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15 maggio 2006

Comunisti Italiani ..."brava" gente.

Sacerdoti vittime del comunismo. Martiri nell'oblio

Tra le tante pagine mai scritte della nostra storia recente vi è sicuramente quella che attiene alla vera e propria strage di sacerdoti operata da bande di partigiani comunisti, in particolare nel "triangolo rosso" emiliano, tra l'8 settembre 1943 (giorno dell'armistizio) e il 18 aprile 1948 (data delle elezioni politiche vinte dalla DC). Alcuni di questi religiosi furono uccisi per vendetta personale o perché avevano criticato ruberie, eccessi ed eccidi compiuti dalla "Resistenza rossa"; qualcuno era cappellano dei partigiani cattolici e si opponeva alle infiltrazioni comuniste. Quasi tutti furono "prelevati" di notte e mai più ritrovati; pochissimi hanno avuto giustizia in tribunale e molti sono stati diffamati. Si può certamente affermare che questi sacerdoti immolarono la vita per restare fedeli alla loro missione di apostoli di Cristo. A distanza di 60 anni il saggista Roberto Beretta prova a squarciare il velo di silenzio su queste efferatezze con il libro Storia dei preti uccisi dai partigiani (Piemme, Casale Monferrato 2005), volume che si consiglia a tutti i docenti di storia di buona volontà. Si propongono di seguito 120 nomi, ma certo i sacerdoti uccisi da componenti le bande partigiane, o presunti tali, sono di più.

Don Giuseppe Amateis - parroco di Coassolo (Torino), ucciso a colpi di ascia dai partigiani comunisti il 15 marzo 1944, perché aveva deplorato gli eccessi dei guerriglieri rossi.
Don Gennaro Amato - parroco di Locri (Reggio Calabria), ucciso nell'ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Paulonia.
Don Ernesto Bandelli - parroco di Bria, ucciso dai partigiani slavi a Bria il 30 aprile 1945.
Don Medardo Barbieri - parroco di Qualto. Ucciso nell'inverno 1944 nel bolognese.
Don Vittorio Barel - economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso il 26 ottobre 1944 dai partigiani comunisti.
Don Stanislao Barthus - della Congregazione di Cristo Re (Imperia), ucciso il 17 agosto 1944 dai partigiani perché in una predica aveva deplorato le "violenze indiscriminate dei partigiani".
Don Duilio Bastreghi - parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la notte del 3 luglio 1944 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con un pretesto.
Don Carlo Beghè - parroco di Novegigola (Apuania), sottoposto il 2 marzo 1945 a finta fucilazione che gli produsse una ferita mortale.
Don Giuseppe Beotti - arciprete di Sidolo (Piacenza). Ucciso il 20 luglio 1944.
Don Francesco Bonifacio - curato di Villa Gardossi (Trieste), catturato dai miliziani comunisti iugoslavi l'11 settembre 1946 e gettato in una foiba.
Don Luigi Bordet - parroco di Hone (Aosta), ucciso il 5 marzo 1946 perché aveva messo in guardia i suoi parrocchiani dalle insidie comuniste.
Don Sperindio Bolognesi - parroco di Nismozza (Reggio Emilia), ucciso dai partigiani comunisti il 25 ottobre 1944.
Don Giuseppe Borea- parroco di Obolo (Piacenza). Ucciso il 9 febbraio 1945.
Don Corrado Bortolini - parroco di S. Maria in Duno (Bologna), prelevato dai partigiani il 1° marzo 1945 e fatto sparire.
Don Raffaele Bortolini - canonico della Pieve di Cento, ucciso dai partigiani la sera del 20 giugno 1945.
Don Luigi Bovo - parroco di Bertipaglia (Padova), ucciso il 25 settembre 1944 da un partigiano comunista poi giustiziato.
Don Umberto Bracchi. Congregaz. Preti della Missione di Piacenza. Ucciso il 19 luglio 1944.
Don Miroslavo Bulleschi - parroco di Monpaderno (diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23 agosto 1947 dai comunisti iugoslavi.
Don Tullio Calcagno - Direttore di "Crociata Italica", fucilato dai partigiani comunisti a Milano il 29 aprile 1945.
Padre Martino Capelli - missionario del Sacro Cuore. Ucciso il 1° ottobre 1944 nel bolognese.
Don Ferdinando Casagrande - parroco a Gugliata. Ucciso il 9 ottobre 1944 nel bolognese.
Don Sebastiano Caviglia - cappellano della Gnr, ucciso il 27 aprile 1945 ad Asti.
Don Crisostomo Ceraiolo - o.f.m., cappellano militare decorato al valor militare, prelevato il 19 maggio 1944 da partigiani comunisti nel convento di Montefollonico e trovato cadavere in una buca con le mani legate dietro la schiena.
Don Elia Comini - salesiano. Ucciso il 1° ottobre 1944 nel bolognese.
Don Aldemiro Corsi - parroco di Grassano (Reggio Emilia), assassinato nella sua canonica, con la domestica Zeffirina Corbelli, da partigiani comunisti, la notte del 21 settembre 1944.
Don Ferruccio Crecchi - parroco di Levigliani (Lucca), fucilato all'arrivo delle truppe di colore nella zona su false accuse dei comunisti del luogo.
Don Antonio Curcio - cappellano dell'11° Btg. Bersaglieri, ucciso il 7 agosto 1941 a Dugaresa da comunisti croati.
Don Sigismondo Damiani o.f.m. - ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a S. Genesio di Macerata l'11 marzo 1944.
Don Teobaldo Dapporto - arciprete di Castel Ferrarese (Diocesi di Imola), ucciso da un comunista nel settembre 1945.
Don Edmondo De Amicis - cappellano, pluridecorato della prima guerra mondiale, venne ucciso dai "gappisti" a Torino, sulla soglia della sua abitazione il 24 aprile 1945 e spirò dopo 48 ore di atroce agonia.
Don Francesco Delnevo - parroco di Porcigatone (Piacenza). Ucciso il 20 luglio 1944.
Don Aurelio Diaz - cappellano della Sezione Sanità della divisione "Ferrara", fucilato nelle carceri di Belgrado nel gennaio del '45 da partigiani "titini".
Don Adolfo Dolfi - canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il 28 maggio 1945 a torture che lo portarono alla morte l'8 ottobre successivo.
Don Giuseppe Donadelli - parroco di Vallisnera (Reggio Emilia). Ucciso il 2 luglio 1944.
Don Enrico Donati - arciprete di Lorenzatico (Bologna), massacrato il 23 maggio 1945 sulla strada di Zenerigolo.
Don Giuseppe Donini - parroco di Castagneto (Modena). Trovato ucciso sulla soglia della sua casa la mattina del 20 aprile 1945.
Don Giuseppe Dorfmann - fucilato nel bosco di Posina (Vicenza) il 27 aprile 1945.
Don Vincenzo D'Ovidio - parroco di Poggio Umbricchio (Teramo), ucciso nel maggio '44 sotto accusa di filo-fascismo.
Don Giovanni Errani - cappellano militare della G.N.R., decorato al valor militare, condannato a morte dal CNL di Forlì, salvato dagli americani e deceduto in seguito a causa delle sofferenze subite.
Don Colombo Fasce - parroco di Cesino (Genova), ucciso nel maggio del '45 da partigiani comunisti.
Don Giovanni Fausti - Superiore generale dei Gesuiti in Albania, fucilato il 5 marzo 1946 perché italiano. Con lui furono trucidati altri sacerdoti dei quali non si è mai potuto conoscere il nome.
Don Fernando Ferrarotti - o.f.m. - cappellano militare reduce dalla Russia, ucciso nel giugno 1944 a Champorcher (Aosta) da partigiani comunisti.
Don Gregorio Ferretti - parroco di Castelvecchio (Teramo), ucciso dai partigiani slavi ed italiani nel maggio 1944.
Don Giovanni Ferruzzi - arciprete di Campanile (Imola), ucciso dai partigiani il 3 aprile 1945.
Don Achille Filippi - parroco di Maiola (Bologna), ucciso la sera del 25 luglio 1945 perché accusato di filo-fascismo.
Don Sante Fontana - parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 16 gennaio 1945.
Don Giovanni Fornasini - viceparroco di Sperticano. Ucciso il 13 ottobre 1944 nel bolognese.
Don Mauro Fornasari - diacono. Ucciso il 5 ottobre 1944 nel bolognese.
Don Giuseppe Gabana - della diocesi di Brescia, cappellano della VI legione della guardia di Finanza, ucciso il 3 marzo 1944 da un partigiano comunista.
Don Giuseppe Galassi - arciprete di S. Lorenzo in Selva (Imola), ucciso il 1° maggio 1945 perché sospettato di filo-fascismo.
Don Tiso Galletti - parroco di Spazzate Passatelli (Imola), ucciso il 9 maggio 1945 perché aveva criticato il comunismo.
Don Domenico Gianni -cappellano militare in Jugoslavia, prelevato la sera del 21 aprile 1945 e soppresso dopo 3 giorni.
Don Giovanni Guicciardi - parroco di Mocogno (Modena), ucciso il 10 giugno 1945 nella sua canonica dopo sevizie atroci da chi aveva compiuto nella zona una lunga serie di rapine e delitti.
Don Virginio Icardi - parroco di Squaneto (Aqui), ucciso il 4 luglio 1944 a Preto da partigiani comunisti.
Don Luigi Ilariucci - parroco di Garfagnolo (Reggio Emilia), ucciso il 19 agosto 1944 da partigiani comunisti.
Don Giuseppe Jemmi - cappellano di Felina (Reggio Emilia), ucciso il 19 aprile 1945 perché aveva denunciato "gli eccessi inumani di quanti disonoravano il movimento partigiano".
Don Antonio Lanzoni - parroco di Montecchio (Faenza). Fucilato nel marzo 1944.
Don Ilario Lazzeroni - Fu ucciso il 25 luglio 1944 a Montegranelli (Bologna).
Don Serafino Lavezzari - seminarista di Robbio (Piacenza), ucciso il 25 febbraio 1945 dai partigiani, insieme alla mamma e a due fratelli.
Don Luigi Lenzini - parroco di Crocette di Pavullo (Modena), trucidato il 20 luglio 1945. Nobile, autentica figura di martire della fede. Prelevato nottetempo da un'orda di criminali, strappato dalla sua chiesa, torturato, seviziato, fu ucciso dopo lunghissime ore di indescrivibile agonia, quale raramente si trova nella storia di tutte le persecuzioni.
Don Giuseppe Lodi - suddiacono. Ucciso il 29 settembre 1944 nel bolognese.
Don Giuseppe Lorenzelli - priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 27 febbraio 1945, dopo essere stato obbligato a scavarsi la fossa.
Don Luigi Manfredi - parroco di Budrio (Reggio Emilia), ucciso il 14 dicembre 1944 perché aveva deplorato gli eccessi partigiani.
Don Ubaldo Marchioni - parroco di S. Martino di Caparra (Bologna). Ucciso il 29 settembre 1944.
Don Dante Mattioli - parroco di Coruzzo (Reggio Emilia), prelevato dai partigiani rossi la notte dell'11 aprile 1945.
Don Fernando Merli - mensionario della Cattedrale di Foligno, ucciso il 21 febbraio 1944 presso Assisi da iugoslavi istigati da comunisti italiani.
Don Angelo Merlini - parroco di Fiamenga (Foligno), ucciso il 21 febbraio 1944 presso Foligno.
Don Armando Messeri - cappellano delle suore della S. Famiglia in Marino, ucciso dai partigiani comunisti il 18 giugno 1944.
Don Ildebrando Mezzetti - parroco di S. Martino in Pedriolo (Bologna). Ucciso il 20 settembre 1944.
Don Elio Monari - assistente G. maschile. Ucciso dalla banda "Carità" nel modenese.
Don Natale Monticelli - parroco di Monzone (Modena). Fucilato a Bologna.
Don Giacomo Moro - cappellano militare in Jugoslavia, fucilato da comunisti titini a Micca di Montenegro.
Don Adolfo Nannini - parroco di Cercina (Firenze), ucciso il 30 maggio 1944 da partigiani comunisti.
Don Simone Nardin - dei benedettini olivetani, tenente cappellano dell'ospedale militare "Belvedere" in Abbazia di Fiume, prelevato dai partigiani iugoslavi nell'aprile 1945 e fatto morire tra orrende sevizie.
Don Luigi Obid - economo di Podsabotino e San Mauro (Gorizia), ucciso il 15 gennaio 1945.
Don Antonio Padoan - parroco di Castel Vittorio (Imperia), ucciso da partigiani l'8 maggio 1944 con un colpo di pistola al cuore e uno in bocca.
Don Settimio Patuelli - parroco di Ostra (Imola). Ucciso il 25 settembre 1945.
Don Attilio Pavese - parroco di Alpe di Gorreto (Tortona), ucciso il 6 dicembre 1944 da partigiani dei quali era cappellano perché confortava alcuni prigionieri tedeschi condannati a morte.
Don Luigi Pelliconi - parroco di Poggiolo (Imola). Ucciso il 14 aprile 1945.
Don Francesco Pellizzari - parroco di Tagliolo (Aqui), chiamato nella notte del 10 maggio 1945 e fatto sparire per sempre.
Don Pombeo Perai - parroco dei Ss. Pietro e Paolo di Città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16 giugno 1944.
Don Enrico Percivalle - parroco di Varriana (Tortona), prelevato dai partigiani e ucciso a colpi di pugnale il 14 febbraio 1944.
Don Vittorio Perkan - parroco di Elsane (Fiume), ucciso il 9 maggio 1945 da partigiani mentre celebrava un funerale.
Don Aladino Petri - pievano di Caprona (Pisa), ucciso il 2 giugno 1944 perché ritenuto filo-fascista.
Don Nazzareno Pettinelli - parroco di S. Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana l'11 luglio 1944.
Don Umberto Pessina - parroco di S. Martino di Carreggio, ucciso il 18 giugno 1946 da partigiani comunisti.
Seminarista Giuseppe Pierami - studente di teologia della diocesi di Apuania, ucciso il 2 novembre 1944 sulla Linea Gotica da partigiani comunisti.
Don Battista Pigozzi - parroco di Cervaiola (Reggio Emilia). Ucciso il 20 marzo 1944.
Don Ladislao Pisacane - vicario di Circhina (Gorizia), ucciso da partigiani slavi il 5 febbraio 1945 con altre 12 persone.
Don Antonio Pisk - curato di Canale d'Isonzo (Gorizia), prelevato da partigiani slavi il 28 ottobre 1944 e fatto sparire per sempre.
Don Nicola Polidori - della diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9 giugno 1944 a sefro da partigiani comunisti.
Don Giuseppe Preci - parroco di Montalto (Modena). Chiamato di notte col solito tranello, fu ucciso sul sagrato della chiesa il 24 maggio 1945.
Don Giuseppe Rasori - parroco di S. Martino in Casola (Bologna), ucciso la notte del 2 luglio 1945 nella sua canonica, sotto accusa di filo-fascismo.
Don Alfonso Reggiani - parroco di Amola di Piano (Bologna), ucciso da marxisti la sera del 5 dicembre 1945.
Seminarista Rolando Rivi - di Piane di Monchio (Reggio Emilia), di 16 anni, ucciso il 10 aprile 1945 da partigiani comunisti solo perché indossava la veste talare.
Don Pietro Rizzo - parroco di Jolanda di Savoia (Ferrara), fucilato il 28 marzo 1944.
Don Giuseppe Rocco - parroco di Santa Maria, diocesi di S. Sepolcro, ucciso da slavi il 4 maggio 1945.
Don Angelico Romiti o.f.m. - cappellano degli allievi ufficiali della Scuola di Fontanellato, decorato al valor militare, ucciso il 7 maggio 1945 da partigiani comunisti.
Padre Mario Ruggeri - carmelitano. Ucciso l'8 ottobre 1944 nel bolognese.
Don Leandro Sangiorgi - salesiano, cappellano militare decorato al valor militare, fucilato a Sordevolo Biellese il 30 aprile 1945.
Don Alessandro Sanguanini - della congregazione della Missione, fucilato a Ranziano (Gorizia) il 12 ottobre 1944 da partigiani slavi.
Don Lodovico Sluga - vicario di Circhina (Gorizia), ucciso insieme al confratello Don Pisacane il 5 febbraio 1944.
Don Luigi Solaro - di Torino, ucciso il 4 aprile 1945 perché congiunto del federale di Torino Giuseppe Solaro anch'egli soppresso.
Don Alessandro Sozzi - parroco di Strela (Piacenza). Ucciso il 19 luglio 1944.
Don Emilio Spinelli - parroco di Campogialli (Arezzo), fucilato il 6 maggio 1944 dai partigiani sotto accusa di filo-fascismo.
Don Eugenio Squizzato o.f.m. - cappellano partigiano ucciso dai suoi il 16 aprile 1944 fra Corio e Lanzo Torinese perché, impressionato dalle crudeltà che essi commettevano, voleva abbandonare la formazione.
Chierico Italo Subacchi, delle missioni estere. Ucciso nel piacentino il 20 luglio 1944.
Don Ernesto Talè - parroco di Castelluccio Formiche (Modena), ucciso insieme alla sorella l'11 dicembre 1944.
Don Giuseppe Tarozzi - parroco di Riolo (Bologna), prelevato la notte del 26 maggio 1945 e fatto sparire. Il suo corpo fu bruciato in un forno di pane, in una casa colonica.
Don Angelo Taticchio - parroco di Rovigno (Pola), ucciso dai partigiani iugoslavi nell'ottobre 1943 perché aiutava gli italiani.
Don Carlo Terenziani - prevosto di Ventoso (Reggio Emilia), fucilato la sera del 29 aprile 1945 perché ex Cappellano della milizia.
Don Alberto Terilli - arciprete di Esperia (Frosinone), morto in seguito a sevizie inflittegli dai marocchini, eccitati da partigiani, nel maggio 1944.
Don Andrea Testa - parroco di Diano Borrello (Savona), ucciso il 16 luglio 1944 da una banda partigiana perché osteggiava il comunismo.
Mons. Eugenio Corradino Torricella - della Diocesi di Bergamo, ucciso il 7 gennaio 1944 ad Agen (Francia) da partigiani comunisti per i suoi sentimenti d'italianità.
Don Rodolfo Trcek - diacono della diocesi di Gorizia, ucciso il 1° settembre 1944 a Montenero d'Idria da partigiani comunisti.
Don Mario Turci - parroco a Madonna dell'Albero (Ravenna). Strangolato nel settembre 1944.
Don Francesco Venturelli - parroco di Fossoli (Modena), ucciso il 15 gennaio 1946 perché inviso ai partigiani.
Don Gildo Vian - parroco di Bastia (Perugia), ucciso dai partigiani comunisti il 14 luglio 1944.
Don Giuseppe Violi - parroco di S. Lucia di Madesano (Parma), ucciso il 31 novembre 1945 da partigiani comunisti.
Don Antonio Zoli - parroco di Morra del Villar (Cuneo), ucciso da partigiani comunisti perché, durante la predica del Corpus Domini del 1944, aveva deplorato l'odio tra fratelli come una maledizione di Dio.




