Jaish al Islam e Jaish al Umma.

I cristiani nella Striscia sono circa 3mila e una campagna di violenza senza precedenti li perseguita. Dopo svariate esplosioni della Libreria della Palestinian Bible Society, il suo proprietario, Rami Khader Ayyaad fu rapito e poi ucciso l’ottobre dell’anno scorso. Adesso le scuole delle suore sono esplose un paio di volte, e mentre parliamo con un amico di Betlemme, gli arriva una telefonata da alcune «sister» della Scuola del Rosario di Gaza: il loro cancello è saltato per aria circa due settimane fa. In pratica, quasi tutte le scuole e le biblioteche cristiane di Gaza sono saltate per aria. «Vede - mi dice l’amico - il governo di Hamas anche se formalmente si dichiara contrario, è fanaticamente islamista: ciò significa che segue la norma teocratica o della conversione forzata o della riduzione a dhimmi, a cittadini di serie B, dei cristiani». Parlo con una donna: «Se il 9 di gennaio, quando scadrà il mandato di Abu Mazen, nel West Bank Hamas riuscisse a sovrastare Fatah, là peggiorerebbe molto la condizione di vita per noi già molto difficile ad esempio per gli abiti occidentali, per lavoro in ambiente misto, per il semplice fatto di essere cristiana: ci sarebbero leggi islamiche sull’abbigliamento «pudico» (cosa che preoccupa anche le mie amiche musulmane), sulla vita separata fra sessi dalla più tenera infanzia, sull’onore. Si immagini che fine farebbe il turismo delle donne cristiane. Provi a pensare cosa sarebbe per i pellegrini a Betlemme viaggiare dove le regole alimentari sono tassative, dove l’alcol è punito. Hamas è forte anche nel West Bank; se il suo potere si stabilizzerà anche da noi, prevedo una forte emigrazione».

La nostra amica non ha dimenticato quando due ragazze sui 20 anni furono uccise nel quartiere cristiano di Beith Jalla per «motivi di onore». Ricorda che l’autopsia, per unire la beffa all’orrore, le trovò vergini. Un giovane commerciante sottolinea che un fenomeno abbietto è stato il sequestro delle terre dei cristiani travestito da acquisto o da cessione, e sancito spesso dalle autorità con falsi documenti. «Se la versione ufficiale parla sempre di armonia e di solidarietà - dice - anche se il sindaco di Betlemme è cristiano, la verità è che ci hanno rapinato delle nostre proprietà. E noi abbiamo taciuto per paura. A un mio amico che rivendicava il suo terreno, i nuovi proprietari, tra cui un papavero dell’Autorità, dissero mostrando la pistola: “Questo è il nostro contratto”».

Adesso, però, c’è una qualche nuova speranza. Abu Mazen ha promulgato una precisa conta e delimitazione delle proprietà e ne ha spostato l’urgenza da Ramallah a Betlemme. «Io credo - racconta un cristiano che parla con la finestra chiusa - che stia facendo effetto l’atteggiamento del nuovo Patriarca, ovvero Fuad Twal, un prete ecumenico e un diplomatico cresciuto in Vaticano». Tre settimane fa è apparso a una tv privata e ha detto: «Noi cristiani non siamo deboli come immaginate, le aggressioni devono finire, tutto il mondo ci guarda perché questa è la Terra Santa. «Questo sacerdote - continua - ha la prudenza del diplomatico, ma anche l’orientamento apostolico: è patriota perché gli israeliani ci creano problemi con il muro di sicurezza, i check point, i permessi, ma l’islamismo ci vessa per motivi religiosi. Twal non vuole vedere il suo gregge disperso e umiliato, svanire. Siamo qui da sette secoli prima di loro, e non dobbiamo soffrire di un complesso di inferiorità».
«Siamo schiacciati socialmente e fino a ora abbiamo taciuto. Ora basta, dobbiamo farci rispettare. Aiutateci. O volete una Betlemme senza un cristiano?».




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23 dicembre 2008

Idiozie politically correct contro il presepe. E i musulmani non capiscono la nostra viltà

 
Da qualche anno, Natale è occasione per l’emergere di una forma ormai cronica di cretinismo del politically correct, che alligna soprattutto nella sinistra. A farne le spese è la tradizione cristiana, colpita nel simbolo più antico e caro: il presepe. Si badi bene, il politically correct non ha problemi con l’albero di Natale e tutta la sua simbologia consumista “pagana”. No: colpisce proprio la rappresentazione sacra del Gesù Bambino, della natività, il momento più dolce, intriso di speranza e di amore del cristianesimo. Quest’anno, il cretinismo politicamente corretto è dilagato a Ravenna, comune di sinistra, dove ben 17 scuole materne su 22 hanno abolito il presepe per non offendere i bambini musulmani. I ravennati, si badi bene, non solo soli nel percorrere questa scelta aberrante: già dal 2006 l’Ikea in Italia, ha comunicato la decisione di non vendere presepi: “Nessun simbolo religioso è in vendita. Siamo un’azienda svedese abbiamo in vendita tanti addobbi natalizi, in particolare quelli per l'albero di Natale, che è un simbolo più trasversale, ma presepi non ne teniamo. L’albero lo fa la maggioranza delle persone, anche nei paesi musulmani. Il presepe, invece, è tipico della tradizione cattolica”. Sempre nel 2006 la scuola materna la ''Casa del bosco'' di Bolzano ha deciso di non far cantare ai propri alunni una canzoncina di Natale, “per non offendere i bambini musulmani”. I genitori italiani sono insorti, ma la decisione è stata irrevocabile: Gesù non ha avuto posto nella recita di Natale 2006. Stessa linea tenuta dalla municipalità di Birmingham, che dal 2006 ha cancellato il nome Christmas dai propri registri rimpiazzandolo con il neologismo Winterval, “Festival d’inverno”, in piena sintonia con il cretinismo buonista di tre quarti delle aziende britanniche, che hanno deciso da anni di non decorare più locali e uffici a Natale per non “disturbare” i fedeli non cristiani. La rilevazione è stata effettuata dallo studio legale Peninsula che ha contattato 2300 responsabili aziendali dei quali il 74% ha deciso di interrompere la tradizione secolare. Il bello è che i primi a scandalizzarsi per questo imbelle rifiuto delle proprie origini e tradizioni cristiane…. sono proprio i musulmani, a partire da quelli di Ravenna, che in sintonia con le organizzazioni musulmane in Svizzera di anni fa, hanno lanciato un appello a non bandire dalle scuole le tradizioni cristiane e soprattutto quelle del Natale: “Una eventuale decisione in questo senso non contribuirebbe alla pace religiosa”. Questo, anche perché, per i Musulmani la Natività vi è stata, perché una intera Sura del Corano è dedicata a Maria e al suo concepimento di Gesù senza contatto con uomo; perché versi poeticissimi sono dedicati da Maometto alla Natività del Cristo sotto una palma. Ma il politically correct della sinistra di oggi è tale proprio perché incolto, ignorante, non curioso, pieno solo di vergogna della storia dell’Europa e delle sue radici cristiane, in preda a un relativismo ormai demente

 
Carlo Panella




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23 dicembre 2008

Festeggiano la crisi

Gianluigi Paragone

La crisi parcheggia in seconda fila. Sta in coda alla cassa di un
ipermercato. Smadonna perché non trova un volo direzione Brasile o
Maldive. Sempre che Alitalia li faccia partire: Aquila selvaggia è già
pronta con una raffica di scioperi sotto le feste.

La crisi è davvero strana quando spegni il televisore, chiudi certi
giornali e ti affacci al balcone per guardare la città. È strana nel
senso che non è poi tanto diversa da quelle degli anni precedenti:
esattamente dodici mesi fa, sui giornali i commercianti si lagnavano
perché non avevano incassato come l'anno prima. Ma a pensarci bene
pure l'anno prima smoccolavano perché lo shopping natalizio non era
andato secondo le loro previsioni. Una volta a un commerciante amico
dissi: con tutti i soldi che vi siete fatti col cambio lira/euro siete
ancora in attivo. Ci rimase male. Però io mi tolsi un peso dallo stomaco.

Nessuno è così matto da negare le difficoltà o che le imprese chiudono
e i lavoratori stanno a casa. Però non c'è battuta più scontata, e
ormai svuotata di «c'è crisi». A sentir certi commenti sembra che
siamo vicini all'apocalisse. Se è vero, allora fanno bene quelli che
in massa corrono negli ipermercati per fare incetta di ogni bendidio.
E fanno ancora meglio quelli che prima di me hanno comprato il
videogioco del momento, quello che trasforma il salotto di casa in una
palestra o in un campo da tennis. In tempi di crisi è meglio tenersi
in forma. Non si sa mai.

Berlusconi non è fuori dal mondo quando invita all'ottimismo, quando
invita a non essere più pessimisti del dovuto. Ha talmente ragione che
infatti la sinistra, con la complicità di certa stampa, sta montando
la polemica sul presidenzialismo come se fosse la priorità del Cavaliere.

«Pensi alla crisi», gli ha detto Veltroni con fare da menagramo.
Ricordate quelli che nel Medioevo ammonivano: «Ricordati che devi
morire. Pèntiti. Convèrtiti». Ecco, mi sembra la stessa cosa.
Ricordati che c'è la crisi, pèntiti di fare la vispa Teresa e
convèrtiti alle sofferenze. Poi, loro comprano la casa a New York e
iscrivono i figli alle scuole private…

Ovviamente non si tratta di fare la vispa Teresa, ma solo di osservare
le cose per quel che sono. In montagna, gli alberghi avevano segnato
un bell'incremento di turisti già in occasione del ponte
dell'Immacolata. Così sarà anche per le feste di Natale e Capodanno.
Le abbondanti nevicate di fine novembre e dicembre hanno ingolosito
gli amanti dello sci. Chissà se le telecamere dei telegiornali ci
mostreranno il pienone sulle piste oppure cercheranno il solito posto
sfigato per dire che… c'è la crisi.