permalink | inviato da il 15/5/2006 alle 15:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


14 maggio 2006

Friuli 1945: partigiani comunisti fucilano una formazione della Brigata Osoppo, costituita da partigiani cattolici

Friuli 1945: partigiani comunisti fucilano una formazione
della Brigata Osoppo, costituita da partigiani cattolici,
azionisti e indipendenti. Il motivo? Ancora in discussione


STRAGE DI PORZUS
UN'OMBRA CUPA
SULLA RESISTENZA



"Giacca" all'epoca della Resistenza

di PAOLO DEOTTO
7 febbraio 1945, mercoledì, alle 14.30. Nelle malghe di Porzus, due casolari sopra Attimis, in provincia di Udine, ha sede il comando Gruppo brigate est della divisione Osoppo, formata dai cosiddetti "fazzoletti verdi" della Resistenza, partigiani cattolici, azionisti e indipendenti. Giungono in zona cento partigiani comunisti, agli ordini di Mario Toffanin (nome di battaglia Giacca) sotto le false spoglie di sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con i nazifascisti. In realtà, è una trappola: alla malga vengono uccisi il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori (nome di battaglia Bolla), il commissario politico Enea, al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti e un giovane, Giovanni Comin, che si trovava a Porzus perché aveva chiesto di essere arruolato nella Osoppo. Il capitano Aldo Bricco, che si trovava alle malghe perché doveva sostituire Bolla, riesce a fuggire e salva la vita perché i suoi inseguitori, dopo averlo colpito con alcune raffiche di mitra, lo credono morto.
Altri venti partigiani osovani vengono catturati e condotti prima a Spessa di Cividale e poi nella zona del Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, una ventina di chilometri più a valle. Due dei prigionieri si dichiarano disposti a passare tra i garibaldini. Gli altri saranno tutti uccisi e sbrigativamente sotterrati tra il 10 e il 18 febbraio. Della cosa si cercò di non far trapelare nulla. Ancora un mese dopo c'era chi assicurava che i capi Bolla ed Enea erano tenuti prigionieri dai garibaldini o dagli sloveni.
 
 

"
… La propaganda clericale del tempo descriveva i partigiani comunisti, inquadrati nelle Brigate Garibaldi, come dei Satana spergiuri che volevano consegnare il Friuli alla Jugoslavia. Furono del resto pure inglobati nella Osoppo molti fascisti, come il Reggimento Alpini Tagliamento (formazione della Repubblica di Salò) che operava nella zona con il compito di combattere i "comunisti jugoslavi" e questo avvenne con la mediazione dell'Arcivescovado di Udine (Arcivescovo Nogara). Lo scopo della Osoppo e della Tagliamento infatti coincideva, l'obiettivo comune era quello di criminalizzare i partigiani delle Garibaldi.
In molte zone facevano persino presidi misti, cioè repubblichini e osovani.
Quelli della Osoppo, si appropriavano delle forniture inglesi che spettavano alle Garibaldi, l'accordo con gli inglesi era che il 30% di ogni lancio fatto alla Osoppo doveva essere destinato alle Garibaldi. Quelli della Osoppo non rispettarono mai l'accordo ed i Garibaldini per approvvigionarsi e procurarsi armi dovevano assaltare i presidi tedeschi e fascisti…
"
(da un'intervista rilasciata nel 1996 dal comandante partigiano Mario Toffanin, Giacca)
"
… La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini… Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la
A differenza
di altri, Giacca
aveva parlato
molto di Porzus
vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila. E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all'Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche… Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onestà dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane".
(da un'intervista rilasciata nel 1997 da Monsignor Aldo Moretti, Lino, Medaglia d'Oro al valor militare, uno dei fondatori della Divisione Osoppo).
Quando nel 1997 il regista Renzo Martinelli doveva girare gli esterni del suo film Porzus, si trovò alle prese con i divieti di diversi sindaci, che non consentirono le riprese sui loro territori. Erano passati più di cinquant'anni, ma di Porzus molti non volevano neppure parlare; non mancò chi chiese di vietare la presentazione del film a Venezia. Cattive coscienze, risentimenti, fanatismo ideologico duro a morire, uniti ad una insopprimibile abitudine a riscrivere la storia con ottica di parte, hanno fatto sì che a tutt'oggi restino dei punti interrogativi su quella cupa vicenda. Non abbiamo la pretesa di poter fornire tutte le risposte; confidiamo solo che una rilettura seria e serena sia possibile, a passioni sopite e senza nessuna preconcetto. E speriamo che cinquantasei anni di distanza siano sufficienti, non foss'altro per rendersi conto che non esiste causa, per nobile che sia, che possa trarre giovamento dalle falsificazioni della realtà.
Molti segreti se li portò nella tomba Mario Toffanin, Giacca. A differenza di altri, Giacca su Porzus aveva parlato molto, dando tante versioni diverse, con una sola costante: "se li avessi di nuovo davanti, li accopperei ancora tutti". Morì, ottantaseienne, venerdì 22 gennaio 1999, nell'ospedale della cittadina di Sesana, in Slovenia. Era lui il comandante dei reparti che compirono l'eccidio. Il protagonista della vicenda, almeno il più visibile; non necessariamente il più consapevole.
Partigiani contro partigiani, con accuse reciproche, fino al tragico epilogo di sangue. Nella vicenda di Porzus si materializza violentemente quello che fu il problema centrale della Resistenza: la competizione, più che la collaborazione, tra i diversi gruppi ideologici. In più si aggiunsero le rivendicazioni territoriali slovene, che avevano una loro legittimità storica, ma che contribuirono ad arroventare una situazione già calda.
Ma non possiamo leggere queste vicende, accadute in quell'estremo lembo di territorio italiano tra le provincie di Udine e Gorizia, se prima non accenniamo brevemente alla nascita della Resistenza in Italia e ai suoi sviluppi.
Una storiografia oleografica ci ha spesso presentato la Resistenza come un movimento di popolo, una spontanea ribellione di massa contro l'oppressione fascista e nazista. Se vogliamo guardare più realisticamente ai fatti, partiamo da una data fondamentale: 25 luglio 1943. Il Gran Consiglio del Fascismo vota a maggioranza un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che, chiedendo il ripristino dei poteri degli organi costituzionali (Parlamento, Corona), di fatto sfiducia Mussolini, mettendo fine a diciotto anni di una dittatura che, se negli anni precedenti aveva goduto di un grande seguito popolare, aveva poi gettato l'Italia nella tragedia della seconda guerra mondiale. Il Re Vittorio Emanuele III fa arrestare Mussolini e nomina Primo Ministro il Maresciallo Pietro Badoglio. Sul 25 luglio, sulle effettive intenzioni degli uomini che causarono la caduta del Duce, si discute e si discuterà ancora a lungo. Ma resta un dato di fatto: il fascismo fu liquidato dai fascisti e dal Re, né le attività clandestine di gruppi antifascisti ebbero alcun peso sull'estromissione di Mussolini dal potere.
Le ambiguità di Badoglio, l'illusione di poter tenere a bada contemporaneamente gli Alleati e i tedeschi, le incertezze di un Re più preoccupato delle sorti della Corona che di quelle
Un casolare in una malga
della Patria, si tradussero in un mese e mezzo di politica ambivalente e pasticciona, col solo risultato di consentire ai tedeschi, che avevano ben poca fiducia nella lealtà del nuovo governo italiano, di rinforzare massicciamente la propria presenza militare nella penisola (limitata, al 25 luglio, a quattro divisioni). Quando l'otto settembre di quel tragico 1943 fu reso noto l'armistizio firmato unilateralmente cinque giorni prima dall'Italia con gli Alleati, le truppe tedesche furono pronte a disarmare numerosi reparti dell'esercito italiano e ad arrestare e deportare centinaia di migliaia di militari dell'ex alleato, ora considerato traditore. Lo sbandamento delle forze armate in quei terribili giorni fu quasi totale, anche se non mancarono episodi di resistenza eroica da parte di unità che non accettarono supinamente il disarmo. La nascita di quell'ombra di stato che fu la Repubblica Sociale e la conseguente divisione dell'Italia tra repubblica fascista al Nord, e Regno del Sud (nei territori che via via venivano conquistati dagli Alleati risalendo la penisola), segnarono l'inizio della guerra civile in Italia.
Le prime bande che si costituirono in funzione antitedesca e antifascista erano formate perlopiù da militari che erano riusciti a sottrarsi ai rastrellamenti massicci che le truppe germaniche iniziarono subito dopo l'otto settembre, o che non accettarono di servire nella Repubblica Sociale, considerata, a ragione, poco più che un paravento dei veri padroni, i tedeschi. Si trattava di unità isolate, senza collegamenti tra loro e senza una strategia definita, generalmente guidate da ufficiali che si sentivano comunque vincolati dal giuramento di fedeltà al Re. Ma la Resistenza assunse ben presto caratteristiche marcatamente politiche; l'armistizio preludeva inevitabilmente a uno sganciamento dell'Italia dall'alleanza con la Germania, con le inevitabili ritorsioni che sarebbero venute (come vennero) da quest'ultima. I partiti politici antifascisti, che iniziavano a ricomparire dalla clandestinità al passo dell'avanzata degli Alleati sul territorio italiano, non potevano rischiare un altro "25 luglio", restando tagliati fuori dal gioco; le sorti della guerra erano segnate, la sconfitta della Germania era considerata inevitabile (anche se nessuno credeva che ci sarebbero voluti ancora quasi due anni di guerra) e si trattava di prepararsi per il futuro assetto che l'Italia avrebbe dovuto assumere al termine del conflitto. Il primo CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) sorse a Roma, già il 9 settembre 43. Lo fondarono Ivanoe Bonomi, indipendente, Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana), Alessandro Casati (partito liberale), Pietro Nenni (partito socialista), Mauro Scoccimarro (partito comunista) e Ugo La Malfa (partito d'azione). Aderì poi al CLN anche Meuccio Ruini, in rappresentanza della democrazia del lavoro. Al CLN Bonomi rivendicò il diritto di essere considerato come "l'unica organizzazione capace di assicurare la vita del paese". Era un'affermazione perlomeno ottimistica, se non poco realistica, considerando che al momento il CLN rappresentava poco più che sé stesso, in una situazione nazionale di estrema confusione. Ma era stato gettato il seme, e l'incitamento "per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni" veniva da un organismo politico e si sarebbe concretizzato nella costituzione di bande partigiane che esplicitamente si richiamavano agli ideali politici dei partiti di riferimento. I partigiani di Italia Libera aderivano al partito d'azione, una formazione d'élite che si sarebbe dissolta molto presto dopo la guerra, ma che raccoglieva uomini di grande valore come Parri, Lussu, Valiani, Garosci. Le Fiamme Verdi erano i partigiani di ispirazione cattolica, forti soprattutto nel Bresciano e nell'Udinese; con loro si unirono anche molti liberali e indipendenti. Le Brigate Garibaldi, braccio armato del partito comunista, furono il primo gruppo partigiano a darsi una struttura organica, istituendo a Milano, all'inizio del novembre 43, un Comando Generale, con Luigi Longo comandante generale e Pietro Secchia commissario politico.
Sarebbe qui interessante anche approfondire le differenze tra Resistenza al Nord e al Sud,
La Resistenza
non ebbe
in Italia un peso
militare determinante
ma non vogliamo esulare troppo dal nostro tema. Da quanto finora esposto appare già evidente che il movimento partigiano ebbe, aldilà del denominatore comune della lotta contro fascisti e nazisti, la caratteristica di raccogliere gruppi politici tra loro antitetici, riflettendo quell'innaturale alleanza tra Unione Sovietica e mondo capitalista, resa inevitabile dalla comune lotta contro il nazismo. Tuttavia ci sono alcuni punti che è importante sottolineare, perché ci aiuteranno a capire meglio la genesi di eventi come la strage di Porzus.

La Resistenza non ebbe in Italia un peso militare determinante, né lo avrebbe potuto avere, perché restò sempre un fenomeno elitario e comunque in buona parte legato, per la sua sopravvivenza, ai rifornimenti di armi, viveri, materiale, che gli Alleati iniziarono ad effettuare alla fine del 1943, dopo un primo incontro avuto in Svizzera da Ferruccio Parri con Allen Dulles, capo dei servizi segreti americani. Gli angloamericani del resto avevano interesse a mantenere il contatto e, per quanto possibile, il controllo sui gruppi partigiani, sia per operazioni di sabotaggio, di appoggio, di informazione, sia perché questi costituivano comunque la longa manus di quei partiti politici che avrebbero determinato la politica italiana del dopoguerra. E l'alleanza tra gruppi che sopra definivamo antitetici fece sì che nel movimento partigiano si trovassero contemporaneamente monarchici e repubblicani, liberali e comunisti, militari gelosi delle propria apoliticità contrapposti a quanti invece consideravano la Resistenza anzitutto un fenomeno politico. Una posizione del tutto peculiare era poi quella del partito comunista, che fu il partito che diede più combattenti di tutti gli altri alle forze partigiane, ma che era guardato con sospetto dai gruppi "alleati" per i suoi mai recisi legami con Mosca, e che a sua volta ricambiava con sospetto gli altri gruppi, ai quali via via attribuiva simpatie monarchiche, badogliane, capitaliste, se non addirittura tout court fasciste.
Se formalmente i gruppi partigiani dipendevano dal CLN e, per l'alta Italia, dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, costituito alla fine del 1943), delegato del CLN romano, di fatto la gran miscela di gruppi diversi generò anche due visioni ben diverse dello stesso concetto di lotta partigiana. I gruppi che facevano capo alla democrazia cristiana e che raccoglievano tra loro anche la maggior parte delle prime bande autonome (di origine, come vedevamo, perlopiù militare), nonché liberali e spesso anche azionisti, furono sovente accusati di attendismo dai comunisti quando decidevano di evitare scontri diretti con le truppe tedesche, se la disparità di forze faceva presumere l'inutilità militare dello scontro. Viceversa furono una creatura comunista i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), piccoli gruppi di non più di cinque - dieci elementi, che agivano soprattutto nelle città, con azioni veloci contro tedeschi e fascisti. Le azioni dei GAP spesso non avevano alcun peso dal punto di vista militare, ma il loro scopo era dichiaratamente quello di mantenere una tensione contro l'occupante e di mantenere sempre vivo lo spirito di lotta del combattente partigiano, nonché quello, meno dichiarato, di mostrare a nemici e alleati che il partito comunista sapeva colpire con decisione e durezza.
Alle accuse di attendismo spesso veniva controbattuto, accusando i comunisti di inutile spietatezza e cinismo, perché le azioni dei GAP provocavano poi l'inevitabile rappresaglia tedesca. L'attentato di via Rasella, con la conseguente strage alle fosse Ardeatine, resta in questo senso emblematico. Ma, se vogliamo fare un altro esempio, un attentato come quello che costò la vita al filosofo Giovanni Gentile fu un'altra azione decisa autonomamente dal partito comunista ed attuata dai GAP, in un quadro di una lotta sempre più crudele.
Pensiamo di aver delineato abbastanza il quadro di frazionamento e di rivalità intestine che contraddistinse tanti momenti della lotta partigiana; ci scusiamo con gli amici lettori per la
Tito sul fronte jugoslavo
non breve digressione, peraltro indispensabile per inquadrare gli avvenimenti che andremo a rileggere.
La Divisione Osoppo era nata nella notte fra il 7 e l'8 marzo '44, quando si erano incontrati al seminario di Udine don Ascanio De Luca, don Aldo Moretti e il parroco di Attimis, don Zani. In quella riunione era stata battezzata l'organizzazione clandestina con il nome del paese friulano, Osoppo, dove i patrioti risorgimentali combatterono gli austriaci. I partigiani che la componevano erano quasi tutti ex alpini, di tendenze democristiane, azioniste o liberali; i simboli della divisa erano il cappello con la penna d'aquila e il fazzoletto verde, "colore della speranza e delle nostre montagne, che ci distinguerà chiaramente dai fazzoletti rossi", come disse uno dei fondatori, Don De Luca.
La base per il reclutamento e le prime azioni fu l'eccentrico e disabitato castello Ceconi a Pielungo, nella val d'Arzino. I due capitani Grassi (Verdi) e Cencig (Manlio), e don De Luca (Aurelio) formarono i primi reparti, rifornendosi di armi attraverso i lanci aerei organizzati dalle missioni alleate. Si presentò subito la questione dei rapporti con le formazioni garibaldine. Se comune appariva la guerra all'occupante tedesco, diverse erano le posizioni relative al "dopo" e cioè alla sistemazione dei confini a conflitto concluso. I trattati del 1924 avevano inserito nel territorio italiano ampie regioni miste o a maggioranza slava; correzioni e rettifiche apparivano ovvie; ma le rivendicazioni slovene erano inaccettabili per gli osovani. La comunanza ideologica tra sloveni e garibaldini alimentava il sospetto che questi ultimi volessero realizzare un'annessione "di fatto". Le formazioni comuniste a loro volta ricambiavano la diffidenza, sospettando gli osovani di atteggiamenti reazionari, accusandoli di avere come primo scopo non la lotta ai nazifascisti, bensì la lotta ai comunisti. In questo clima, i periodici tentativi (ve ne furono una ventina) di creare un comando unificato finirono sempre nel nulla.
In particolare, un comando unificato si sarebbe dovuto costituire dopo un'incursione tedesca nel castello di Pielungo. Nel vecchio maniero gli osovani avevano rinchiuso alcuni militari tedeschi catturati in uno scontro. Reparti tedeschi, con un'improvvisa azione di commando, riuscirono a liberare i loro commilitoni. L'episodio ebbe conseguenze immediate: CLN udinese e regionale veneto (CRV) intervennero destituendo i due principali responsabili dell'Osoppo, Grassi - Verdi e De Luca - Aurelio, accusati di comportamento imprudente, non avendo predisposto sufficienti servizi di guardia, e affidarono al maggiore Manzin-Abba il comando provvisorio. Per i due capi osovani, arresto "sulla parola", in attesa di decisioni. Cosa per nulla gradita a quelli dell'Osoppo, anzi. Peggio ancora fu quando a metà agosto, in un incontro CLN-garibaldini-osovani a San Francesco, sopra Pielungo, fu stabilito il nuovo organigramma dell'Osoppo. Al comando militare Abba, del Partito d'Azione, suo vice il comunista Bocchi-Ninci, capo delle Garibaldi. Commissario il comunista Lizzero-Andrea, vice-commissario l'azionista Comessatti-Spartaco. In pratica il "comando unificato" era posto in mano ai comunisti e agli azionisti, considerati loro paravento. Le formazioni osovane reagirono con una specie di golpe, al quale CLN e garibaldini dovettero arrendersi. Destituiti gli azionisti Abba e Spartaco, i vecchi comandanti tornarono ai loro posti. Ribaltamento incruento per fortuna, ma che la diceva lunga, se gli uni e gli altri si fronteggiavano mitra in spalla.
D'altra parte difficilmente gli osovani potevano accettare quella che di fatto si sarebbe tradotta in un "inglobamento" nelle formazioni garibaldine, quando le stesse, poche settimane prima, in località Piancicco, avevano sottratto, mitra alla mano, un carico di armi destinate alla Osoppo, paracadutate dagli Alleati.
Pur in questa continua contrapposizione, garibaldini e osovani riescono a combattere
Con grande
delusione degli
alleati Tito
attuò la "svolta
stalinista"
insieme quando, il 27 settembre 1944, irrompono da Tarvisio 30.000 uomini tra tedeschi, fascisti e cosacchi, ben decisi ad eliminare due zone libere, comprendenti 55 comuni sulle montagne e territori pedemontani al di qua e al di là del Tagliamento. Quest'oasi di libertà, che durava da poco più di due settimane, viene devastata con artiglieria, carri armati e due treni blindati. In tre giorni di battaglia nel triangolo Tarcento - Bergogna - Cividale i partigiani perdono oltre 400 uomini tra morti e dispersi. Il 2 ottobre i tedeschi attaccano nuovamente su tutto il fronte partigiano, da Meduno a Bordano, lasciando mano libera alle truppe cosacche, che si abbandonano ad ogni tipo di violenza. Le forze partigiane devono ripiegare. Il gruppo Brigate est della Divisione Osoppo si porta nella zona di Attimis, ponendo il proprio comando alle malghe di Porzus. In zona è presente anche la brigata Garibaldi - Natisone, che ha il suo comando nel vicino villaggio di Canebola.
La fratellanza d'armi che ha visto garibaldini e osovani combattere assieme sta nuovamente svanendo, perché altri avvenimenti erano nel frattempo maturati.
Il 6 settembre le truppe sovietiche, occupata la Romania, si erano congiunte all'armata popolare di Josip Broz (Tito). Con grande delusione degli alleati (che al futuro maresciallo avevano sacrificato il generale Mihailovic, leader della resistenza monarchica) Tito attuò la "svolta stalinista". La pressione per definire la linea di frontiera lungo il Tagliamento si fece via via più accentuata. Risale al 9 settembre il messaggio di Kardelj, capo delle forze di liberazione slovene e luogotenente di Tito, ai capi comunisti dell'Alta Italia. Kardelj parlava di una "comune presa di potere nella regione Giulia di comunisti italiani e sloveni". Ad una prima missione segreta, a giugno, del plenipotenziario sloveno prof. Urban (Anton Vratusa) al CLNAI di Milano aveva fatto seguito una seconda trasferta a settembre, con precise richieste sulla delimitazione dei confini. Cadorna, comandante militare del CLNAI si era dichiarato contrario, mentre Longo era favorevole alle richieste slovene. Fu deciso un rinvio a guerra conclusa, ma le aspirazioni slovene e la disponibilità comunista non erano un segreto e il clima di diffidenza e sospetto ai confini orientali non poteva che aumentare. Contribuì poi a gettare benzina sul fuoco la lettera di Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, con la quale si ordinava al comando della brigata Garibaldi - Natisone di porsi alle dipendenze operative del IX Corpus sloveno; la lettera conteneva anche il testo dell'ordine del giorno da approvare: "I partigiani italiani riuniti il 7 novembre in occasione dell'anniversario della Grande Rivoluzione (rivoluzione russa del 1917; n.d.a.) accettano entusiasticamente di dipendere operativamente dal IX Corpus sloveno, consapevoli che ciò potrà rafforzare la lotta contro i nazifascisti, accelerare la liberazione del Paese e instaurare anche in Italia, come già in Jugoslavia, il potere del popolo".
Parlavamo in precedenza del potere più formale che sostanziale del CLN sulla condotta della guerra partigiana: di fatto un ordine operativo come quello sopra citato avrebbe dovuto pervenire, al più, dal comando del CLNAI. Se è doveroso riconoscere al partito comunista il più alto contributo, in uomini e in sangue, alla lotta di liberazione, è altrettanto doveroso sottolineare come il partito comunista perseguì sempre e comunque la sua propria politica, che si sostanziava nella cooperazione con gli altri partiti democratici (la cosiddetta svolta di Salerno era la rassicurazione che il PCI seguiva una via italiana al socialismo) attuata da Togliatti nel Regno del Sud e contemporaneamente nell'atteggiamento "internazionalista" che significava di fatto l'acquiescenza ai progetti sovietici che, nel caso dei confini orientali italiani, erano ben chiari e facevano conto sul leader jugoslavo Tito, allora considerato un docile stalinista.
In questo clima non c'è da stupirsi che gli osovani respingano la proposta di integrarsi anch'essi nel IX Corpus: la proposta poteva avere un senso dal punto di vista operativo, per porre sotto un unico comando tutte le forze impegnate nella lotta contro fascisti e nazisti. Ma ormai l'ordine normale delle cose era stravolto: gli alleati erano tra loro avversari e
"Giacca" durante l'esilio in Jugoslavia
sempre meno il comune nemico poteva cementare una fiducia che non esisteva più. Il 7 novembre 1944, mentre a Canebola i garibaldini festeggiano l'adesione alle formazioni di Tito, a Porzus il capitano De Gregori (Bolla), che già si trovava a forza ridotta perché molti partigiani erano stati inviati in licenza per la sospensione invernale delle operazioni, convoca i suoi e fa presente la situazione di tensione che si è creata con la Garibaldi - Natisone. "Vogliono farci sloggiare. Chi vuole andarsene è libero di farlo. Io resto". Restarono alle malghe in una ventina.