Dicono: guarda che i prezzi si sono abbassati notevolmente, ecco
perché la gente compra. Embé? Non ci vedo niente di male: è una delle
regole più ovvie del mercato. Chi l'ha detto che i prezzi debbono
restare sempre alti? Se la domanda comincia a calare, anche i prezzi,
in un mercato concorrenziale, s'abbassano.

E se la domanda cala, forse è anche perché ci siamo riempiti la pancia
di beni tanto inutili da averli convertiti in beni di prima necessità.
Una recente sentenza della Cassazione ha sancito che un padre
divorziato deve pagare il telefonino ai figli, perché non si può stare
senza telefonino. Bé certo, se i parametri sono questi allora ogni
discorso sulla soglia di sussistenza va a farsi benedire.

Non credo di vivere nel Bengodi o nel Paese delle Meraviglie laddove i
ragazzi vestono griffati dalla testa ai piedi, laddove entrano ed
escono dai negozi di elettronica con pregiatissimi apparecchi per
ascoltare musica o vedere film o laddove si spera di regalarsi un
weekend tra massaggi shiatsu e cascate di benessere. Vivo in una città
italiana.

Ho letto da qualche parte la spiegazione di una psicologa a questo
consumismo sfrenato: nei momenti di crisi ci si aggrappa all'effimero
per superare le difficoltà. Già, ma chi paga se c'è la crisi? Da
sempre ho un pensierino cattivo che non mi va via dalla testa: lo paga
(in parte, ovvio) il "nero" dei lavoretti o dei lavoroni. Lo paga quel
cash che ci si ritrova in tasca e che proprio adesso torna buono per
ammortizzare le difficoltà.

Eppure le classifiche e i numeri raccontano un'altra Italia. È di ieri
l'indagine Istat sulla povertà. Nel 2007 (quindi siamo lontani dalla
congiuntura sfavorevole di questi mesi, però tutto fa brodo) il 5 per
cento della popolazione non ha i soldi per il cibo e il 15 per cento
arriva con molte difficoltà a fine mese. Confesso la mia profonda
diffidenza verso i numeri: nessuno è mai disposto a mettere le mani
sul fuoco rispetto alle fonti o al rigore assoluto degli stessi.

Faccio un esempio. Se uno dichiara al fisco di non aver guadagnato un
fico secco, per le statistiche è un povero diavolo. Tra evasori totali
ed evasori "solo un pochino", mi sembra che di furbetti in Italia ce
ne siano un bel po'. Ebbene, costoro in quale colonnina della lista
vanno a finire, tra i ricchi o tra i poveri?

Sempre l'Istat dice che il reddito di una famiglia su due è appena
sotto due mila euro. Dispiace fare dell'amarcord ma duemila euro erano
quattro milioni di vecchie lire. Mica robetta. Domando: c'entra la
crisi o c'entrano quei geni della politica italiana che accettarono il
cambio millenovecento e rotte lire, insomma duemila lire, per avere
una striminzita monetina da un euro? Che se solo la lasci in chiesa
per la questua ti sembra di essere un pezzente. È vero o no?

Torniamo ai duemila euro di stipendio medi e di come, fa intendere
l'Istat, questi soldi non bastino. Dipende. Non bastano se bisogna
mantenere due famiglie: ogni anno aumentano le separazioni e i
divorzi. Non bastano se si sommano le spese a rate: e l'accesso alle
società di finanziamento aumenta di anno in anno. Non bastano se si
mandano i genitori negli ospizi, perché si ha noia ad averli in casa.
Esempi così se ne possono fare diversi e sono esempi di spese non
propriamente fondamentali.

Allora non ci si può togliere nemmeno uno sfizio? Certo che si può.
Infatti non mi sembra che affoghiamo in una valle di lacrime.
Nonostante la crisi. E nonostante qualche menagramo di troppo.




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23 dicembre 2008

La denuncia «Appalto da annullare, ma la giunta Veltroni tirò dritto»

 



La denuncia «Appalto da annullare, ma la giunta Veltroni tirò dritto»

di Patricia Tagliaferri

Roma- Era stata per prima l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici a sollevare dubbi sul maxi-appalto per la manutenzione delle strade capitoline affidato, ai tempi di Veltroni, all’imprenditore napoletano Alfredo Romeo. Una bocciatura che, associata alle condizioni disastrose delle vie di Roma, costellate di buche e ridotte a paludi alle prime piogge, convinse l’allora presidente della Commissione consiliare di garanzia e trasparenza Roberto Rastelli, dell’opposizione di centrodestra, ad approfondire la questione.
«Ho voluto verificare che l’appalto fosse in linea con le norme - spiega Rastelli, oggi coordinatore nazionale dei Cristiano Popolari del Pdl - e per questo convocai i responsabili e gli estensori degli atti con tutta la documentazione relativa alla gara». Tra questi Risorse per Roma spa, la società partecipata quasi totalmente dal Comune di Roma, che curò il progetto alla base del bando e nel cui Cda sedeva Luigi Bardelli, presidente del Consorzio Strade Sicure, una delle imprese che si aggiudicò l’appalto con Romeo. Una situazione di potenziale conflitto di interesse, evidenziata anche dall’Authority sui contratti, su cui era necessario fare chiarezza. «Ora mi spiego come mai la maggioranza era latitante sull’argomento», osserva Rastelli.

Tutti i dubbi della commissione su quelle che vennero considerate delle palesi irregolarità nell’appalto vinto da Romeo finirono nero su bianco in un parere di sei pagine in cui le censure della Manital, la società che per prima diffidò il Comune dal procedere all’aggiudicazione definitiva della gara suggerendone l’annullamento, vennero ritenute giustificate. Fu allora che l’assessore comunale ai Lavori pubblici Giancarlo D’Alessandro chiese di essere ascoltato dalla Commissione di garanzia e trasparenza. «Lo convocammo - racconta l’ex presidente Rastelli - e gli sollevammo i nostri dubbi sulla legittimità delle procedure. Ma lui rispose che non c’era alcun problema. A questo punto il compito della Commissione era finito, non avevamo né i mezzi né l’autorevolezza per andare oltre. È stato dimostrato che le nostre preoccupazioni non erano lesa maestà. L’appalto andava annullato, la giunta ha fatto perdere tempo ai cittadini. Roma è indietro».




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23 dicembre 2008

L'impero di Mautone smistatore di potere


È considerato al centro «di un sistema di potere molto forte», «volano
di una serie di raccomandazioni in tutti i settori pubblici ed, in
particolare, quello degli appalti». È il ritratto del provveditore
alle opere pubbliche della Campania e del Molise Mario Mautone
(designato e recentemente ripudiato da Di Pietro) fatto dagli
investigatori della Dia in un'informativa trasmessa ai magistrati di
Napoli che indagano sugli appalti del Comune. Per gli investigatori,
Mautone, ai domiciliari per l'inchiesta, «in maniera sistematica
smista il potere di cui dispone per favorire in maniera trasversale
qualunque componente politica e istituzionale ne faccia richiesta». In
tal modo «il provveditore finisce di sovente per amministrare la cosa
pubblica a proprio piacimento». Nell'informativa, sulla base di
intercettazioni, si fa riferimento a suoi interventi presso la Corte
dei Conti, ai rapporti con una serie di esponenti politici nazionali e
locali ai quali vengono segnalate «imprese amiche anche
nell'assegnazione di lavori pubblici». Si citano inoltre rapporti con
un esponente della Curia nonché con l'allora questore di Napoli e con
il comandante provinciale dei carabinieri sollecitati a intervenire a
favore di suo figlio coinvolto in una rissa davanti a un ristorante.
Per questa stessa vicenda, secondo quanto sottolineato dalla Dia,
Mautone si sarebbe rivolto a pregiudicati per far ritirare la denuncia
per lesioni che era stata presentata contro il figlio. Gli stessi
inquirenti definiscono poi «ambiguo» il rapporto venutosi a creare con
il figlio di Di Pietro, Cristiano, il quale sarebbe stato oggetto di
tentativi di «ricatto» da parte dello stesso Mautone.




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23 dicembre 2008

Le conferme dalla DIA su Tonino, il figlio e l'IDV.

 

Le conferme dalla DIA su Tonino, il figlio e l'IDV.
«Di Pietro si mosse per il figlio nei guai»

L'informativa della Dia sulle intercettazioni dell'ex provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise Mario Mautone è durissima con Antonio Di Pietro, per la fuga di notizie sull'inchiesta Magnanapoli. Fuga di notizie che, di colpo, fa interrompere i contatti (definiti «ambigui») tra il figlio del leader Idv, Cristiano, e il funzionario che di lì a poco si ritrova trasferito. E tra gli elementi conseguenti a quello che il rapporto della Direzione investigativa antimafia di Napoli definisce un episodio «inquietante» c'è anche Tonino Di Pietro, all'epoca ministro delle Infrastrutture, che prima «chiede di parlare di persona con il senatore Idv Nello Formisano», scrive la Dia, e poi «fa una riunione politica dove chiede ai suoi collaboratori di tenere fuori il figlio perché “troppo esposto”». Ecco i passaggi del capitolo dedicato al figlio di Di Pietro nel V Faldone degli atti dell'inchiesta napoletana. Dalla richiesta di favori, al repentino silenzio, indotto dalla fuga di notizie.