Chi volle l'eccidio del 7 febbraio? La risposta a tutt'oggi non è sicura. Di certo c'è l'esistenza di una lettera firmata da Kardelj, indirizzata a Vincenzo Bianchi, nome di battaglia Vittorio, rappresentante del Partito comunista italiano presso il IX Corpus, che era tornato da Mosca insieme con Togliatti, in cui lo si invita a liquidare le formazioni partigiane che, in Friuli, non accettano di porsi agli ordini del IX Corpus. Ed altrettanto certo è che, dopo il rifiuto degli osovani a integrarsi nel comando del IX Corpus sloveno, incominciano a circolare, sempre più insistenti, le voci di tradimento. Queste voci d'altra parte trovavano facile esca in alcuni contatti, peraltro mai negati dai partigiani osovani, sia con la Decima Mas, sia con il federale fascista di Udine, Cabai, che si fa latore di un'ambigua proposta dell' SS Sturmbannfuhrer (tenente colonnello) Von Hallesleben, comandante della piazza di Pordenone. In entrambi i casi si propone agli osovani di formare un fronte comune contro i comunisti e, nel caso della Decima Mas, contro comunisti e nazisti, in nome della difesa dell'italianità del Friuli. Erano gli ultimi mesi di una guerra le cui sorti erano ormai chiare a tutti e nell'atmosfera un po' surreale da si salvi chi può le proposte stravaganti non mancavano. Bisogna sottolineare che in entrambi i casi fu la Osoppo ad essere sollecitata alle trattative, che non furono una sua iniziativa; e in entrambi i casi le proposte furono respinte. Ma mentre le proposte tedesche furono dirette ed immediatamente rifiutate con due lettere (28 dicembre 1944 e 10 gennaio 1945) di don Aldo Moretti consegnate all'arcivescovo Nogara, che a sua volta le consegnò al federale Cabai, nelle proposte di Borghese, comandante la Decima Mas, non mancò chi vide lo zampino del maggiore Nicholson, che guidava la missione inglese in zona, e che avrebbe voluto così acuire, in chiave anticomunista, la divisione tra osovani e garibaldini. In questo groviglio ambiguo due cose sono certe: il comando della Osoppo non strinse alcun accordo con fascisti e nazisti, ma il fatto stesso degli avvenuti contatti servì ad alimentare il clima ormai avvelenato tra osovani e garibaldini. Più interessante, dal punto di vista sostanziale, ci sembra la vicenda di Elda Turchetti. Questa ragazza di Pagnacco, paese dove i tedeschi avevano depositi di carburante, viene segnalata da Radio Londra (probabilmente su analoga segnalazione del maggiore Nicholson) come spia al soldo dei nazisti. Spaventata, si rivolge a un amico partigiano garibaldino per protestare la propria innocenza. Questi l'accompagna da Mario Toffanin, Giacca, comandante dei GAP di Udine, che si comporta in modo decisamente strano. Se fosse stato sicuro che la Turchetti era una spia Giacca l'avrebbe senza dubbio uccisa; nel dubbio, l'avrebbe dovuta consegnare al proprio comando per gli accertamenti. Invece Elda Turchetti viene consegnata da Giacca a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo, che a sua volta conduce la ragazza a Porzus. Perché una sospetta spia veniva consegnata proprio alla formazione più volte accusata di mantenere ambigui rapporti col nemico? Ci fu chi disse che la Turchetti venne consegnata alla Osoppo per fare
A tredici anni
Giacca era già
operaio ai Cantieri
San Marco
di Trieste
realmente la spia, per conto di Giacca contro la Osoppo. Difficile sapere la verità, perché la Turchetti fu uccisa a Porzus.
E siamo arrivati a parlare nuovamente di Mario Toffanin, Giacca. Padovano, nato il 9 novembre 1912, a tredici anni era già operaio ai Cantieri San Marco di Trieste. Iscritto dal 1933 al partito comunista clandestino; sei anni dopo, ricercato, riparava a Zagabria. Aderì al movimento partigiano di Tito fin dall'invasione delle forze dell'Asse nell'aprile del 1941. I compagni jugoslavi dovevano avere in lui molta fiducia perché lo inviarono in missione prima alla federazione comunista di Trieste, poi a quella di Udine per "dare la sveglia" ai compagni italiani. Giacca non fu mai un partigiano combattente vero e proprio: trovò la sua collocazione migliore nei GAP. Del resto, era poco propenso alla disciplina di tipo militare, ma in compenso era fedelissimo al partito. E dalla federazione comunista di Udine gli arrivò l'ordine di "liquidare" il problema della presenza osovana a Porzus, con la specifica che si trattava di un ordine del comando supremo. L'ordine è del 28 gennaio 1945. Il tempo di organizzare l'azione, radunando un centinaio di uomini dei GAP a Ronchi di Spessa e il 7 febbraio Giacca sale alle malghe di Porzus, coadiuvato dai suoi luogotenenti Aldo Plaino e Vittorio Iuri. Pare che gran parte degli uomini fossero all'oscuro degli scopi della missione; molti ignoravano anche dove si stesse andando.
Il comandante osovano Bolla non si allarma per le segnalazioni delle sentinelle, che vedono salire alle malghe la lunga fila di uomini: era atteso un battaglione di rinforzo, richiesto al comando divisione Osoppo proprio per l'acuirsi delle tensioni tra garibaldini e osovani. Gli uomini di Giacca ostentano un'aria dimessa, nascondono le armi sotto gli abiti, pochissimi portano il fazzoletto rosso. Spiegano alle sentinelle di essere partigiani sbandati dopo uno scontro con i nazifascisti; ma mentre in due parlamentano con le guardie della Osoppo, il grosso degli uomini inizia ad accerchiare la zona. Poi, è la strage. Il capitano Bricco si salva, come vedevamo in apertura, solo perché viene ritenuto morto. Tra i venti partigiani portati via, si salvano solo Leo Patussi e Gaetano Valente, il cuoco, che, per aver salva la pelle, chiedono di essere accettati tra i garibaldini. Per gli altri non c'è scampo. L'irruzione alle malghe non aveva portato alcuna prova del "tradimento" della Osoppo, salvo la presenza in luogo della Turchetti; ma vedevamo prima che era stato lo stesso Giacca a consegnare la presunta spia agli osovani.
Le uccisioni durano fino al 18 febbraio nel Bosco Romagno, dove poi verranno ritrovati i corpi, mal sotterrati.
Dopo l'azione a Porzus, Toffanin, Plaino e Iuri, i triumviri che avevano guidato i battaglioni di GAP, fecero una relazione scritta, indirizzata alla Federazione comunista di Udine e al Comando del IX Corpus Sloveno, nella quale si sottolineava che l'azione era stata effettuata "col pieno consenso della Federazione del partito". La relazione (che, come si nota, non era indirizzata ad alcun organo della Resistenza) cercava di giustificare le uccisioni con affermazioni fantasiose (i comandanti Bolla ed Enea che al momento della fucilazione non trovano di meglio che gridare "viva il fascismo internazionale", i partigiani osovani "figli di papà" che "giacevano in comodi sacchi a pelo ed erano provvisti di tutti i conforti"), ma non allegava alcuna prova concreta.
Quanto è accaduto alle malghe inizia a delinearsi. Quando Mario Lizzero, commissario politico delle brigate Garibaldi in Friuli viene a sapere dell'accaduto va su tutte le furie e chiede che Giacca e i suoi luogotenenti siano fucilati. Non riesce ad ottenerlo, riuscirà solo a farli destituire dalle loro cariche di comando nei GAP. Ostelio Modesti e Alfio Tambosso, segretario e vice segretario della federazione del PCI di Udine, forse iniziano a rendersi conto che è stata una grave imprudenza affidare la missione a Mario Toffanin, ottimo elemento per le azioni spicce e violente dei GAP, ma rozzo e violento e con un certificato penale già ben nutrito di reati, furto, rapina, omicidio, sequestro di persona, che nulla avevano a che vedere con azioni militari o politiche. Ma adesso è troppo tardi per i
Il "comandante" Pertini
ripensamenti e viene scelta la linea di condotta peggiore, quella di gettare tutta la croce addosso a Giacca, (che avrebbe mal inteso gli ordini) favorendone peraltro l'espatrio in Jugoslavia, insieme ad altri implicati nella strage.
Dopo che un'inchiesta del Comando Regionale Veneto non è approdata a nulla, il CLN di Udine decide la costituzione di una commissione d'inchiesta, formata da un rappresentante della Osoppo, uno della Garibaldi e presieduta da un membro del CNL stesso. Ostelio Modesti, il segretario del PCI di Udine, ha continuato la sua politica dello struzzo, opponendo inerzia al Comando Regionale che gli chiedeva di incontrare i responsabili della spedizione alle malghe. Ora la commissione del CLN dovrebbe chiarire le cose, ma si fa ancora tutto il possibile per ritardare, finché si arriva al 25 aprile, all'ordine di insurrezione generale, che fa passare ovviamente in secondo piano qualsiasi altra questione.
Sarà la magistratura ordinaria ad occuparsi della strage di Porzus, in seguito alla denuncia presentata il 23 giugno 1945 al Procuratore del Re di Udine dal Comando Divisioni Osoppo. Il processo ebbe inizio solo sei anni dopo, nell'ottobre 1951, davanti alla Corte d'Assise di Lucca, dove era stato trasferito per "legittimo sospetto" e motivi di ordine pubblico e dopo un palleggiamento tra magistratura ordinaria e militare. Il dibattimento d'appello si svolse a Firenze tra l'1 marzo e il 30 aprile 1954. Dopo quasi un decennio dalla strage di Porzus veniva resa definitiva la sentenza che condannava Giacca e i suoi due luogotenenti all'ergastolo. Tutti e tre erano riparati da anni in Jugoslavia. Chi pagò un conto probabilmente non suo fu Ostelio Modesti, condannato a trent'anni, di cui nove scontati effettivamente. Parimenti conobbero il carcere altri imputati minori, che nessuno si era preoccupato di far espatriare, mentre per effetto di successive amnistie e indulti le condanne all'ergastolo vennero definitivamente cancellate il 15 maggio 1973. A questo punto Mario Toffanin avrebbe potuto tranquillamente tornare in patria; ma i suoi conti con la giustizia non si limitavano a reati politici o comunque connessi ad eventi della guerra partigiana. L'ex gappista, stabilì la Procura della Repubblica di Trieste, doveva scontare trent'anni per effetto di cumulo di pene definitive, irrogate per una serie impressionante di reati, dal sequestro di persona, alla rapina aggravata, all'estorsione, al concorso in omicidio aggravato e continuato. E Toffanin restò in Jugoslavia, rilasciando spesso interviste in cui rivendicava la legittimità della sua azione a Porzus, volta all'eliminazione di "spie e traditori".
Le inchieste e l'interminabile processo avevano comunque lasciato irrisolto il problema centrale: chi aveva dato l'ordine dell'azione a Porzus? E l'ordine era di uccidere, o la parola liquidare andava diversamente intesa? Come dicevamo sopra, l'atteggiamento del PCI di Udine, nella persona del segretario Modesti, fu il peggiore, perché volle difendere a tutti i costi una causa persa, probabilmente temendo più gravi ripercussioni per tutto l'apparato di partito e per la stessa operatività delle brigate Garibaldi, che peraltro nulla autorizza a dire che fossero implicate coi loro comandanti nella strage. Modesti sbagliò con le sue mille reticenze, ma ebbe la dignità di farsi in silenzio anche il carcere, forse non meritato, ma subìto in nome di una disciplina di partito che si può disapprovare, ma che, laddove viene pagata di persona, è degna di rispetto.
Francamente ci appare incredibile pensare come mandanti della strage di Porzus lo stesso PCI o il comando della Garibaldi - Natisone; se esponevamo ampiamente tutti i contrasti profondi che dividevano garibaldini e osovani, non per questo crediamo che questi contrasti potessero sfociare in atti di selvaggia crudeltà, eseguiti a freddo e senza altra motivazione che l'odio ideologico. Piuttosto ci pare credibile l'opinione espressa da Alberto Buvoli, direttore dell'Istituto Friulano per la Storia del movimento di Liberazione, che in un'intervista del 30 luglio 1997 al Corriere della Sera diceva: "L'ordine di intervenire a Porzus venne dagli Sloveni. La responsabilità della federazione comunista di Udine è semmai di aver affidato il compito a Giacca, noto squilibrato, con una fedina penale già sporca. Quando Lizzero, commissario politico delle Brigate Garibaldi venne a sapere della strage, chiese che Giacca e i suoi venissero fucilati… ma Giacca era protetto dagli sloveni". Ci permettiamo di aggiungere una notazione a quanto dichiarato da Buvoli: con ogni probabilità il comando del IX Corpus diede l'ordine dell'azione, imponendo anche che fosse compiuta dal Toffanin, che era comunque un loro uomo, da loro proveniva e da loro, non a caso, tornò. Giacca era il più qualificato per eseguire un ordine nello stile di chi, non scordiamolo, inventò le foibe come strumento di dialettica politica con gli oppositori. A poco vale obiettare che l'irrilevante numero di osovani non avrebbe potuto costituire alcun ostacolo all'eventuale dilagare fino al Tagliamento del IX Corpus. Se il pericolo non esisteva sotto il profilo militare, era comunque da eliminare una sacca di dissidenza, altrettanto pericolosa in un'ottica di cieco fanatismo politico. A questo punto la funzione del PCI di Udine sarebbe stata solo e unicamente quella di "passacarte", perché neanche la scelta di Toffanin come esecutore era loro. Purtroppo, come dicevamo, una disciplina di partito rigida e assoluta impedì di fare piena luce. Ma riteniamo che la nostra ipotesi non sia del tutto priva di fondamento.
E qui potremmo chiudere questa breve rilettura di una delle pagine più tristi della nostra storia nazionale. Ma c'è un ultimo mistero, questo destinato a restare irrisolto. Cosa spinse Sandro Pertini nel luglio del 78, appena eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Giacca? L'ex gappista, lo ricordavamo prima, aveva un pesante debito con la giustizia per reati ordinari, essendo estinte le pene per i fatti di Porzus da provvedimenti di successivi indulti e amnistie. Il settimanale L'Espresso pubblicò, il 25 settembre 1997, un'inchiesta al proposito, ma si scontrò con una diffusa epidemia di amnesia, malattia che aveva colpito il consigliere giuridico di Pertini, il segretario generale del Quirinale, perfino il funzionario della presidenza che si occupava all'epoca proprio delle pratiche di grazia. Quanto al guardasigilli dell'epoca, il professor Bonifacio, era già morto da diversi anni. Mistero. Tuttavia Mario Toffanin, comandante Giacca, nonostante la grazia restò in Slovenia. Forse perché la sentiva come la sua patria, forse perché temeva di fare qualche spiacevole incontro rientrando in Italia.


 

Bibliografia
  • Porzus, due volti della Resistenza, di Marco Cesselli - Ed. La Pietra, Milano 1975
  • Porzus, dialoghi sopra un processo da rifare, di Alexandra Kersevan - Ed. Kappa Vu, Udine 1997
  • L'Italia della guerra civile, di Indro Montanelli e Mario Cervi - Ed. Rizzoli, Milano 1983
  • L'esercito di Salò, di Giampaolo Pansa - Ed. Mondadori, Milano 1970




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6 gennaio 2006

Il 9 di gennaio 1976, tre giorni dopo la Befana


Palestinesi celebrano il massacro di Damour...1976

Il massacro di Damour

Damour era una cittadina accanto all'autostrada Beirut-Sidon, circa 20 kilometri a sud di Beirut, nell'area pedemontana del massiccio libanese. Sull'altro lato dell'autostrada, al di là di una striscia pianeggiante di terra, c'era il mediterraneo. Era una città di 25.000 abitanti con 5 chiese, tre cappelle, sette scuole tra pubbliche e private ed un ospedale, ove, a spese del comune, vennero curati, assieme ai cristiani, anche i mussulmani dei paesini circostanti.

Il 9 di gennaio 1976, tre giorni dopo la Befana, il parroco di Damour, Don Mansour Labaky, stava praticando il rito maronita della benedizione delle case con acqua santa. Quando stava di fronte a una casa vicina all'adiacente villaggio mussulmano di Harat Na'ami, una pallottola fischiò accanto al suo orecchio e colpi la casa. Poi udì delle raffiche di mitra. Si rifugiò all'interno della casa e apprese presto che la città era stata presa d'assedio. Poco dopo seppe da chi: le truppe di Sa'iqa (terroristi dell'OLP affiliati alla Siria), 16.000 terroristi tra palestinesi, siriani, unità di Mourabitoun, rafforzati da mercenari provenienti dall'Iran, dall'Afghanistan, dal Pakistan e dalla Libia. Don Labaky chiamò subito lo sceicco mussulmano del distretto e li chiese, a mo di collega spirituale, cosa poteva fare per venire in aiuto della popolazione. "Non ci posso fare nulla", li fu detto, "vogliono distruggervi. Sono i palestinesi. Non posso fermarli."


(Militanti del'OLP circondino una famiglia dopo averli bruciato la casa.
Damour, Gennaio 1976.)

Mentre le raffiche di mitra e i colpi di mortai continuarono per tutta la giornata, Don Labaky chiamò una lunga lista di politici sia della destra sia della sinistra, chiedendo aiuto. Tutti risposero, con scuse e rimpianti, che non potevano farci nulla. Poi chiamò Kamal Giumblat, rappresentante parlamentare druso del distretto di Damour. "Padre", disse Giumblat, "non ci posso fare nulla, perché tutto dipende da Yassir Arafat." E diede il numero personale di Yassir Arafat al sacerdote.

Quando Labaky chiamò il numero in questione, gli fu risposto da un aiutante di Arafat e non potendo raggiungere lo stesso Arafat, Labaky gli disse, "i palestinesi stanno sparando colpi di mortaio e raffiche di mitra contro la mia città. Posso assicurarvi come esponente religioso che non vogliamo la guerra e che non crediamo nella violenza." E aggiunse che quasi la metà degli abitanti di Damour aveva votato per Kamal Giumblat, un uomo che stava vicino all'OLP.
"Padre, non si preoccupi. Non vogliamo farvi del male. Se vi stiamo distruggendo, lo facciamo solo per pure ragioni strategiche."


(La stessa famiglia sequestrata e portata al destino fatale.
Damour, Gennaio1976.)

Don Labaky non pensava che non ci fosse da preoccuparsi, anche se la distruzione era "solo per pure ragioni strategiche" e insistette nel chiedere ad Arafat di richiamare i suoi combattenti. Alla fine, l'aiutante disse che loro, il quartiere generale dell'OLP, avrebbero detto loro "di cessare il fuoco".
Erano già le undici di notte, e il fuoco non aveva cessato, quando Don Labaky chiamò di nuovo Kamal Giumblat per dirgli cosa aveva detto l'aiutante d'Arafat. Il consiglio che Giumblat diede al sacerdote era di continuare a chiamare Arafat e altri amici suoi, "perché", disse, "non mi fido di lui".


(Il padre venne separato dalla sua famiglia.
Damour, Gennaio 1976.)

Mezz'ora più tardi furono tagliate le linee telefoniche, l'acqua e l'elettricità. La prima ondata d'invasione avvenne mezz'ora dopo la mezzanotte, dal lato della città da cui è stato sparato al sacerdote prima. Gli uomini di Sa'iqa assalirono le case e massacrarono quella notte una cinquantina di civili. Don Labaky udì le grida e scese nella strada. Donne in camicie da notte stavano correndo verso di lui "strappandosi i capelli e urlando 'Ci stanno massacrando!' I sopravvissuti, evacuando quella parte della città, si rifugiarono nella chiesa più vicina. All'alba, gli invasori avevano già preso il quartiere. Don Labaky descrisse la scena come segue:
"La mattina riuscii, nonostante i colpi di mortaio, ad arrivare all'unica casa non occupata per recuperare i cadaveri.


(Il padre venne giustiziato davanti alla sua famiglia.
Damour, Gennaio 1976.)

E mi ricordo qualcosa che ancora mi fa rabbrividire. Un'intera famiglia, la Famiglia Can'an, quattro bambini tutti morti, e la madre, il padre, e il nonno. La madre stava ancora abbracciando uno dei bambini. Era incinta. Gli occhi dei bambini erano stati cavati e i loro arti amputati. Erano senza gambe e senza braccia.
Li abbiamo portati via in un Apecar. E chi m'aiutava a portare via i cadaveri? L'unico sopravissuto, lo zio dei bimbi. Si chiamava Samir Can'an. Egli portava con me i resti del suo fratello, del suo padre, della sua cognata e dei poveri bambini.


(Residenti anziani di Damour prima di essere giustiziati da un mercenario libico. 

Damour, Gennaio 1976.
La foto è stata scattata e venduta a 'Stern magazine' da un'altro mercenario libico.)


Li abbiamo sepolto nel cimitero, sotto i colpi di mortaio dell'OLP. E mentre li seppellivamo, trovammo altri corpi ancora nelle strade."
La città cominciava a difendersi. Duecentoventicinque giovani, la più parte di loro sedicenni, armati di fucili da caccia e senza addestramento militare, resistettero per dodici giorni. La popolazione si nascose nelle cantine con sacchi di sabbia davanti alle porte e alle finestre dei pianterreni.
Don Labaky fece spola tra nascondiglio e nascondiglio per visitare le famiglie e portare loro latte e pane. Spesso incoraggiò i giovani a difendere la città. L'assedio senza sosta alla città causò gravi danni. Dal 9 di gennaio 1976, i palestinesi avevano tagliato l'acqua e qualsiasi rifornimento di viveri e rifiutavano alla Croce Rossa di evacuare i feriti.
Neonati e bambini morirono di disidratazione. Solo tre altri cittadini caddero sotto il fuoco dell'OLP tra il primo e l'ultimo giorno dell'assedio che terminò il 23 gennaio del 1976. Però, quel giorno, quando avvenne il massacro finale, centinaia di cristiani furono ammazzati, come racconta Don Labaky:

"L'attacco cominciò dalle montagne. Era un'apocalisse. Vennero in migliaia, urlando a squarciagola 'Allahu akbar! Iddio è grande! Attacchiamoli in nome degli arabi, offriamo un olocausto a Maometto'. E massacrarono chiunque li si metteva sul cammino, uomini, donne e bambini".
"Intere famiglie sono state uccise nelle loro case. Molte donne furono violentate in gruppo, alcune di loro furono lasciate vive. Una donna salvò la sua figlia adolescente dalla violenza sessuale spalmando la sua faccia con dell'indaco per farla apparire ripugnante. Mentre le atrocità continuavano, gli invasori si scattavano delle foto e le offrirono, più tardi, per soldi ai giornali europei."

"Alcuni sopravissuti testimoniarono l'accaduto. Una ragazza sedicenne, Soumaya Ghanimeh, testimoniò la fucilazione del padre e del fratello da parte di due degli invasori, e vide la propria casa, assieme alle case dei vicini, saccheggiata e bruciata. Ella disse:
'Quando mi stavano portando in strada, tutte le case intorno a me stavano bruciando. Di fronte alle case erano parcheggiati dieci camion nei quali erano stipati i bottini. Mi ricordo quanto ero spaventata dal fuoco. Stavo urlando. E per molti mesi non riuscii a sopportare che qualcuno accendesse un fiammifero accanto a me. Non ne sopportavo il puzzo.'
"Lei e sua madre, Mariam, assieme alla sorella più piccola e al fratellino neonato, sono stati risparmiati dall'essere fucilati in casa quando si nascose dietro a un palestinese cercando protezione da un fucile puntato contro di lei.
Urlò: 'Non permettergli d'ucciderci!' e l'uomo accettò il ruolo di protettore che la ragazza gli aveva inaspettatamente assegnato. 'Se li ammazzi, devi ammazzare anche me, disse al suo commilitone. Così vennero risparmiati, radunati con altri nelle strade e caricati sui camion che li portarono al campo palestinese di Sabra a Beirut, ove vennero imprigionati in una prigione sovraffollata. 'Dovevamo dormire per terra, e faceva un freddo cane.'"

Quando Don Labaky trovò i corpi carbonizzati del padre e del fratello in casa Ghanimeh non poteva neppure distinguerne il sesso. Nella frenesia di voler, a tutti costi, infliggere il massimo dell'umiliazione alle loro vittime, come se neppure i limiti assoluti della natura umana potevano fermarli, gli invasori devastarono le tombe e sparsero le ossa dei defunti nelle strade. Chi era riuscito a scappare dal primo attacco continuava a scappare con ogni mezzo, con le macchine, con i carri, con le bici e con le moto. Alcuni si rifugiarono sulla spiaggia sperando di poter scappare con le barche a remi. Ma il mare era in tempesta e l'attesa della salvezza era troppo lunga, erano consapevoli dell'eventualità che i loro nemici potevano accanirsi contro di loro a qualunque momento.

Circa cinquecento persone si radunarono nella chiesa di Sant'Elia. Don Labaky arrivò lì alle sei del mattino quando i tumulti dell'attacco l'avevano svegliato. Predicò un sermone sul significato del massacro d'innocenti. E quando non sapeva che consigliarli li disse: "Se vi dicessi di rifugiarvi sulla spiaggia, so che vi ammazzeranno. Se vi dicessi di rimanere qui, so che vi ammazzeranno".

Un vecchietto suggerì di esporre una bandiera bianca. "Forse ci risparmieranno se ci arrendiamo." Don Labaky gli diede il suo benestare e mise una bandiera bianca sulla croce processionale che stava davanti alla chiesa. Dieci minuti tardi sentirono bussare alla porta, tre colpi in successione rapida, poi altre tre volte tre colpi in successione rapida. Rimasero impietriti. Don Labaky disse che andava lui a vedere chi ci fosse. Se era il nemico, magari li risparmiavano. 'Ma, se ci ammazzano, perlomeno moriremo tutti insieme e avremo una bella parrocchia in cielo di 500 persone senza posti di blocco che ci separano". Risero e il sacerdote aprì la porta.
Non era il nemico, ma due cittadini di Damour che erano riusciti a scappare e che avevano visto la bandiera bianca dalla spiaggia. Erano venuti per metterli in guardia sul fatto che la bandiera bianca non sarebbe stata di nessun aiuto. 'Anche noi abbiamo issato una bandiera bianca davanti a Nostra Signora e ci hanno sparato addosso.'
Di nuovo discussero quello che c'era da fare. Labaky gli disse che una sola cosa sarebbe rimasta a fare, anche se era 'impossibile': pregare affinché Iddio perdonasse coloro che stavano per venire a ucciderli. Mentre che pregavano, due dei giovanissimi difensori della città che, a loro volta, avevano visto la bandiera bianca entrarono e dissero 'Correte verso la spiaggia adesso, vi copriremo.' I due giovani stavano davanti al portale della chiesa e spararono nella direzione dalla quale proveniva il fuoco dei fedayin. Ci vollero dieci minuti finché tutte le persone presenti nella chiesa poterono lasciare la città. Tutti e cinquecento sono riusciti, meno un vecchietto che non poteva camminare e che avrebbe preferito morire davanti alla propria casa. Non è stato ucciso. Don Labaky lo trovò settimane più tardi in una prigione dell'OLP e sentì quello che è successo dopo che lui era scappato.

Un paio di minuti dopo che erano scappati, 'venne l'OLP e bombardò la chiesa senza entrarvi. Buttarono giù la porta e gettarono le granate. Sarebbero rimasti tutti uccisi se non fossero scappati.
Don Labaky aveva condotto la sua congregazione lungo la spiaggia di Camille Chamoun. Quando arrivarono lì, videro che era stata già saccheggiata e parzialmente bruciata. Trovarono, comunque, protezione in un palazzo di un mussulmano che 'non era d'accordo con i palestinesi', e successivamente riuscirono a prendere il mare in piccole imbarcazioni, nelle quali salparono verso Jounieh. 'Una povera donna doveva partorire in una piccola barca nel mare invernale in tempesta'.

In tutto, 582 persone morirono nell'assalto a Damour. Don Labaky tornò con la Croce Rossa per seppellirli. Molti dei cadaveri erano stati smembrati e dovettero contare le teste per stabilire il numero delle vittime. Tre delle vittime maschili furono trovati con i loro genitali amputati, messili nel cavo orale. (pratica mussulmana d'umiliazione postmortem assai nota dalla guerra d'Algeri in poi, NdT).

Ma l'orrore non finì lì, anche il vecchio cimitero cristiano venne profanato, i sarcofaghi aperti, i morti spogliati dei loro vestiti, le cassette delle elemosina saccheggiate, e le ossa e gli scheletri sparsi sul campo sacro. Dopo Damour fu trasformata in un baluardo di Al-Fatah e del PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina). Le rovine di Damour divennero uno dei maggiori centri dell'OLP per la promozione del terrorismo internazionale. La chiesa di Sant'Elia è stata trasformata in un autorimessa atta alla riparazione dei veicoli dell'OLP, così come in un poligono di tiro con i bersagli dipinti sul muro orientale della navata.
Il comandante delle forze terroristiche che si accanirono, il 23 gennaio del 1976 era Zuhayr Muhsin, capo di al-Sa'iqa, noto d'allora alla popolazione cristiana libanese come il 'macellaio di Damour'.
Fu assassinato il 15 luglio del 1979 a Cannes, nel sud della Francia.