Quei rapporti ambigui Nel corso dell'attività investigativa – scrivono gli uomini della Dia – sono emersi rapporti degni di approfondimento investigativo tra il provveditore Mautone Mario e il figlio del ministro delle Infrastrutture Di Pietro Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso per l'Italia dei Valori. I contatti tra i due, che tendenzialmente potrebbero rientrare nell'ambito dei ruoli istituzionali ricoperti, hanno assunto nel corso delle indagini un contenuto alquanto ambiguo».

Gli interventi «di cortesia» «In particolare – continua l'informativa - sono state acquisite una serie di intercettazioni nel corso delle quali Cristiano Di Pietro chiede al provveditore Mautone alcuni interventi “di cortesia” quali: affidare incarichi a persone a lui segnalate anche al di fuori di ambiti di competenza istituzionale (Bologna); affidare incarichi ad architetti da lui indicati e sollecitati anche da Nello Di Nardo (all'epoca segretario di Di Pietro al ministero, già candidato Idv e già sottosegretario al Viminale nel D'Alema bis, ndr), come da conversazione 6335, 20/6/07 tra Di Nardo e Mautone al quale comunica che con lui si trovano “due architetti amici di Cristiano ai quali non bisogna far prendere collera”; interessi di Cristiano Di Pietro in alcuni appalti e su alcuni fornitori».
Prima il favore poi la bella figura «Naturalmente - osserva la Dia - le richieste di Cristiano Di Pietro vengono immediatamente esaudite da Mautone, che ne comunica a Cristiano l'esito riservandosi di consegnare a lui materialmente il decreto di nomina (“... c'ho dato un incarico! Poi non l'ho dato ancora a lei! Lo passerò sempre a te e poi ce lo farai avere tu!”)».

Basta telefonate «Un episodio inquietante», lo definisce la Dia. Parla dell'«improvviso silenzio telefonico di Cristiano Di Pietro che si rifiuta di parlare con Mautone». E gli investigatori parlano di «elementi oggettivi dai quali si evince l'improvvisa preoccupazione di Cristiano di conversare al telefono con Mautone». Il giorno del silenzio è il 29 luglio: «Mautone parla con Cristiano e mentre gli comunica che è stato trasferito si interrompe bruscamente la conversazione e qualsiasi altro tentativo di contatto da parte di Mautone risulta inutile perché Cristiano non risponde più». Il cugino (omonimo) del senatore Idv Nello Formisano la interpreta così: «Ha ricevuto un input e si è messo a posto». Poi gli eventi precipitano. Il 31 luglio Mautone finalmente parla con il giovane Di Pietro, «ma scopre che “ha paura di parlare al telefono” e si domanda cosa stia succedendo». L’1 agosto il senatore Formisano dice al cugino che «lo ha chiamato Antonio (Di Pietro) che gli ha espresso desiderio di parlare due minuti “da soli” con il senatore Formisano». E un collaboratore di Mautone gli dice di aver saputo da due esponenti «della segreteria regionale del ministro che Di Pietro avrebbe detto che il figlio Cristiano sta sbagliando e si sarebbe troppo esposto».

La fuga di notizie. La Dia conclude: «Quanto sopra lascia intendere che non si può escludere che intorno al 29 luglio 2007 possa esserci stata qualche fuga di notizia a seguito della quale il provveditore Mautone viene trasferito. Cristiano Di Pietro non parlerà mai più al telefono con Mautone (...). Il ministro Di Pietro chiede di parlare di persona con il senatore Formisano. Di Pietro fa una riunione politica dove chiede ai suoi collaboratori di tenere fuori il figlio perché “ritenuto troppo esposto”». L'ultima la tenta la moglie di Mautone, che non vuole che il marito vada a Roma e dice al provveditore di «buttarla sul ricatto del figlio». Ma il tentativo è «non riuscito», conclude la Dia.

GMC-MMO 


 




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23 dicembre 2008

Le carte che sbugiardano Tonino: sapeva in anticipo dell’inchiesta La tesi: l’ex pm avvisato sei mesi prima degli altri del procedimento sul sistema Romeo trasferì l’alto dirigente Mautone da Napoli a Roma

 


Le carte che sbugiardano Tonino: sapeva in anticipo dell’inchiesta La tesi: l’ex pm avvisato sei mesi prima degli altri del procedimento sul sistema Romeo trasferì l’alto dirigente Mautone da Napoli a Roma

Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica

E ci voleva pure querelare. Oggi che la Dia certifica il sospetto, più che fondato, che Antonio Di Pietro sapesse in anticipo delle indagini su Napoli (dove il figlio era intercettato insieme al Provveditore opere pubbliche, Mario Mautone, poi arrestato) quando ancora nessuno lo sapeva, l'ex ministro Antonio Di Pietro deve spiegare molte cose. E non limitarsi più a minacciare azioni giudiziarie o a rispondere cose false.

Ha l'obbligo morale, lui che fa della trasparenza il cavallo di battaglia della sua azione politica, di dire chi è la fonte istituzionale che gli ha spifferato in anticipo notizie segretissime su un procedimento penale che vedeva intercettati, oltre al figlio e a Mautone, pezzi importanti dell'Italia dei Valori (Nello Di Nardo, suo ex segretario già sottosegretario al Viminale, il senatore Nello Formisano, il deputato Americo Porfidia, più altri consiglieri regionali).

Già, perché Antonio Di Pietro seppe delle indagini della Dda partenopea a metà del 2007, quando le prime fughe di notizie – come ha ricordato il procuratore Lepore – risalgono a fine gennaio 2008.
Quando il Giornale ha rivelato del coinvolgimento di Mautone, ricordando che proprio l'allora ministro Di Pietro lo portò a Roma affidandogli anche un’importante commissione sugli appalti stradali, Tonino disse che a lui avrebbero dovuto dare una medaglia perché «decise l'immediato trasferimento a Roma per evitare che Mautone potesse nuocere».
Quando, sempre il Giornale, gli ha fatto notare che nel 2007 l'inchiesta era ancora coperta dal riserbo istruttorio, Tonino diramò un messaggio alle agenzie di stampa sostenendo che non c'era alcun mistero, che il Giornale insinuava il falso e che, «come qualsiasi cittadino», lui aveva saputo «dell'esistenza delle indagini dalle agenzie di stampa». Un rapido controllo sulle agenzie dell'epoca, però, ha dimostrato che nulla, nel 2007, era stato scritto da Ansa, Agi, Adn Kronos, Apcom, Il velino e via discorrendo. Un lapsus? Un abbaglio? La Dia è lapidaria: «A seguito della fuga di notizie, Mautone riceve comunicazione di trasferimento a Roma, Cristiano Di Pietro non parlerà mai più al telefono con Mautone dopo che nel corso dell'ultima telefonata la linea viene interrotta bruscamente. Il ministro Di Pietro chiede di parlare di persona con il senatore Formisano, poi fa una riunione politica dove chiede ai suoi collaboratori di tenere fuori il figlio perché ritenuto “troppo esposto”».

Con i sospetti sollevati dalla Dia, si riapre il giallo della fuga di notizie insieme alla constatazione che fino a oggi, in tutti i modi, il nome di Di Pietro e del figlio, nonché di tutti gli altri esponenti dell'Italia dei Valori, a differenza di altri, erano stati tenuti segreti.
Allora chi ha detto all'ex pm dell'indagine sul «sistema Romeo» che all'epoca, estate 2007, nessuno conosceva? Perché Di Pietro dice di aver appreso dell'inchiesta sul Provveditore dalle agenzie di stampa, quando non è vero? Se si ha la pazienza di andare a curiosare in archivio digitando Di Pietro e Mautone saltano fuori solo proteste per la discussa nomina di Mautone da parte dell'ex ministro e svariate notizie sul figlio dell'ex pm, Cristiano, consigliere Idv a Campobasso, che spesso inaugura opere pubbliche insieme allo stesso Mautone. La Dia sottolinea proprio questi ripetuti incontri e interventi di cortesia. Che Di Pietro junior fosse in rapporti con Mautone lo ha confermato proprio quest'ultimo, forse subodorando ciò che la Dia aveva intercettato sul suo telefonino: «Il figlio di Di Pietro mi telefonava per informazioni su lavori pubblici e mi segnalò professionisti molisani per commissioni di collaudo, e io lo feci». Poi tutto si interrompe. Di Pietro junior non parla più con Mautone, che finisce a Roma.

Un dettaglio che oggi assume contorni inquietanti. Perché Tonino ha saputo, chissà da chi, delle avvisaglie dell'inchiesta. E il trasferimento punitivo non ha sortito gli effetti sperati se è vero, come scrive la Dda di Napoli, che «la condotta criminosa di Mautone è proseguita quando Di Pietro era ministro ed è tuttora in atto».

Come la giri, la giri, è un gran mistero. Per risolverlo basta solo che l'ex pm risponda a una domanda. Da chi ha saputo dell'inchiesta?