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15 dicembre 2005

Noi Comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919

Un quasi ignorato episodio del trasformismo comunista

di Aldo Chiarle
 
È interessante ricordare un episodio risalente al 1936 e relativo alla intenzione del Partito Comunista d’Italia di addivenire ad un accordo di governo con il Partito Nazionale Fascista, sulla base del programma fascista del 1919.
Fu un curioso tentativo effettuato subito dopo la guerra d’Abissinia e che formò oggetto di una formale delibera della Direzione di quello che allora si chiamava Partito Comunista d’Italia e di un solenne appello firmato da ben sessantadue capi comunisti e recante il suggestivo titolo “Per la salvezza d’Italia, riconciliazione del popolo italiano”.
Il testo? Eccone alcuni punti che documentano la ipocrisia e il trasformismo che sono sempre stati alla base della politica comunista:
“Solo l’unione fraterna del popolo italiano attraverso la riconciliazione fra fascisti e non fascisti potrà abbattere la potenza dei pescecani.
 Il nostro Paese può dare da mangiare a tutti i suoi figli e non ha da temere come una disgrazia l’aumento della popolazione”.
L’appello cita poi una frase di Benito Mussolini pronunciata nel 1919 circa il dovere dei ricchi di addossarsi i maggiori carichi finanziari della Nazione e dichiara:
“Noi eravamo d’accordo con queste parole nel 1919 e lo siamo ancora oggi”.
E l’appello continua:
“Noi vogliamo essere i campioni della lotta per l’integrità territoriale e della indipendenza nazionale di tutti i popoli. Questo grande ideale trasmessoci dai nostri antenati, dai grandi rivoluzionari che fecero l’unità nazionale del nostro Paese, non sarà rinnegato da noi, che siamo fieri dell’eredità più preziosa che essi ci hanno lasciato, assieme al sacro dovere di difendere la nostra unità nazionale, nata dal sangue di migliaia di martiri e di eroi”.
Ed ancora:
“Il Partito Comunista è il continuatore e l’erede della tradizione rivoluzionaria del Risorgimento italiano, l’erede e il continuatore dell’opera di Garibaldi, di Mameli, del Pisacane, dei Cairoli e dei Bandiera”, per terminare così:
 “La libertà che noi vogliamo non è l’anarchia e il caos. La libertà che noi vogliamo è la disciplina cosciente alle leggi e ai regolamenti elaborati e approvati con la partecipazione del popolo. Popolo Italiano! Fascisti della vecchia guardia! Giovani Fascisti! Noi Comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919 che è un programma di pace, libertà di difesa degli interessi dei lavoratori”.
A questo punto è interessante conoscere tutti i nomi dell’incredibile manifesto. Sono tutti grossi nomi del comunismo italiano. Ne segnaliamo alcuni: Palmiro Togliatti, Edoardo D’Onofrio, Ruggiero Grieco, Celeste Negarville, Pietro Secchia, Dozza...
Ci fermiamo qui anche se episodi altrettanto clamorosi del trasformismo comunista se ne possono citare a diecine, dalla costituzione del Partito Comunista a Livorno sino al crollo del muro di Berlino... e anche dopo.




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15 dicembre 2005

1990-1991… Vi era stato un patto spartitorio che prevedeva la divisione di questi appalti

GIUSTIZIA
 
La testimonianza di Nordio una “chicca giudiziaria”

di Ferdinando Cionti
 
Il libro di Giancarlo Lehner, Storia di un processo politico-Giudici contro Berlusconi 1994-2002, Milano 2003, è straordinariamente interessante, ovviamente per quel che racconta della persecuzione giudiziaria subita da Berlusconi che solo parzialmente e disorganicamente è noto, ma anche e soprattuno perché più che esporre opinioni - peraltro “nette e decise” - illustra documenti. Uno di questi, sconvolgente, è la testimonianza resa dal magistrato Carlo Nordio nel processo per diffamazione svoltosi a Cles contro lo stesso Lehner, su querela dei magistrati del pool di Milano. Una deposizione che, a nostro avviso, costituisce anche una precisa, pesante e solida denuncia della volontaria parzialità dell’operazione “mani pulite” e, conseguentemente, dell’intenzionale perseguimento degli effetti politici provocati, sia in generale, sia per quel che concerne il radicale mutamento dei rapporti tra magistratura e politica. Quindi, sottoponiamo senz’altro all’attenzione dei lettori questo documento esattamente come è stato pubblicato da Lehner e senza nessun commento. Poi, avremo modo di tornare sull’argomento e, soprattutto, sul libro di Lehner che rivela tante “vere e proprie chicche giudiziarie”. Intanto ci preme che il lettore abbia modo di apprendere i fatti rivelati da Nordio, riflettere sugli stessi e, alla fine, condividere o meno la loro valutazione, così come prospettata appena sopra, volutamente senza motivazione alcuna. Ecco, dunque, la deposizione di Nordio:
Testimonianza di Carlo Nordio: “...emerse chiarissimo un rapporto spartitorio nella Regione Veneto ...parlo degli anni fino al 1990-1991… Vi era stato un patto spartitorio che prevedeva la divisione di questi appalti, circa un 40 per cento a imprese collegate con la Democrazia cristiana... un 40 per cento di appalti affidati a imprese amiche del Partito socialista... e un 20 per cento alle Cooperative rosse. (…) Di queste cooperative in particolare una ne ricordo... Ebbene, questa cooperativa di questo signor Donigaglia faceva delle inserzioni sul giornale del Pci, pagandole profumatamente, ma in realtà erano fittizie… quando fu interrogato, Donigaglia disse: “Io ho finanziato il mio partito perché sono comunista”. (…) Nel Veneto, queste cooperative agricole che aderivano alla Lega delle Cooperative, quindi braccio secolare ed economico del Pci-Pds, fallivano in continuazione o, meglio, venivano poste in liquidazione coatta e poi venivano dichiarate insolventi.
...noi avevamo di fronte decine di cooperative agricole che acquisivano denaro, sia attraverso fidi bancari concessi in modo sconsiderato, ma su sponsorizzazione politica, sia attraverso contributi della Regione, e con questi denari in realtà non facevano nulla. I bilanci non esistevano, le scritture contabili erano completamente inaffidabili... ricordo che quando interrogai uno di questi gli chiesi: “Lei era un consigliere del consiglio di amministrazione”, e lui rispose: “Appunto, io davo soltanto consigli, perché quello che faceva tutto era l’incaricato del Partito comunista”. Era emerso che queste cooperative erano di fatto gestite da un tale signor Fontana... avevamo trovato una lettera scritta da un amministratore di una cooperativa agricola, tale Reolon... Reolon si lamentava con l’on. Occhetto, segretario nazionale del partito, di questa gestione mafiosa e scriteriata di questo Fontana che faceva sparire i denari.
… Nel frattempo era accaduta una cosa singolare.
Quando io mandai nel novembre-dicembre 1994 una quarantina di avvisi di garanzia a tutti questi cooperatori agricoli e soprattutto ai rappresentanti della lega delle Cooperative, parlo del dicembre 1994, quindi prima dell’arresto di Fontana… Il giorno stesso o quello successivo mi telefonò da Milano il dott. Paolo Ielo dicendomi: “Devo dirti una cosa molto strana e quasi sensazionale”. Ielo venne a Venezia subito e partecipò insieme a me all’interrogatorio proprio di questo signor Reolon… l’interrogatorio fu controfirmato, ricordo che poi il dott. Ielo andò via a metà, ma si diede atto della sua presenza e le indagini proseguirono in modo collegato. Qual era la ragione che aveva allarmato il dott. Ielo o che lo aveva incuriosito? Aveva letto sul giornale di questo sistema che io avevo ipotizzato... del drenaggio di denaro che queste cooperative acquisivano dagli enti pubblici, e di fallimenti per così dire pilotati. Avendone letto sui giornali, si ricordò di avere interrogato un tale signor Borello… che aveva dipinto alla Procura di Milano un quadro di fallimenti pilotali di queste cooperative... Al che il dott. Ielo, il quale nel 1993, alla fine dell’anno, dopo avere interrogato Borello, aveva dato alla Guardia di Finanza - o lui o Di Pietro, non ricordo... - la direttiva di riscontrare le dichiarazioni di Borello. (...) Dopo di ché ci collegammo anche con altre Procure d’Italia, facemmo anche delle riunioni a Ravenna con il collega Iacovello e con altri, e poi ciascuno andò per la sua strada. (…) Nell’interrogatorio che Borello fece a Milano emerse questo: “Le cooperative sottraggono questi soldi, fallendo e occultandoli, li portano ai partiti, questi partiti ringraziano e nell’occasione in cui li portano, subito dopo o immediatamente prima, venivano di persona D’Alema per i comunisti, Occhetto sempre per i comunisti, Craxi per i socialisti e poi qualche altro”. Allora a quel punto si trattò anche di capire quale fosse il ruolo dell’on. D’Alema al di là di questa semplice dichiarazione di Borello, e pertanto io chiesi a varie Procure d’Italia... Ricordo che per esempio ci fu con Reggio Emilia l’episodio del signor Tagliavini, il quale aveva detto che D’Alema in persona aveva preso 300 milioni, ma essendo rimasto senza riscontro, non era stato creduto. (…) Milano mi mandò una serie di verbali anche molto importanti, dai quali emergeva l’accordo spartitorio anche in Lombardia, e comunque tutta una serie di finanziamenti fatti al Pci-Pds. Ricordo che furono inviati i verbali di un tale Carnevale. Dopo accadde un fatto anomalo. Furono mandati i verbali di Carnevale e successivamente arrivò a Venezia...

D. Da chi furono mandati?
R. Dalla Procura di Milano. E successivamente arrivò a Venezia un plico anonimo con la fotocopia di un verbale di questo Carnevale, dove si faceva il nome dell’on. D’Alema, e questo verbale non mi era stato mandato. Allora chiesi alla Procura della Repubblica di Milano: “Questo verbale esiste o non esiste?”. In un primo tempo mi dissero che non lo sapevano, se c’era, era nel computer, ma che loro avevano mandato tutto quello che avevano... Allora fecero delle ricerche e trovarono quel verbale che mi fu mandato successivamente all’avviso di garanzia di D’Alema... Io ritenni il fatto singolare…
Trovai… un’altra cosa interessantissima indagando sul patrimonio del Pci, e cioè che questo partito disponeva di un patrimonio immobiliare di circa mille miliardi, patrimonio mai denunciato nei bilanci del partito e che era costituito da società immobiliari amministrate da cosiddetti fiduciari... Questo patrimonio immobiliare in realtà era già stato scoperto dalla Procura della Repubblica di Milano, ma era accaduta una cosa incredibile. (…) Era accaduto che durante l’esecuzione del mandato di cattura nei confronti del signor Fredda, che era il cassiere a Botteghe Oscure, le indagini erano state fatte dalla dott.ssa Parenti e dalla GdF, ma la perquisizione, ...stranamente, era stata fatta dai Carabinieri. (...) Quando tre giorni dopo la dott.ssa Parenti perplessa sul fatto che fossero stati mandati i Carabinieri invece della Guardia di Finanza e che l’operazione l’avesse fatta il dott. Davigo, piuttosto che lei, visto che era stata lei a fare le indagini, mandò la GdF a controllare quella stanza, la trovò vuota. Tutto questo però non ebbe nessuna conseguenza giudiziaria a Milano, il che mi lasciò molto perplesso perché evidentemente era avvenuta una violazione di sigilli…
D. (del giudice) Lei come ha appreso queste circostanze che ci ha appena riferito?
R. Ho interrogato sia i Carabinieri, che sono intervenuti su ordine del dott. Davigo, sia i Finanzieri che sono intervenuti su ordine della dott.ssa Parenti. Ho acquisito i verbali dei Carabinieri e della Finanza. (…) E alla fine io feci una tavola sinottica dei due verbali, cioè del verbale dei Carabinieri del 19 settembre 1993, dal quale leggo testualmente: “Nel corso delle operazioni, poiché si rinveniva cospicua documentazione relativa al patrimonio immobiliare delle organizzazioni territoriali del Pds, su disposizione orale del Sostituto Procuratore, dott. Davigo, si provvedeva ad apporre i sigilli all’ufficio citato, di cui al separato verbale di apposizione di sigilli onde potere analizzare la documentazione quanto prima. Si precisa che l’operazione di perquisizione è stata sospesa alle ore 14.00 e che nulla è stato asportato e sottoposto a sequestro”. (…) Mi sembrava strano che il pm avesse fatto apporre i sigilli, senza fare il sequestro, ma mi fu confermato che l’ordine del dott. Davigo era di mettere i sigilli, ma di non sequestrare.
(…) Borello lo interrogai a Milano presso la sede della GdF e fu proprio in quell’occasione... nella primavera 1995, che, vedendo che esisteva una direttiva della Procura della Repubblica di Milano della fine del 1993 che demandava alla Guardia di Finanza di Milano l’onere di riscontrare le dichiarazioni di Borello, chiesi agli ufficiali della Guardia di Finanza, lì presenti, credo fosse il colonnello Marchetti: “Cosa avete risposto a questa direttiva? Borello è credibile o no? L’avete riscontrato o meno?”, e mi fu detto che non avevano ancora risposto.
Al che io dissi: “Avete una direttiva della Procura della Repubblica di Milano di fine 1993 e un anno e mezzo dopo non c’è risposta?”. Mi fu detto: “C’è stato tanto da fare”…
(…) D. Lei in occasione degli accertamenti che fece sulla violazione dei sigilli... ha appurato se venne iscritta notizia di reato da parte della Procura di Milano oppure no, se ha avuto notizia che vi era un procedimento penale?
(…) R. Non credo di avere chiesto a Milano all’epoca se avessero o meno iscritto nel registro degli indagati, ma potrei escluderlo.
(…) D. (del pm) Il dott. Davigo disse di apporre i sigilli?
R. Successe questo. I Carabinieri interrogati da me dissero che loro arrivarono e trovarono la stanza piena e cominciarono a fare un elenco... Al che i diretti responsabili di Botteghe Oscure cominciarono a protestare: “Voi vi fermate sempre qui, qui c’è attività politica…”. Allora i Carabinieri... chiamarono il dott. Davigo, questo ovviamente a me è stato riferito dai Carabinieri, e il dott. Davigo disse: “Va bene, allora mettete i sigilli”. “Allora noi sospendemmo tutto, mettemmo i sigilli e ce ne andammo”. (…)




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13 dicembre 2005

Correva l’anno 1993

Prodi ritorna sul luogo del delitto

di Biagio Marzo

Franco Livi, autore di una biografia di sicuro autorizzata da Romano Prodi: Il Professore – Romano Prodi: dall’Iri all’Ulivo, un progetto per l’Italia - scrive che “dall’annuncio dell’accordo (Sme) tra De Benedetti e Prodi si è visto di tutto. Un Presidente del Consiglio che calpesta le prerogative di un suo ministro e mette in campo tutto intero il proprio partito per bloccare l’operazione di un ente pubblico. Un sottosegretario alla presidenza del Consiglio che invia messaggi intimidatori a un suo collega di governo. Un deputato che si comporta nel medesimo modo nei confronti dei componenti di un consiglio di amministrazione. Un ministro che prima non informa il capo del governo, poi si spaventa e per non decidere non trova di meglio, come un baro al gioco delle tre carte, che cambiare le regole del gioco”. E cosi via dicendo, per concludere che gli sconfitti sono Prodi “che vede gravemente indebolita la propria autonomia” e “De Benedetti, costretto a rinunciare non solo all’acquisto delle Sme ma all’intero progetto di fare dell’alimentare un settore portante del proprio gruppo. L’Iri, che non può incassare 500 utilissimi miliardi di denari freschi e che è costretto, invece, a tenersi un costoso settore alimentare”.
Ognuno se la canta, se la suona e se la balla come meglio crede e Franco Livi è uno che le tre cose le sa fare egregiamente e, a ragion veduta, fa del suo meglio per dimostrare che Prodi era nel giusto, e altrettanto De Benedetti, mentre coloro che si opponevano alla “svendita” della Sme erano in malafede, per non dire altro. Tuttavia, Livi confessa che “si è visto di tutto” nel caso Sme, ma si è sbilanciato oltre misura, perché il bello non l’aveva ancora visto. Della Sme, Livi aveva visto solo una parte e l’aveva raccontata ammodo suo. Non pensava che ci fosse un seguito. Piaccia o no, il caso Sme è una sorta si telenovela e, come ogni telenovela che si rispetti, non si sa mai quando sarà la puntata finale.
Correva l’anno 1993 (7 gennaio ‘93), l’Iri, alla cui presidenza c’era Franco Nobili, decise di privatizzare la Sme scorporandola in tre parti: l’Italgel, la Cirio-Bertolli-De Rica (CBD) e la Gs Autogrill. Per le prime due società scattava la procedura d’urgenza e, successivamente, si pubblicò il bando di gara. Per la CBD, scaduti i termini per le offerte, erano in lizza per l’acquisto: l’Eridania-Ferruzzi, Parmalat, Cragnotti, Granarolo, Unilever, mentre circolava la voce che partecipava un pool di cooperative agricole, precisamente la Fisvi, una finanziaria di cooperative meridionali, con a capo un certo Carlo Saverio Lamiranda, politicamente vicino alla Dc ed economicamente vicino a Cragnotti. Pardon, alias Cragnotti.
Intanto, Prodi sostituisce Nobili al vertice di via Veneto, il 15 maggio 1993. A sorpresa, la Fisvi si aggiudicava la CBD, sbaragliando i forti concorrenti del tipo Unilever. Ma le sorprese non finisco qui. Lamiranda annunciava che avrebbe girato la Bertolli alla Unilever, e che avrebbe costituito una nuova società per allearsi con Sergio Cragnotti, braccio destro di Raul Gardini, oppure, con Callisto Tanzi, vicino a Ciriaco De Mita. Poi, Lamiranda e Cragnotti si alleavano e costituirono la Sagrit, destinata a contenere la CBD. In seguito, nei primi mesi del ‘94, la Cirio-Bertolli-De Rica passarono ufficialmente alla Fivs che girò il pacchetto alla Sagrit. Alla fine, dopo una giostra di passaggi, la Bertolli passava alla Unilever, Lamiranda cedeva a Cragnotti la sua quota della Sagrit, e la Cirio andava a finire sempre a quest’ultimo. In tutto questo affaire, Lamiranda compariva e scompariva e a privatizzazione avvenuta, insalutato ospite usciva di scena, per lasciare il posto al vero acquirente, Sergio Cragnotti.
Il 24 febbraio 1996, il professor Romano Prodi, non più presidente dell’Iri, bensì leader politico dell’Ulivo, impegnato in una lunga campagna elettorale, riceveva un mandato di comparizione per abuso di ufficio dal sostituto di Roma, Giuseppa Geremia, sulla privatizzazione della Cirio. Da quel giorno, la Pm non ebbe più pace, sottoposta a minacce di tutti i tipi fino ad arrivare a denunciare gli episodi di cui è oggetto alla polizia giudiziaria. Già in precedenza aveva informato il procuratore capo di Roma, Michele Coiro, un vero galantuomo, di cui si fidava ciecamente, anche perché era stato proprio lui ad affidarle l’inchiesta. In quel periodo, però, scoppiò lo scandalo cosiddetto delle “toghe sporche” in cui fu coinvolto, tralaltro, Renato Squillante, capo del Gip del tribunale di Roma. (Il processo, quello del lodo Mondadori, si è svolto presso il tribunale di Milano con la condanna di Squillante. Per inciso, lo stesso processo in cui è stato condannato Previti. Mentre quello del caso Sme è ancora, come è noto, in corso, sempre a Milano). E Coiro venne incolpato dal Csm di avere rapporti di amicizia con il giudice inquisito. “Come se i rapporti tra un procuratore capo e il responsabile dell’ufficio del giudice per le indagini preliminari, suo referente istituzionale, fossero da ritenersi disdicevoli. Sta di fatto che pochi giorni dopo aver raccolto lo sfogo della Geremia, Coiro è costretto a lasciare la Procura di Roma per assumere la guida della direzione generale degli uffici di detenzione e pena del ministero della Giustizia, refugium pecatorum dei magistrati in disgrazia. A Coiro viene fatto capire che se non lasciava volontariamente la Procura di Roma, sarà sottoposto ad inchiesta disciplinare. Titolare dell’azione disciplinare era il ministro della Giustizia Giovanni Flick, amico di Prodi” (Corruzione ad Alta Velocità, F. Imposimato, G. Pisauro, S. Provvisionato, edizione Koiné). E Prodi era il Presidente del Consiglio della Repubblica italiana.
“Michele Coiro era un magistrato di valore e un grande amico e - ha spiegato la Geremia ad Imposimato in Corruzione ad Alta Velocità - la sua morte è stata un duro colpo per me. Mi ha lasciato piena libertà nell’inchiesta sulla Cirio. Non glielo hanno perdonato. Lo hanno costretto a lasciare la procura di Roma sette mesi prima di andare in pensione”. Nonostante tutto questo, il Pm Geremia continuava la sua inchiesta, accumulando nuovo materiale e nuove prove. “La sua percezione - è scritto nel libro di cui sopra - è ormai quella di aver toccato interessi forti di quel governo invisibile che agisce con tutti i mezzi pur di raggiungere i suoi obiettivi”.
Il 25 novembre ‘96, il Pm chiese il rinvio a giudizio di Prodi per il caso Cirio, sulla base di una perizia contabile di 13 mila pagine svolta dal prof. Renato Castaldo. Insieme a Prodi, da pochi mesi Presidente del Consiglio, furono rinviati a giudizio il cinque membri del consiglio di amministrazione dell’Iri: Mario Draghi, Paolo Ferro Luzzi, Giuseppe Glisenti, Antonio Patroni Griffi e Roberto Poli. E Carlo Saverio Lamiranda, responsabile della Fisvi, pure coinvolto nell’inchiesta, ebbe la richiesta di rinvio a giudizio. Le accuse formulate dal pm non sono indiziarie, come quasi sempre accade nelle inchieste giudiziarie delle procure italiane, bensì su prove reali e parecchio circostanziate, Prodi e i cinque consiglieri di amministrazione dell’Iri avevano sfacciatamente avvantaggiato la Fisvi di Lamiranda. “Prodi, in particolare, fin dal 1990 aveva rivestito la carica di advisor director della Unilever Nv (Rotterdam) e della Unilever Pci (Londra), gruppo che secondo le indagini aveva gestito la trattativa attraverso alla Fisvi di acquistare la Cirio-Bertolli- De Rica senza che la stessa avesse i mezzi per realizzare l’operazione. Lo scopo era quello di far avere alla Unilever il ramo olio (Bertolli) dell’azienda per 253 miliardi”. Un chiaro e lampante conflitto di interesse, quello di Romano Prodi, che però… Nonostante avesse permesso la conclusione dell’affaire, e avesse favorito la Unilever, di cui era advisor director, nell’acquisto della Bertolli, “senza sopportare gli obblighi di natura finanziaria derivanti dalla stipula del contratto di acquisto direttamente dall’Iri”, aveva evitato, con questo escamotage, il conflitto di interessi. Perdipiù, l’Istituto di via Veneto, vendendo la CBD, era passata sopra le direttive Cipe che prescrivevano in modo tassativo il conseguimento del prezzo migliore. Ma oltre il danno la beffa. La cessione delle azioni della CBD era avvenuta sulla base di una valutazione, come dire, all’acqua di rose. La Parfin, la società a cui fu affidata la reale valutazione della consistenza patrimoniale della Fisvi e la sua capacità di reddito, si era fidata ciecamente soltanto dei dati dei bilanci. Tanto ciecamente da non vedere come sul serio stavano le cose, al di là dei bilanci. Tant’è che Prodi e suoi amministratori, in uno slancio di prodigalità (si fa per dire), non fecero il conveniente spezzatino della CDB, ma preferirono venderla in blocco alla Fisvi, senza che questa avesse indicato i mezzi finanziari per far fronte all’acquisto. Non basta. La Fisvi era riuscita ad avere la strada spianata perfino sulle condizioni contrattuali.
Il provvedimento di rinvio a giudizio fu firmato dal dottor Giuseppe Volpari, procuratore aggiunto, che sostituì Coiro, con le funzioni di reggente. E il 15 gennaio 1997, il Gip Eduardo Landi prendeva tempo e rinviava la richiesta della Geremia all’udienza del 28 febbraio. Frattanto, il pm era alle prese con una escalation di minacce sempre più violente. Il 28 febbraio, giorno dell’udienza preliminare, il dottor Eduardo Landi, giudice oculato e portato a fare solo gli interessi dello Stato italiano, volle vederci chiaro e non gli bastò la perizia Castaldo, pertanto affidò a un collegio di periti un lavoro di approfondimento. Insomma, volle mettere sotto la lente di ingrandimento le accuse fatte dalla pm Geremia. Lo scopo del giudice era quello di sapere, attraverso la nuova perizia, la vera valutazione del prezzo del gruppo Cirio-Bertolli-De Rica. Una novità rispetto alla perizia Castaldi, il cui obiettivo non era il prezzo di vendita, bensì se ci fosse stato un vantaggio o meno per la Fisvi di Lamiranda.
Il 22 dicembre 1997, il giudice Landi, sulla base della nuova perizia, assolse gli imputati con formula piena: il fatto non sussiste. Tutti felici e contenti per la sentenza di assoluzione. Macché. Al pm Geremia restava l’amaro in bocca in quanto non può leggere la sentenza che sarebbe dovuta essere depositata entro il 23 gennaio 1998. I tempi stranamente non furono rispettati e qui il colpo di scena: due giorni prima - 9 febbraio - che Giuseppa Geremia venisse trasferita alla procura generale di Cagliari arrivava sul suo tavolo la sentenza. Non è detto che l’avrebbe impugnata, ma non le fu data nemmeno l’occasione. Che cosa scriveva nella sentenza il giudice? In primis, si soffermava a lungo sul capo di imputazione del reato di abuso in atti di ufficio, “la cui formulazione è stata sostituita dal parlamento con una legge del 16 luglio 1997, una legge nuova, intervenuta proprio mentre l’udienza preliminare che vede sul banco degli imputati Romano Prodi è ancora in corso”. Il giudice Landi non poteva fare altro che applicare alla lettera la nuova legge, voluta costi quel che costi dal Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro. Sulla base del nuovo provvedimento, appare possibile che sia stato approvato per favorire l’imputato eccellente. Con la vecchia legge, molti imputati di Tangentopoli, con reati meno gravi, erano finiti in galera e condannati con pene severe. Altri non sopportando l’onta dell’avviso di garanzia e del carcere avevano trovato la morte con il suicidio. Grazie al nuovo provvedimento, il dramma delle pesanti pene era più un problema, in quanto riguardava la vecchia legge. Così Romano Prodi finiva in bellezza il suo calvario giudiziario. Almeno così appariva allora, ma non si immaginava che ci sarebbe stato un seguito di polemiche che l’avrebbero investito personalmente, nel maggio del 2003, con la deposizione spontanea del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, davanti al tribunale di Milano, nel processo Sme.