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22 dicembre 2008

L'odio per Israele corre in internet

 

Oggi chi vuole esprimere il proprio odio per Israele va su internet e la' si sfoga e racconta le cose piu' incredibili, le piu'  orrende, parla di atrocita' degne di Idi Amin Dada il dittatore cannibale ugandese in versione israeliana, una vera e propria festa di diffamazioni e  odio antisionista.
Altri vanno sui blog tenuti da filoisraeliani e lanciano offese, auguri di morte, invocazioni al nazismo e alle camere a gas, un bailamme di ignobili accuse.
Non e' certo questo che mi stupisce perche' e' da sempre che chi ama Israele si sente circondato dall'odio degli ammiratori del terrorismo, di chi, piu' ipocritamente, si giustifica  con un innocente " Ma perche' , Israele non puo' essere criticato?".
Quando sento questa frase mi si alza il pelo come ai gatti e faccio molta fatica a restare calma.
La cosa che mi stupisce e non poco e' l'indifferenza totale in cui piombano queste diffamazioni . Non esiste nessuno che in Italia dica BASTA,  non esiste nessuno che li fermi, che li blocchi, che li obblighi a fare marcia indietro e ad ammettere le proprie menzogne razziste.
Non esiste nessuno, in Italia, che li quereli!
Questa e' la verita'. I diffamatori italiani vivono nel paese del bengodi, possono scrivere di tutto contro Israele, e' un vero e proprio mestiere il loro e probabilmente piu' di uno sara' sul libro paga di chi tiene i fili di questa giostra del male.
Per altri, i piu' fanatici,  e' una missione vera e propria presentare Israele come il mostro tra le nazioni.
Possono scrivere che Israele tiene in carcere e tortura bambini e nessuno li denuncia. Possono scrivere che Israele e' uno stato nazista e nessuno li denuncia.
Possono scrivere che  Israele affama la gente di Gaza e nessuno li denuncia.
Possono scrivere che Gaza e' un campo della morte come Auschwitz e nessuno li denuncia.
Possono scrivere che a Gaza e' in atto un genocidio e nessuno li denuncia.
Loro possono dire tutto quello che gli passa per la mente mossi dall'odio e nessuno li tocca. Naturalmente non parlo solo degli schiavetti,  della marmaglia che esegue gli ordini di organizzazioni naziislamiche, mi riferisco anche a giornalisti di calibro, a
politici di nome, a vicepresidenti di Parlamenti Europei , a cognate di ex primi ministri, di gente che va a Gaza con le barchette dei pagliacci, vede i negozi traboccanti di ogni ben di dio, poi si strappa i capelli dicendo che la' e' in atto un genocidio e che Israele li fa morire di fame.  
E nessuno li denuncia.
Succede invece il contrario, succede che chi cerca di arginare queste menzogne e  alla fine, esasperato, li apostrofa come antisemiti viene subito querelato.
Volete sapere come funziona questo gioco dell'assurdo?
Funziona bene perche' in Italia gli ebrei se ne fregano se Israele viene diffamato, alcuni sono persino d'accordo con i diffamatori e quelli che non lo sono, dopo la prima arrabbiatura, lasciano perdere, meglio non aver grane.
Il peggior nemico dell'ingiustizia e' l'indifferenza e questa indifferenza e' la forza degli antisemiti  e del loro odio.
Sono antisemiti  nel senso completo del termine, odiano Israele e, la sua esistenza, vorrebbero vedere tutto in mano agli arabi e gli ebrei galleggiare in mare, cibo per pesci.
La loro forza e'  il menefreghismo di chi in Italia potrebbe fare qualcosa.
Esistono avvocati ebrei in Italia? Credo di si e allora, se esistono, perche' non portano in tribunale questa genia?
Esiste un' Anti-Defamation League in Italia?
No, non esiste e perche' non esiste?
E' questo lo scandalo! Tutto il mondo parla del crescente antisemitismo legato all'odio per lo Stato di Israele e nessuno pensa di creare in Italia un'organizzazione  che denunci le menzogne e quereli chi le diffonde.

Mi chiedo come sia possibile che tanta gente la passi liscia, mi chiedo come mai non ci sia nessuno che si senta ribollire il sangue  di fronte a  ignobili menzogne contro una democrazia costretta alla guerra da gruppi di stramaledetti terroristi.
In questi giorni si avvicina la terribile possibilita' che il sud di Israele venga evacuato a causa dell'escalation dei bombardamenti da parte di hamas e delle sue molteplici bande di criminali assassini eppure vi sono delle persone che osano accusare Israele se, a fronte dei bombardamenti, interrompe le forniture di viveri e carburante a Gaza e pubblicano articoli di poveri bambini palestinesi che muoiono di fame e di sete, di altri poveri bambini palestinesi che Israele ammazza e tortura.
E nessuno li ferma!
Nessuno li blocca!
Nessuno li porta in tribunale!
E' una vergogna, lasciatemelo dire, e' una vergogna che in Italia nessuno pensi di arginare questo odio.   

Si, lo so, che quando scrivo queste cose e punto il dito contro l'indifferenza del mondo ebraico e non ebraico italiano, mi attiro molte antipatie. Lo so che molti diranno "ma perche' questa non pensa agli affari suoi".
Gli affari miei sono Israele e la Verita' ed  e' per questo che mi faccio venire il mal di fegato e i travasi di bile.
E' per questo che esiste Informazionecorretta dove noi scriviamo e dove si spulciano tutti gli articoli diffamanti Israele.
Ed e' per questo che le organizzazioni naziilsamiche odiano informazionecorretta e me in particolare  ma noi siamo una goccia in un oceano di bugie. 
Una piccolissima goccia. 
Perche' siamo lasciati soli? Noi non possiamo fare altro che scrivere e smentire, non possiamo fare altro che passare ore sui forum per dire la verita', per gridare la verita', instancabili,  giorni, mesi, anni della nostra vita chini su una tastiera colle mani che tremano di rabbia e il mal di testa.
Tutto e' lasciato in mano a noi scribacchini innamorati di Israele che non possiamo permettere che la demonizzazione metta radici ma che, soli come siamo, non possiamo nemmeno evitarlo.
Perche' nessun avvocato si prende la briga di  denunciare le menzogne e chi le scrive?
Perche' nessuno si mette una mano sul cuore?
Perche' continuate a lasciare solo Israele?
PERCHE'?

Deborah Fait




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22 dicembre 2008

TIPS REVOLUCIONARIOS Nº 385

 

TIPS REVOLUCIONARIOS Nº 385

(22 de Diciembre de 2008)

1. Irán usa vuelos civiles de Venezuela para mover tecnología militar

Roma, 21 de diciembre.- Irán utiliza los vuelos comerciales que opera la aerolínea venezolana Conviasa en la ruta Teherán-Damasco-Caracas para transportar tecnología militar, un movimiento con el que se evaden las sanciones impuestas por la ONU al Estado iraní, aseguró el diario italiano "La Stampa".

Según el periódico, esto es el fruto de un acuerdo al que han llegado Hugo Chávez y Mahmud Ahmadineyad, para, entre otras cosas, fortalecer la presencia de Irán en Latinoamérica, que ya conocen los servicios de inteligencia de algunos países occidentales.

http://www.el-carabobeno.com/p_pag_not.aspx?art=a221208i07&id=t221208-i07


2. Canciller chavista Nicolas Maduro miente

Caracas, 22 de diciembre, (Tips Revolucionarios).- Cuando acusaron a Venezuela de ayudar a Iràn con el transporte de misiles y material militar, como lo titula la agencia de noticias AFP, "Venezuela ayuda a Irán en transporte de material para misiles" Nicolas Maduro negò la informaciòn y dijo que los vuelos entre Iràn y Venezuela por Conviasa son "vuelos de paz.".

El 29 de enero de 2007, en entrevista al Diario Las Américas, Alejandro Peña Esclusa, se refirió a los acuerdos entre Chávez e Irán con el apoyo de los miembros del Foro de Sao Paulo, ahora Unasur, al terrorismo internacional: "le han abierto las puertas a Ahmadineyad, no sólo las de Venezuela, sino del resto de América."

Ver entrevista completa aquì: http://fuerzasolidaria.org/WebFS/TipsRevolucionarios/Enero2007/Tip0181.html

Ver algunas notas de prensa que evidencian la alianza entre los miembros del Foro de Sao Paulo, ahora Unasur, e Iràn:

31 de Julio de 2006:
Lula y Kirshner inician proyectos de energía nuclear
http://fuerzasolidaria.org/WebFS/TipsRevolucionarios/Julio2006/Tip00052.html

15 de enero de 2007
Chávez y Ahmadineyad financiarán proyectos en otros países
http://fuerzasolidaria.org/WebFS/TipsRevolucionarios/Enero2007/Tip0168.html

Ecuador pidió equipos iraníes para cuidar frontera con Colombia
http://www.caracol.com.co/nota.aspx?id=730212

Lula invita a Ahmadineyad a Brasil
Rafael Correa e Irán estrechan lazos
http://fuerzasolidaria.org/WebFS/TipsRevolucionarios/Noviembre2008/Tip0381.html

Daniel Ortega se suma a la alianza con Irán promovida por Chávez
http://fuerzasolidaria.org/WebFS/TipsRevolucionarios/Enero2007/Tip0168.html



3. Cuba recobra protagonismo bajo la batuta de Lula

Costa do Sauípe, Brasil, 17 de diciembre.- Arropado por el liderazgo de Luiz Inácio Lula da Silva, que le ha abierto las puertas de América Latina, el cubano Raúl Castro se ha convertido en la estrella debutante de la cumbre que concluyó hoy en Brasil con la aprobación de una resolución contra el embargo de Estados Unidos.

http://www.lostiempos.com/noticias/17-12-08/17_12_08_ultimas_int47.php



4. Rafael Correa y Cristina Kirchner a Cuba en Enero

Caracas, 21 de diciembre, (Tips Revolucionarios).- En notas de prensa separadas, distintos medios de comunicaciòn informan que Rafael Correa y Cristina Kirchner confirmaron que viajarán a La Habana en Enero proximo.

El viaje de Correa està previsto para los días 8 y 9 del referido mes. Correa indicó: "Me da mucha alegría este viaje, pues lo 'hemos pospuesto muchas veces por problemas de agenda, pero esta vez iremos, ya está confirmado'.

Asimismo, subrayó que la visita fue acordada en el encuentro sostenido con Raúl Castro, esta semana en Brasil.

El viaje de Cristina Kirchner està programado, segun nota en la pàgina web de uno de los organos de comunicaciòn del Foro de Sao Paulo, ahora Unasur, el Congreso Bolivariano de los pueblos, que C.Kirchner viajarà a Cuba desde el 11 de enero hasta el 14, "en coincidencia con el 50 aniversario de la Revolución". La nota explica que C. Kirchner recibió la "invitación" de visitar Cuba "hace ya unos meses" pero que se formalizó en Brasil cuando fueron invitados por Lula , en una reuniòn con Raúl Castro y Hugo Chávez.

En los últimos meses han acudido a Cuba, Lula da Silva, Hugo Chávez, el chino Hu Jin Tao, y el ruso Dimitri Medvédev.

http://www.americaeconomica.com/portada/noticias/171208/pargentinacuba.htm




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22 dicembre 2008

Oggi come ieri, i Veltroni, i D’Alema, i Fassino non hanno titoli per dare lezioni a nessuno sulla questione morale».

 


«Il Pd è come la Dc e il Psi altro che lezioni di morale»

di Stefano Lorenzetto

«I l Pci non era diverso dalla Dc, dal Psi, da tutti i partiti rimasti sotto le macerie di Tangentopoli, e lo stesso vale per Pds, Ds e Pd che ne hanno raccolto l’eredità. Se 15 anni fa il Bottegone non fu costretto a chiudere per via giudiziaria, è solo perché poté contare su una ventina di kamikaze come me. I quali, senza essersi arricchiti, finirono nel tritacarne per fedeltà, per difendere l’idea in cui credevano. Oggi come ieri, i Veltroni, i D’Alema, i Fassino non hanno titoli per dare lezioni a nessuno sulla questione morale».

Giovanni Donigaglia, ex padre padrone della fallita Coopcostruttori di Argenta che era diventata il quarto gruppo di costruzioni italiano dopo Impregilo, Astaldi e Condotte e dunque uno dei grandi puntelli economici di Botteghe Oscure, non è per nulla stupito da ciò che sta succedendo in Campania, in Abruzzo, in Basilicata. «Li aspettavo al varco, era solo questione di tempo. La superiorità morale del Pd non esiste». La sua teoria è lineare: accade oggi soltanto perché le finanze rosse non sono più nelle mani di uomini tutti d’un pezzo cresciuti alla scuola di partito, pronti nell’obbedire, astuti nell’agire, abili nel riscuotere, risoluti nel negare. Gente, tanto per non far nomi, del calibro di Renato Pollini, Marcello Stefanini, Primo Greganti, Marco Fredda. «Con Greganti e Fredda fui ospite del pm Antonio Di Pietro nel carcere di San Vittore. Raggio 2/B riservato. Eravamo confinanti di cella, io in mezzo, loro due ai lati».

Donigaglia è incensurato, a parte qualche decreto penale per il pagamento di contributi previdenziali della Coopcostruttori. Arrestato cinque volte, ha subìto 37 processi. Mai una condanna. Bel record per il depositario dei segreti della cooperativa edile ferrarese, «44 anni, dal 1959 al 2003, ultimo stipendio da presidente 1.500 euro al mese, l’equivalente di un capomastro». Contro di lui restano ancora in piedi due procedimenti giudiziari. Da sei anni non ha più la tessera del partito. «Mi sono riciclato mentalmente», solleva il bavero della giacca: all’occhiello, dove per una vita ha tenuto la spilletta delle Coop, ora è appuntata l’aquila con la ruota dentata di Confindustria.

È diventato imprenditore?
«Mi sono dovuto ingegnare come amministratore di una ditta di ascensori in Sicilia, 1.265 chilometri da casa, con uno stipendio più basso di prima. Il lunedì mattina in auto da Argenta a Bologna, 75 chilometri di nebbia. Aereo da Bologna a Catania. Auto a noleggio da Catania a Ragusa, 110 chilometri. Il venerdì sera percorso inverso».
Dev’essere dura, a 68 anni.
«Mi tocca. Sono stato pochi giorni fa dall’avvocato. Per fortuna è un amico e mi difende gratis. Non potrei certo pagargli la parcella. Tutti i miei risparmi li avevo messi nella Coopcostruttori: 54.118 euro. Ma non posso lamentarmi. Sono rimasti sul lastrico, non per colpa mia, oltre 2.500 lavoratori e questa è la spina che ho nel cuore e che non mi fa dormire la notte».
Con le Apc, le azioni di partecipazione cooperativa da lei inventate, sono andati in fumo i risparmi di 3.000 famiglie, oltre 80 milioni di euro del cosiddetto prestito sociale.
«La Legacoop s’è impegnata a restituirlo per il 50%. Credo che le tranche erogate finora abbiano già coperto il 40%. Ma di preciso non so, perché a me non hanno rimborsato nulla. Io sono il reietto, quello che sulla Nuova Ferrara pochi giorni fa è stato definito “Don Canaglia”. Sul giornale è apparsa anche la foto della mia abitazione, con tanto di numero civico in bella vista, come per dire: ecco dove andarlo a cercare. In passato mi sono stati spediti per posta due proiettili 7,65 parabellum e una copia del libro giallo Nido di corvi
di Dorothy Eden, imbottita di polvere da sparo e pallini calibro 12. Vorrebbero farmi passare per il colpevole di tutto. Ma io ho citato in giudizio la Legacoop nazionale, la Legacoop Emilia Romagna, la Legacoop di Ferrara e l’Associazione nazionale tra le cooperative di produzione e lavoro perché pretendo che rimborsino il 100% del prestito sociale. Se avessi qualcosa da nascondere, mi sarei preoccupato di metterci una pietra sopra, le pare? Invece invoco il processo per tirar fuori le carte e far chiarezza una volta per tutte, pensi un po’».

Dal verbale d’intercettazione di una telefonata intercorsa fra un avvocato e un ex consigliere della Coopcostruttori, risulterebbe che lei esternò a costoro «ipotesi indiziarie a carico del partito politico Ds (Democratici di sinistra)» per il pacco-bomba ricevuto.
«Vale la mia dichiarazione resa ai carabinieri in quei giorni, che lo esclude. Due giorni prima, da libero cittadino, avevo incontrato Di Pietro. La coincidenza mi parve sospetta. Una persona perseguitata, e che sa di essere innocente, finisce per pensarle tutte. Chi mi mandò il pacco-bomba voleva farmi tenere la bocca chiusa. Di sicuro io non sono mai stato in affari con i malavitosi. Quando lavoravamo in Campania, in Calabria, in Sicilia, ho sopportato minacce di morte e aggressioni dalla camorra, dalla ’ndrangheta e dalla mafia pur di non versare il pizzo. Ci sono le denunce ai carabinieri, alla polizia e allo Sco che parlano per me. A Bosco Reale il capoclan mi puntò la pistola alla schiena sulla piazza del municipio. A Capua mi feci applicare le microspie per assicurare alla giustizia alcuni amministratori comunali legati a Francesco Schiavone detto Sandokan, il capo dei casalesi. Sono sempre andato a testimoniare contro di loro nelle aule di giustizia. Non so se gli appaltatori di oggi possano dire altrettanto».
Che effetto le fa leggere degli scandali in cui è coinvolto il Partito democratico?
«Mi stupisce che gli inquisiti siano stati incastrati con le intercettazioni telefoniche. Io parlavo a quattr’occhi. Per il resto, dal mio punto di vista, niente di nuovo. Solo conferme».

In che senso?
«Il Pci, oggi Pd, è sempre stato il nostro socio occulto, socio di fatto, socio di riferimento, lo chiami come vuole. Con la Legacoop interveniva direttamente nella gestione della Coopcostruttori. Fu il partito a ordinarmi di salvare la Felisatti, la Cei, la Copma di Ferrara e la Cercom di Porto Garibaldi, di evitare il fallimento della Cmr di Filo, di aiutare il Molino Moretti di Argenta».
Il partito le ordinò anche di acquistare la Spal, la
squadra di calcio.
«Per dare una mano a Ferrara e alla sua amministrazione rossa. Mi costava 4-5 miliardi di lire l’anno. Se non altro posso dire d’averla portata dalla C2 alla serie B. Mi costringevano a scucire quattrini a tutti. Ho persino finanziato un film del regista Florestano Vancini, La neve nel bicchiere, interpretato da Massimo Ghini».

Che altro?
«Sottoscrizioni elettorali, sponsorizzazioni, pagine di pubblicità sull’Unità, contributi ai festival. Si celebrava il congresso a Torino? La Coopcostruttori era obbligata ad affittare uno stand all’ingresso, 100-200 milioni di lire. Per noi buttati al vento, ma per le casse del partito assai preziosi. Da Botteghe Oscure mi costrinsero addirittura a prendermi la Cir costruzioni di Rovigo, che era la cassaforte dei dorotei, in mano a un prestanome di Antonio Bisaglia. Mi fu imposto di girare una tranche della transazione, 350 milioni di lire, al tesoriere nazionale della Dc».

Lo fece?
«Ne consegnai solo 250, peraltro iscritti regolarmente a bilancio. Portai il malloppo a Roma, nella sede di piazza del Gesù. Ci vollero un paio di viaggi. Eh, lei non ha idea di quanto pesavano 250 milioni di lire in contanti... Da allora divenni il partner di fiducia dei bisagliani, che mi coinvolsero in tutte le grandi opere pubbliche in Veneto, a cominciare dalla terza corsia della Serenissima».

In accordo col Pci?
«Sempre, è ovvio. All’inizio degli Anni 80 il partito aveva deciso di dar vita alla politica consociativa. Per la nostra cooperativa significava acquisire una bella fetta di opere pubbliche. E infatti vincemmo l’appalto per i lavori di Malpensa 2000, degli aeroporti di Fiumicino e di Bologna, dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, della Tav Roma-Napoli, del porto di Gioia Tauro. Per costruire c’è bisogno che la pratica segua un iter regolare, che gli espropri siano tempestivi, che le concessioni edilizie arrivino in fretta. Serve la politica per tutto questo. E l’amicizia».
Poi scoppiò Tangentopoli.
«E anche lì fu il partito a decidere quale atteggiamento tenere nelle varie indagini giudiziarie».
Resistere, resistere, resistere. Ai magistrati.
«Guido Papalia, procuratore capo di Verona, mi tenne dentro 78 giorni. All’uscita dal carcere, ad aspettarmi al casello di Ferrara sud trovai Piero Fassino, ansioso di sapere com’era andata. Non le dico quanti compagni sono venuti a farmi visita in prigione per raccomandarmi di stare zitto. Poi sono passato per le mani di Antonio Di Pietro, di Piercamillo Davigo, di Carlo Nordio. In tutto mi sono fatto un anno di galera».

Sempre a bocca chiusa.
«A me premeva che il partito aiutasse la Coopcostruttori, in sofferenza per il blocco dei cantieri causato dalle inchieste dei magistrati. Il bilancio rimaneva solido. In base ai parametri di Basilea ci assegnavano un rating migliore di quello della Cmc di Ravenna. I debiti verso le banche ammontavano a 327 milioni di euro, però c’erano in portafoglio ordini per 1.086,5 milioni. Mi feci da parte, su richiesta della Legacoop, proprio per favorire il salvataggio promesso con due distinte delibere. Massimo D’Alema venne di persona ad Argenta per assicurarmi che la Coopcostruttori non sarebbe stata abbandonata».

Perché la Coopcostruttori fu lasciata affogare?
«Il presidente nazionale della Legacoop aveva deciso che gli aiuti alle cooperative danneggiate da Tangentopoli fossero gestiti da Finec holding, società controllata dall’Unipol. Arrivarono soldi a tutte, tranne che alla nostra. Le altre le hanno salvate, la Coopcostruttori no. Perciò dovrebbe girare la sua domanda a Giovanni Consorte. Quel signore che durante la scalata alla Bnl da parte dell’Unipol riceveva le telefonate da Fassino: “E allora, siamo padroni di una banca?” e da D’Alema: “Facci sognare! Vai!”».




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22 dicembre 2008

Giallo sul verbale che inguaia Veltroni

 

 Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica

Il giallo del documento «fantasma». Sul maxi-appalto per la manutenzione delle strade capitoline all’imprenditore Romeo c’è un documento del Comune di Roma (in epoca Veltroni) che inchioda il Comune di Roma (guidato da Veltroni). Un documento dirompente, intorno al quale ruota un vero e proprio «giallo», perché ufficialmente non esiste. Un parere che ricalca alla lettera le conclusioni negative sulla gara da parte dell’Authority di vigilanza sugli appalti pubblici e del Tar. Sei pagine sull’irregolarità palese dell’appalto vinto da Romeo a monte di una lunga serie di condotte non a norma - come il «conflitto di interessi» da parte di un alleato di Romeo per la sua partecipazione nella Spa capitolina «Risorse per Roma» - che per legge sarebbero state causa di immediato annullamento della gara. Com’è ormai noto, l’annullamento non vi fu per la discussa sentenza del Consiglio di Stato divenuta oggetto di indagini dopo la telefonata tra Romeo e Renzo Lusetti del Pd sulle «pressioni» nei confronti dei giudici d’appello per ribaltare il verdetto del Tar.

Il documento è la «Relazione della Commissione di garanzia e trasparenza» del Comune di Roma. Una sorta di «parere» sulla regolarità della corsa. È l’atto originale, di approfondimento sui rilievi mossi da Manital, il consorzio ricorrente contro Romeo. Un documento che di fatto, però, non esiste, se non nelle diatribe fra le parti. Il cui contenuto - non appena trapelarono le primissime indiscrezioni - finì prima negato e poi nascosto. Ne fa cenno nel ricorso d’appello proprio il Gruppo Romeo che nota come di quel documento «vi fu una clamorosa sconfessione nel verbale del 27 marzo 2007 dalla Commissione stessa a seguito di relazione e audizione dei rappresentanti del Comune».

Nell’attesa che gli inquirenti facciano chiarezza anche su questo passaggio, entriamo nel merito delle conclusioni: «Questa Commissione ritiene che, nell’appalto di che trattasi, si ravvisi un’ipotesi di conflitto di interessi (per legge, anche solo l’ipotesi è motivo di annullamento, ndr). Tenuto conto, altresì, che lo statuto di “Risorse Per Roma” conferisce agli amministratori i più ampi poteri per la gestione ordinaria e straordinaria della società e, più segnatamente, gli sono riconosciute e conferite tutte le facoltà per l’attuazione e il raggiungimento degli scopi sociali». In parole povere la commissione stigmatizzava il conflitto di interessi di Luigi Bardelli, «socio» di Romeo, il quale nel periodo di nascita della gara era stato nel Cda della società «Risorse per Roma», di cui il Campidoglio è proprietario per il 95 per cento, incaricata di curare proprio la progettazione del maxi appalto.

«Una più attenta analisi da parte degli uffici competenti delle censure proposte dalla società Manital - continuava la relazione - avrebbe suggerito di procedere a un eventuale annullamento della gara, in virtù del principio di autotutela o, quantomeno, di attendere il parere dell’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici (che poi boccerà la gara, ndr) piuttosto che procedere all’aggiudicazione definitiva» come invece fece la giunta Veltroni. Per questi motivi, la commissione chiedeva all’assessore «di sospendere la procedura in attesa del Tar» per evitare ulteriori «effetti negativi scaturenti dall’eventuale annullamento dell’aggiudicazione circa la validità del contratto già stipulato». Questo diceva il documento-fantasma, che a giorni potrebbe tornare d’attualità con l’arrivo del faldone napoletano alla procura di Roma.

Il documento-riapparso fa il paio con i rilievi mossi all’appalto nei rendiconti trimestrali dell’organismo incaricato dallo stesso Campidoglio di monitorare i lavori. Quando ancora Veltroni è sindaco l’organismo considera «il livello raggiunto (...) non ancora rispondente alle legittime aspettative dell’amministrazione». Giudizio ribadito anche per il secondo rendiconto (che bocciava la Centrale di governo gestita da Romeo) e per il terzo, che arriva insieme al cambio al timone in Campidoglio: e a novembre, come noto, la decisione di Alemanno. Revocare l’appalto.




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21 dicembre 2008

Tangenti napoletane.

 «Il Campidoglio è la mia fidanzata»
Le intercettazioni sugli affari. Veleni sul procuratore Lepore. Un indagato: chiese un'assunzione

NAPOLI — Schizzi di veleno sull'inchiesta, mentre si scopre che tra gli affari romani di Alfredo Romeo c'era anche la gestione di ventimila alloggi. È Vincenzo Mazzucco, l'ufficiale della Dia accusato di essere la «talpa» dell'imprenditore, a mettere in atto quello che appare come un tentativo di inquinamento dell'indagine. «Il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore — dichiara a verbale davanti al gip — mi segnalò un parente di un autista della Procura per farlo assumere da Romeo». A riferirlo, al termine dell'interrogatorio, è il suo legale. Non aggiunge dettagli, ma dopo neanche mezz'ora Lepore reagisce: «È un tentativo di delegittimazione, la segnalazione fu fatta direttamente dall'autista e quando Mazzucco me lo riferì dissi che non volevo saperne nulla ». Non è la prima volta che Mazzucco tenta un depistaggio. Nel gennaio scorso si presentò nell'ufficio di Lepore per informarlo che si sentiva spiato o indagato. Mezz'ora dopo ci fu una telefonata con Romeo che, dice il gip, «era "costruita" e aveva come fine quello di fornire "agli ascoltatori" una versione edulcorata e neutra dei loro rapporti». La rete di contatti dell'imprenditore napoletano — sul quale tra l'altro pende una richiesta di rinvio a giudizio a Bari, per turbativa d'asta e rivelazione del segreto d'ufficio relative a fatti del 2003— è fitta e variegata. E adesso toccherà ai magistrati romani cercare di scoprire chi fossero i suoi interlocutori politici e tecnici nella Capitale, ma soprattutto se davvero, come ritengono i pm partenopei, per aggiudicarsi i lavori abbia usato gli stessi metodi contestati durante questa indagine: avere in anticipo informazioni sui bandi e far preparare al suo staff bandi e delibere, in modo da prevalere sulla concorrenza. Il 27 aprile 2007 Romeo parla con Luigi Piscitelli, il dirigente del comune di Napoli addetto all'ufficio «Progettazione, realizzazione e manutenzione degli edifici scolastici », anche lui ora ai domiciliari. Ci sono questioni da esaminare ma evidentemente i due non riescono a vedersi e Piscitelli, sia pur ironicamente, se ne lamenta.
Piscitelli: «Pronto?».
Romeo: «Ingegnere buonasera... ».
Piscitelli: «Avvocato, buonasera a voi, però io voglio capire chi o cosa vi trattiene, io penso forse chi, o no?...».
Romeo: «No, no, figuratevi che mia moglie, figuratevi che mia moglie si è insospettita e mi raggiunge domani mattina e sta con me a Roma perché ha detto voglio sapere chi è questa fidanzata...».
Piscitelli: «Sì, però ha fatto l'errore di avvisarvi, perché se veniva improvvisamente, chi lo sapeva...».
Romeo: «Ho detto guarda magari ci stesse una fidanzata, la fidanzata mia adesso in questo momento è il Comune di Roma...».
Piscitelli: «È il Comune di Roma adesso la fidanzata vostra e va bene con 20 mila figli che devono nascere...».
Nonostante una sentenza del Tar avesse sospeso l'aggiudicazione dell'appalto per la manutenzione delle strade, Romeo riteneva che le procedure utilizzate in Campidoglio fossero più efficienti. Lo ha confermato durante il suo interrogatorio di due giorni fa Vincenzo Salzano, il responsabile del progetto Global Service di Napoli finito agli arresti domiciliari. Ha parlato di «pressioni» ricevute da Giorgio Nugnes, l'assessore «fedelissimo» di Romeo che si è suicidato forse per evitare le conseguenze di questa inchiesta: «Per andare a Roma voleva fare un torpedone e invece partimmo ognuno con la propria macchina». Adesso si dovrà scoprire con chi entrarono in contatto.
Fiorenza Sarzanini

CASO NAPOLI 2

Il grande accusatore di Romeo: silurato dalla giunta Iervolino
Mario Di Costanzo, l'ex assessore al Patrimonio: denunciai i lavori inesistenti


NAPOLI — «Nel giugno 1999 andai dal sindaco. Antò, gli dissi, guarda che questo Romeo è un problema serio. La mia carriera politica finì in quel momento». Mario Di Costanzo era l'uomo sbagliato. Fu indicato come «tecnico» dal Partito popolare. Divenne assessore con delega al Patrimonio nella seconda giunta comunale di Antonio Bassolino, incarico operativo dal novembre 1997. Lo conoscevano in pochi. Un oggetto misterioso, identificato come una persona mite, impegnata nel sociale, non particolarmente determinata. Errore. Il funzionario di banca che nei momenti liberi faceva il presidente diocesano dell'Azione cattolica napoletana si dimostrò subito meno flessibile di una lastra di acciaio temprato. Cominciò a studiare ogni delibera, vecchia e nuova. «Rimasi colpito da quella, siglata pochi mesi prima del mio arrivo, che assegnava a Romeo la gestione del nostro patrimonio immobiliare». In 5 anni di consiglio comunale, era l'unico atto siglato praticamente all'unanimità, 59 su 60. Il giapponese nella giungla era tale Rosario Concordia, di An. Di Costanzo comincia a guardare da vicino. E vede cose curiose. «Romeo usava i vigili, pagati da noi, per fare il censimento dei vani che era uno dei compiti a lui affidati». Ordina che ogni fattura emessa dalla Romeo passi obbligatoriamente dalla sua scrivania. Ne rispedisce al mittente parecchie, come la richiesta di rimborsi per la manutenzione di 21 videoterminali, installati due anni prima e mai entrati in funzione. Contesta un conto da 40 milioni di vecchie lire giustificato alla voce «fotocopie». Cerca di bloccare l'impianto di 462 caldaie nelle case popolari dei quartieri di Piscinola e Pianura, 15,5 milioni per ogni intervento, di fronte ad un prezzo di mercato che si aggira sui 3-4 milioni. Non ci riesce. L'azienda va avanti a sventrare muri, come se nulla fosse. L'assessore si accorge che almeno 80 dei 400 interventi eseguiti dalla Romeo nell'ultimo anno presentano difformità tra quanto dichiarato dall'azienda e quel che risulta ai tecnici del Comune. La differenza è di 260 milioni di lire. «Qualcosa non andava. Un ex assessore molto noto mi chiama per chiedermi il numero di telefono di "Alfredo". C'era un rapporto sbagliato tra l'amministrazione della cosa pubblica e la società affidataria».
Di Costanzo va in Procura e denuncia. Ci tornerà spesso. «Era tutto scritto, documentato. In questi anni, chi doveva intervenire non lo ha fatto. Ha lasciato che la metastasi progredisse indisturbata ». I giornali cominciano a definirlo come il «nemico» di Romeo. Il telefono suona sempre di meno. «Un giorno invece mi chiama lui. Cominciamo a discutere. Un uomo molto determinato, ma posseduto da un delirio di onnipotenza. Mi accusa di essere troppo rigido. Gli rispondo che specialmente in una città come Napoli se un amministratore deflette di un millimetro è perduto». Ognuno per la sua strada. Di Costanzo convince Bassolino a rivedere il contratto con l'immobiliarista, chiedendo il ribasso del 35 per cento sulla manutenzione. «Romeo subappaltava i lavori ad altre ditte, che praticavano nei suoi confronti tale ribasso. Perché il Comune doveva pagare più del dovuto a causa dell'esclusiva che gli aveva garantito?». Si finisce in tribunale. Dopo un primo round favorevole al soggetto privato, nel 2001 la giunta Iervolino alza bandiera bianca e non fa appello, anche se la cifra che avrebbe potuto «risparmiare» sui contratti di Romeo si aggirava sui 60 miliardi. «Decisione incomprensibile, motivata con il fatto che Romeo avrebbe così rinunciato a chiedere i danni. Ma quali danni?». Quell'anno, ultimo del suo mandato, comincia il fuoco amico. Con la campagna elettorale alle porte, Di Costanzo viene accusato di «far perdere voti» alla coalizione. Si era messo in testa di liberare le case occupate dagli abusivi, faccenda che toccava da vicino Romeo, che secondo l'assessore non applicava la legge regionale sulle morosità. Il suo ultimo atto è l'introduzione di un regolamento che fissa criteri oggettivi di necessità per la cronologia negli interventi di manutenzione degli immobili. Quasi una sfida. Persa, ovviamente. «Non fui confermato. Questioni di equilibri po-litici, fu la spiegazione ufficiale. La vera ragione era il mio rapporto conflittuale con un imprenditore che riscuoteva molte simpatie in Comune. Avvisai il sindaco Iervolino: attenzione a Romeo. In molti mi hanno chiamato per dirmi che avevo ragione. Adesso. A buoi ampiamente scappati dalla stalla. Troppo comodo».
Marco Imarisio




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21 dicembre 2008

I politici, Roma e Romeo.Nei verbali spunta Di Pietro

 

Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica

I politici, Roma e Romeo. Nella rete tessuta dall'imprenditore campano e dagli assessori amici per quello che secondo la Procura di Napoli era un sistema blindato per pilotare gli appalti c'è un po' di tutto. Anche l'incontro, il 16 maggio 2007, tra l'imprenditore e l'assessore al Patrimonio e alla manutenzione degli immobili di Napoli Ferdinando Di Mezza. Quando Romeo chiama, il politico esordisce: «Io ho finito in questo momento da Di Pietro». Il faccia a faccia tra assessore e imprenditore è sul «piano casa» della Campania, e i due si incontrano a Roma perché Di Mezza oltre a incontrare l'ex ministro delle Infrastrutture quel giorno nella capitale «teneva una cosa con Rutelli», come spiega lo stesso Romeo in un'altra telefonata.

Chi invece non era ancora stato trasferito nel ministero di Porta Pia è Mario Mautone, all'epoca ancora provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise. Il funzionario, che il 10 agosto successivo avrebbe cambiato ufficio – secondo Di Pietro per rimuoverlo dopo aver avuto le prime avvisaglie dell'indagine (all'epoca nota solo agli inquirenti) – proprio ieri ha dato la sua versione di fronte al gip di Napoli. Assistito dall'avvocato Salvatore Maria Lepre, l'ex provveditore, accusato di aver ritoccato al rialzo le tariffe per l'appalto in Global service per la manutenzione delle strade cittadine, ha rivendicato la sua totale estraneità, ribadendo di fronte alle contestazioni sui suoi rapporti con Romeo e con l'ex assessore Giorgio Nugnes, suicidatosi il 29 novembre, di aver solo avuto contatti dovuti al suo ufficio e di aver semplicemente espresso un parere non vincolante.

Quanto alle dichiarazioni di Di Pietro, che appunto sostiene che il trasferimento di Mautone a Roma fosse una specie di punizione per impedirgli di «nuocere», il legale dell'ex provveditore è lapidario: «L'ex ministro ha detto molte imprecisioni».

Ma quella di ieri è stata anche la giornata dei veleni. L'interrogatorio del tenente colonnello della Gdf Vincenzo Mazzucco, ritenuto la «talpa» dell'inchiesta, ha riservato un colpo di scena. L'ufficiale ha dapprima negato di aver mai avuto accesso alle informazioni sull’inchiesta «Magnanapoli». E quando gli sono state contestate le richieste di assunzione che avrebbe, secondo la Procura, rivolto a Romeo, Mazzucco ha sostenuto di aver «girato» all'imprenditore campano una segnalazione del procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepore, riguardante un parente di un autista in servizio presso la Procura, che comunque alla fine non sarebbe stato assunto. Il dettaglio, reso noto dal legale di Mazzuccco, Agostino Maiello, a fine interrogatorio, ha innescato la replica piccata di Lepore.

«Vogliono delegittimare la Procura e forse anche la mia persona», ha risposto il procuratore, precisando che fu lo stesso autista a rivolgersi autonomamente all'ufficiale per la richiesta di assunzione, e quando Mazzucco poi gli riferì la circostanza Lepore avrebbe commentato: «A me non interessa, vedi tu». Proprio Lepore mise a verbale la strana visita ricevuta il 31 gennaio di quest'anno da Mazzucco, che gli accennò della «sua sensazione di essere spiato o indagato», e poi ribadì di essere amico «di Gambale, di Romeo e di un altro politico». Dettaglio che il procuratore mette subito agli atti. E quella data, per gli inquirenti, segna l'inizio della fuga di notizie.




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21 dicembre 2008

Roma e il PD.

 LA QUESTIONE ROMANA


C’è la parola chiave: «Appaltone». C’è la frase cult: «Le cose si fanno a Roma». C’è il presunto mariuolo: Romeo, gatto del Colosseo. E c’è un partito sull’orlo del baratro, scosso dalle correnti e incapace di reagire. La nuova Tangentopoli è iniziata e l’abbondanza di ingredienti simili al passato è impressionante. Non che la cosa ci entusiasmi, visto che dal frullatore della prima esperienza uscirono vite spezzate e Di Pietro in carriera. Ma tant’è: ci siamo dentro e conviene sfruttare la storia per evitare, almeno, di ripetere gli errori. E magari anche i terrori.
Sul filo del parallelismo, allora, non può non colpire, pur fra le inevitabili differenze, la similitudine fra lo choc che sta vivendo in queste ore Roma e quello che visse Milano sedici anni fa. Sia chiaro: nella Capitale non ci sono né arresti né mazzette al Pio Albergo Trivulzio. Per il momento non ci sono nemmeno avvisi di garanzia. Dunque, fino a prova contraria, tutte le persone, anche quelle tirate in ballo dalle intercettazioni, sono da ritenere assolutamente innocenti. Quello che però non è innocente è il sistema di governo della città.
Ciò che emerge chiaramente dalle carte, infatti, è che Roma è stata amministrata male. Che si spendeva per la gestione di ogni chilometro di strada asfaltata quattordici volte più che a Bologna, dieci volte più che a Firenze, per avere,come risultato, vie piene di buche più di un groviera del canton Grigioni. Che l’appalto (l’«appaltone» da 576 milioni di euro) per la rete stradale l’ha vinto, non si sa perché, chi non aveva esperienza in materia, per avere come risultato tombini esplosi e città sott’acqua. Che il patrimonio immobiliare rischiava di essere svenduto a prezzi stracciati, come aveva denunciato (inascoltata) la radicale Rita Bernardini. E che a gestire tutto, case e strade, era chiamato sempre lui, Alfredo Romeo, imprenditore già discusso nel ’97, eppure sempre in sella, sempre vincitore nonostante i conflitti d’interesse, le palesi carenze e inesperienze, e i dubbi sollevati un po’ dappertutto, dal Campidoglio a Bruxelles.
Una partecipazione in Nomisma, una nell’editoriale della Margherita, e via: mancava solo che gli dessero da gestire l’aria di Trastevere e poi Romeo, a Roma, aveva avuto proprio tutto. Lo ripetiamo: qui non si parla di reati. Quelli tocca alla magistratura, eventualmente, se è il caso, accertarli. Qui si parla di responsabilità politiche: quante volte in passato su queste colonne abbiamo denunciato il pessimo governo di Roma nelle mani della sinistra? Quante pagine abbiamo riempito descrivendo strade piene di buche e palazzi mal gestiti? E adesso scopriamo pure che costava tutto più che altrove? Che dietro c’erano le evidenti ombre dell’«appaltone»? Ma vi pare?
Se fossi un militante della sinistra mi augurerei di scoprire sotto tutto ciò mazzette o scambi di favori. Perché altrimenti, così come stanno le cose, ci tocca scoprire la totale inettitudine. Alemanno ci ha messo pochi mesi per togliere la gestione delle strade a Romeo: perché per anni gli avveduti amministratori di sinistra l’hanno invece sostenuto? Perché il Campidoglio si costituisce addirittura parte civile, a fianco di Romeo, nella causa al Consiglio di Stato, dopo che il Tar aveva annullato l’«appaltone»? Perché tanto interesse a difendere chi costava tanto e rendeva poco? Perché creare insieme buchi nel bilancio e buche nelle strade?
Veltroni ha detto ieri ai suoi giovani che lui vuole un partito «sano e perbene». D’accordo. Ma può gestire un partito in modo «sano e perbene» chi ha gestito per tanti anni Roma in questo modo? I cittadini per la verità se n’erano già accorti: a fine aprile infatti è arrivata la scoppola elettorale. La sinistra è caduta dopo 15 anni di amministrazione tanto decantata dagli intellettuali di corte quanto inetta e inefficace per la gente comune. Ma allora si era nel campo del giudizio politico, della opinabile insoddisfazione democratica, della legittima voglia di cambiamento.
Qui c’è qualcosa di più. Qui si apre la questione romana. Quando due giorni fa, anticipando di fatto tutti i quotidiani grazie al lavoro dei nostri Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica, abbiamo titolato in prima pagina che la nuova Tangentopoli del Pd puntava su Roma, avevamo intuito che qui si sta giocando la vera partita. Non pensavamo che fosse una partita così importante. La capitale politica oggi come la capitale economica allora: sedici anni fa c’era la Milano da bere, simbolo del socialismo vincente; fino a ieri c’era la Roma delle notti bianche, simbolo del veltronismo rampante. Il caso Milano fece crollare un’epoca e un partito. Il caso Roma ha già fatto crollare un’epoca. E il partito, dal canto suo, non se la passa troppo bene.




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21 dicembre 2008

Fuerza Solidaria responde al Frente Farabundo Martí

 

                       

 Caracas, 19 de diciembre.- Según un cable de Prensa Latina fechado el 18 de diciembre, los diputados Walter Durán y Luis Arturo Fernández, respaldados por el candidato presidencial Mauricio Funes, del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (FMLN) de El Salvador, presentaron una protesta ante el Tribunal Supremo Electoral, en contra la asociación civil Fuerza Solidaria.
Según el cable, los efemelenistas se quejan de que Fuerza Solidaria realiza una “campaña de descrédito” en su contra, de cara a las elecciones de 2009; y alegan que las cuñas publicitarias de esa asociación “manchan la imagen y el honor del Frente”. Funes llega al extremo de acusar a Fuerza Solidaria de “haber tomado el Estado”.
Ante tales acusaciones, Fuerza Solidaria responde lo siguiente:
Primero, todos los señalamientos que ha hecho el capítulo salvadoreño de Fuerza Solidaria son rigurosamente ciertos, sobre todo éstos: 1.- Hugo Chávez financia la campaña electoral del FMLN a través de Alba Petróleos. 2.- De ganar las elecciones, Mauricio Funes quedará tan hipotecado con Chávez, que deberá seguir sus órdenes, como ocurre con Evo Morales, Rafael Correa y Daniel Ortega. 3.- El FMLN quiere utilizar los mecanismos democráticos para llegar al poder, pero, de alcanzar la Presidencia, destruirá la democracia desde adentro, modificando la Constitución, acabando con las Instituciones, eliminando la libertad de prensa y persiguiendo a sus adversarios políticos, tal como ha hecho Chávez en Venezuela.
Segundo, la acusación interpuesta por el FMLN ante el Tribunal Supremo Electoral tiene por objetivo cercenar los legítimos derechos que tienen los salvadoreños de conocer los nexos del Frente con el castro-comunismo internacional y la dependencia que tienen respecto a Hugo Chávez. Si en su condición de oposición, pretenden acallar a los integrantes salvadoreños de Fuerza Solidaria, ¿Cómo será estando en el gobierno? ¿Cerrarán los medios de comunicación como lo hizo Chávez con RCTV?
Tercero, dado los antecedentes terroristas del candidato a Vicepresidente, Salvador Sánchez Cerén, dado los vínculos del dirigente efemelenista José Luis Merino con las FARC colombianas, y dado la presencia en El Salvador de grupos paramilitares vinculados al FMLN; interpretamos esta denuncia ante el Tribunal Supremo Electoral como una clara amenaza en contra los integrantes del capítulo salvadoreño de Fuerza Solidaria. Por lo tanto, responsabilizamos a Mauricio Funes y al FMLN de lo que pudiera ocurrirles.
Alejandro Peña Esclusa
Presidente de Fuerza Solidaria
Caracas – Venezuela




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Non andare in giro dicendo
che il mondo ti deve dare da vivere.
Il mondo non ti deve dare nulla :
era lì prima che tu arrivassi.

 

 

ControCorrente

Movimento d'opinione
che si propone di premiare
dare fiducia a persone
e politici che siano
garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore.
Sono garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore:
 
 
Vota:Berlusconi,Angelilli

 
    
 

     

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fiamma Nierenstein
 
 

No alla Ue




ORIANA FALLACI



Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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