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12 dicembre 2005

Tav, l'ex giudice Pci all'attacco di Prodi

Tav, l'ex giudice Pci all'attacco di Prodi


ROMA — Doveva costare 29mila miliardi, a quanto pare ne è costati 140mila. Doveva essere la più grande opera pubblica mai progettata in Italia, è diventato «un assalto predatorio tale da far impallidire qualsiasi scandalo dell'era Tangentopoli». Sul coinvolgimento della camorra partenopea, dei grandi gruppi industriali pubblici e privati e degli immancabili partiti col loro dazio del 3 per cento, pare non esserci dubbio, eppure, la scorsa settimana, alla presentazione del libro Corruzione ad alta velocità c'era solo Radio radicale. Sandro Provvisionato, caporedattore del Tg5 ed autore del libro assieme all'ex magistrato e parlamentare indipendente del Pci Ferdinando Imposimato e al penalista socialista Giuseppe Pisauro, se l'aspettava: «Non avevo dubbi: nel grande guazzabuglio sull'Alta velocità figurano i nomi di Romiti, Agnelli e De Benedetti, ovvero: Corriere, Stampa e Repubblica».
 A denunciare il «grande silenzio» è stato solo Marco Pannella, il quale, in armonia con certa stampa anglosassone, ha chiesto la testa di Prodi. Cosa c'entra Prodi? A leggere le 180 pagine del libro sembra entrarci a pieno titolo. E con lui Antonio Di Pietro. Tanto che sorge il sospetto che, più dell'affare Tav, il vero obiettivo degli autori siano le «compromissioni» dei due politici dell'Asinello al tempo in cui il primo oscillava tra la presidenza di Nomisma e quella dell'Iri, e il secondo era, come si legge, «il supposto eroe di Mani pulite». Tutto ruota attorno al materiale raccolto da Imposimato quand'era membro della commissione Antimafia presieduta dalla pm ‘eretica' Tiziana Parenti.
 Imposimato puntò la lente sulla tratta Napoli-Caserta-Roma, e paragonò il «meccanismo dell'imbroglio» della Tav a quello per la costruzione della terza corsia dell'autostrada Roma-Napoli. Ovvero: la concessione venne data per trattativa privata ad alcune imprese, che hanno subappaltato ad imprese che hanno subappaltato. Al termine della catena, chi esegue il lavoro percepisce il 10% dello stanziamento totale, il resto «finisce nelle tasche di politici e camorristi». Nell'agosto '95 presenta la sua relazione. «Mi trovai completamente solo», dirà in seguito.
  Imposimato si domanda perché, e si risponde che la causa del «disinteresse» non è il fatto che la camorra risulti ben inserita nell'affare («la camorra non è più antagonista dello Stato, ma una sorta di controparte», scrive). Una delle cause, ha pensato Imposimato, è che figura il nome di Prodi. Nel gennaio del '92, il professore bolognese fu infatti nominato «garante dell'Alta velocità». Tre mesi dopo, l'allora amministratore delegato delle Ferrovie Necci (che ancora non immaginava che sarebbe finito in manette) assegnò all'istituto Nomisma, il cui comitato scientifico era presieduto dal medesimo Prodi, un incarico (miliardario) di consulenza per stilare l'«analisi economica dell'impatto territoriale» dell'opera. Ed è vero che Prodi lasciò l'incarico dopo pochi mesi, ma solo per andare a guidare l'Iri, che attraverso alcune società era parte in causa dell'affare Alta velocità.
  A sconcertare Imposimato, fu soprattutto il fatto che nella realizzazione dei lavori furono inserite due imprese: l'Icla (che era stata coinvolta nello scandalo della ricostruzione dell'Irpinia, che era fallita, i cui titolari finirono in manette) e la Condotte (il cui presidente fu arrestato per legami con il clan degli Alfieri). Chi lo decise? La risposta sull'Icla fu data da Ettore Incalza, amministratore delegato della Tav finito poi sotto inchiesta, a Tiziana Parenti: «Conosciamo un general contractor, l'Iri, che ha dato una performance di garanzia piena...». «Chi era?». «Il professor Romano Prodi, col quale ho firmato l'atto integrativo». Quanto alla Condotte, «faceva parte del gruppo, perché la maggioranza era dell'Iri». Perplesso, Imposimato chiede udienza a Prodi, nel frattempo diventato premier, gli racconta i fatti, e ne esce con la sgradevole impressione di averlo messo in imbarazzo. Quanto a Di Pietro, di lui nel libro si parla a lungo. Le indagini vere, infatti, iniziarono solo nel '96, a La Spezia (e poi a Perugia), ma tre anni prima il socialdemocratico Luigi Preti con un esposto alla procura di Roma denunciava presunti illeciti nella costituzione della società Tav. Se ne occupò Giorgio Castellucci, poi finito sotto processo insieme ad altri magistrati. L'allora pm Di Pietro, sostengono gli autori del libro, lo avrebbe però convinto a sdoppiare l'inchiesta, tenendo per sé il troncone che riguardava soldi e appalti. A Castellucci rimase la questione societaria della Tav. Il primo, si insinua, non fece nulla, il secondo propose l'archiviazione. Di Pietro, dunque, avrebbe arrogato a sé l'inchiesta come, si legge nel libro, già fece per lo scandalo sulla cooperazione. Anche lì era coinvolto il noto Francesco ‘Chicchi' Pacini Battaglia che, pur inquisito, dal '93 al '95 non subì alcuna custoria cautelare e poi fu considerato un «collaboratore» dell'ufficio guidato dal «supposto eroe di Mani pulite». Gli autori del libro si domandano «se sia conforme alle regole della correttezza che un pm minacci di arresto un potente manager, e dopo aver omesso di farlo per ragioni non chiare, venga nominato ministro dallo stesso manager, nel frattempo divenuto presidente del Consiglio». Calunnie? Può essere, ma non tanto da giustificare il silenzio sull'Alta velocità.

 Andrea Cangini




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18 agosto 2005

MORALISTI.Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati (seconda parte)

Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati
(seconda parte)
di 

P. G. 
M. T.
A.D.N.

L'uomo del Pci

Sugli appalti Enel, il Pci-Pds rubava esattamente come gli altri partiti: «II sistema è il medesimo riscontrato allorché si sono esaminati i versamenti ad altri partiti politici. Greganti è il fiduciario del Pci pronto a mettere a disposizione ipropri conti personali per esigenze lecite e illecite del partito. La vicenda relativa a PoSangone ne è un'ulteriore conferma. È lui che tiene i contatti con Panzavolta con riguardo ai versamenti in denaro in argomento, sicuro corrispettivo degli accordi corruttivi in parola. Anche in questo caso una persona di sicura fiducia è utilizzata per l'intestazione e la gestione di conti che non dovevano apparire come di sicura spettanza del partito e che venivano movimentati all'estero con sistemi finalizzati a impedire accertamenti circa la destinazione finale delle somme ivi transitate [...]. Ciò che viene offerto [all'imprenditore] in cambio della tangente è la certezza della vittoria. Proprio la sicurezza nell'aggiudicazione del contratto porta Panzavolta a effettuare l'illecito finanziamento al Pci, nella convinzione che anche il consigliere designato dal Pci avrebbe posto in essere tutti quegli atti rientrantinel suo ambito di operatività per rendere effettiva tale garanzia [...]. Contratti per centinaia di miliardi ai quali erano collegati altri appalti e forniture [...]. Non si poteva correre il rischio di incorrere in intoppi in seno al Consiglio, per questo era bene al-largare l'area di protezione anche al rappresentante del maggior partito di opposizione. Di tale rapporto illecito Greganti era sicu-ramente a conoscenza, dal momento in cui ha gestito in prima persona i contatti con Panzavolta in ordine ai versamenti che si è dimostrato essere sicuramente riferiti alle tangenti per gli appalti di desolforazione».
Un giorno arrivò Zorzoli
Come racconta il socialista Bitetto, l'arrivo di Zorzoli nel Cda Enel (1986) segna un salto di qualità nella sponsorizzazione del Pci alle coop rosse per gli appalti: «Da un lato nella realizzazione delle opere civili si fa avanti come impresa-guida delle cooperative la Ccc di Bologna, che sostituisce la Cmc di Ravenna [...]. Ma Zorzoli capisce (soprattutto) che il movimento cooperativo non può e non deve limitarsi alla realizzazione delle sole opere civili, ma deve entrare anche e soprattutto nella grande impiantistica [...], opere che richiedono una particolare tecnologia e complessità organizzativa».

Ma la Lega Coop è sprovvista di imprese capaci di tanto. Zorzoli ne cerca una e la trova nella Ctip, «una società disponibile sul mercato» di proprietà del gruppo Romagnoli. La fa acquistare dalla Sic, una finanziaria partecipata dalle cooperative, che ha già rilevato la Elettrogeneral dall'Ansaldo. «Quindi - prosegue Bitetto - tramite Ctip e Elettrogeneral il movimento delle cooperative fa quel salto di qualità che il mercato Enel richiedeva, per poter ampliare gli spazi di committenza a strutture qualificate del movimento di cooperative. Zorzoli aveva il compito di garantire al movimento delle cooperative il mercato Enel, sia nelle opere civili sia nella parte impiantistica [...]. In particolare, per quanto attiene ai progetti di desolforazione e di denitrificazione, il voto di Zorzoli era garantito se e in quanto nelle diverse associazioni di imprese vi fosse la presenza di Elettrogeneral».

Ma la Elettrogeneral, «appena acquistata, per numero di dipendenti e per competenze tecnologiche, non aveva in sé la forza per poter partecipare ai grossi appalti. Entra infatti in desolforazione attraverso un subappalto concluso dal Consorzio Furialo, formato da Ansaldo e Cita. La ragione di tale contratto dev'essere ancora una volta ricercata nell'illecito sistema che lega la politica all'imprenditoria [...]. Il processo ha dimostrato anche che Zorzoli occupava il ruolo di consigliere nella piena consapevolezza di essere parte di un sistema secondo il quale la gestione della cosa pubblica doveva essere finalizzata alla soddisfazione degli interessi del partito che rappresentava [...]. Per poter realizzare questo salto qualitativo delle cooperative amiche del Pci [...] occorreva la sicurezza delle assegnazioni, possibile solo attraverso una politica consiliare che soddisfaceva gli interessi di tutti, che il processo ha provato essere il reperimento di finanziamenti alternativi da parte del mondo imprenditoriale.
 Zorzoli ha pertanto consapevolmente contribuito alla realizzazione delle corruzioni in argomento [...]. Il suo compito non era quello di percepire somme di denaro, bensì di favorire le cooperative. In cambio di tale utilità era disposto ad approvare contratti che attribuivano a trattativa privata a imprese amiche del sistema dei partiti appalti di notevole valore economico. Ancora una volta ci si trova di fronte a una consapevole gestione "privata" della cosa pubblica». Zorzoli nega tutto. Ma - ricordano i giudici - «Panzavolta ricorda di aver detto a Zorzoli di avere dei contatti con Greganti, e che Zorzoli mostrava di essere a conoscenza di tali rapporti e di conoscere bene Greganti». E anche Zorzoli, come Greganti, premeva per inserire l'Elettrogeneral nei subappalti (il 10 per cento dei lavori assegnati al consorzio Eurialo).
D'altronde Zorzoli divenne addirittura presidente della Elettrogeneral al posto di Podestà, ex funzionario di Botteghe Oscure. Il tutto mentre ancora i lavori di desolforazione erano in corso. Denitrificazione, tangente bis Per i lavori di denitrificazione delle centrali termoelettriche, si replica. Ancora Zorzoli, ancora Greganti, ancora le coop rosse, ancora l'Elettrogeneral. Ma con qualche variazione sul tema. Questa volta, ad esempio, Elettrogeneral è associata alla Emit del gruppo Acqua, che fa capo ai fratelli Pisante. E senz'avere alcuna esperienza in materia ne alcun titolo per concorrere, se non per una licenza straniera ereditata dalla Celis, che a sua volta l'aveva acquistata da una società viennese la Sgp. Il rappresentante legale della ditta austriaca racconta «Erano gli stessi rappresentanti della Celis e della Elettrogeneral ad affermare di essere vicini al Partito comunista. 
La Celis era costituita da un gruppo di piccole cooperative, che insieme formavano una comunione di interessi vicini al Partito comunista. Ricordo che la conclusione del contratto avvenne in Roma in un locale del Partito comunista italiano [...]. Per lavorare con l'Enel la Sgp doveva qualificarsi, e a questo proposito il Fantini [rappresentante della Celis] ci mise in contatto con Zorzoli. Ricordo che una delegazione ufficiale dell'Enel, composta da 8 o 10 persone, venne a Vienna per visitare gli stabilimenti di Sgp». Ed ecco il racconto di Ottavio Pisante, presidente della Emit: «Nel 1989 si era in una fase di prequalificazione delle ditte con cui l'Enel doveva contrattare per il piano di denitrificazione delle centrali termoelettriche. 
Successe allora una cosa davvero strana: venne prequalifìcata anche una società che non aveva mai lavorato per l'Enel e che notoriamente non aveva la capacita tecnico- economica per potersi aggiudicare nemmeno il minimo dei lotti, quantificati in almeno 120 miliardi Questa società si chiama Elettrogeneral di Genova e fa capo al mondo delle cooperative ed è quindi legata al Pds. Tutti ci accorgemmo che questa prequalificazione anomala nascondeva in sé la volonta da parte di qualcuno del consiglio di amministrazione dell Enel di riservare una quota di appalti a qualche impresa legata al mondo delle cooperative. Basti pensare che all'epoca la Elettrogeneral aveva un fatturato che dal 1987 al 1989 è oscillato dai 4 agli 8 miliardi, con una forza lavoro di alcune decine di unita e quindi non poteva matematicamente ottenere commesse che superassero il proprio fatturato annuo addirittura moltiplicandolo per 10-15 volte. Ricordo che la Elettrogeneral si era presentata con una licenza di una società austriaca, tale Sgp» «Dopo la prequalificazione - prosegue Pisante - io fui chiamato dal consigliere Zorzoli che rappresentava il Pds, il quale mi fece presente che la Elettrogeneral, pur essendo stata prequalificata, era incapace di produrre alcuna offerta per la denitrificazione.
 E mi chiese di far entrare in associazione temporanea di imprese la Elettrogeneral con la Emit [...] con una quota del 20% dei lavori». Pisante accetta: «Senonché nel contempo vengo contattato dalla Elettrogeneral in persona dell'ing Podestà, che mi chiede una quota del 50% da riservare alla Elettrogenerai (ed in particolare il 40% per la stessa Elettrogeneral ed il 10% ad un'altra società, la Ctip di Milano): lavori di un valore di almeno 60 miliardi [...]. Io infuriato mi recai dallo Zorzoli». E questi allarga la braccia: «Zorzoli mi ribadi però che il mondo delle cooperative era una realtà a cui l'Enel non poteva fare a meno di affidare degli appalti e mi chiese espressamente di accondiscendere alle richieste del Podestà [...]. Dopo che io ebbi ad accettare questa richiesta e conseguentemente a far presente all'Enel che ci saremmo presentati in quota paritaria con le coo-erative, finalmente - e, devo dire, dopo pochi giorni - in data 25-1-1991 l'Enel aggiudicò al nostro raggruppamento l'appalto per la denitrificazione per gli impianti di Fusine e Tavazzano». Sfamati anche gli amici del Pds, l'accordo va in porto. Ma la storia non è ancora finita. 
Pisante: «Verso fine maggio del 1991 il Podestà mi fece presente che pochi giorni prima - senza interpellarci - aveva sottoscritto un supplemento d'accordo con la propria licenziante Sgp austriaca per corrispondere a titolo di rifusione dei costi sostenuti un importo forfettario di lire 1.100.000.000. Insomma la Elettrogeneral, dopo aver acquisito la licenza della Sgp e poiché non l'aveva usata (essendosi associata con la Emit, abbiamo usato la nostra licenza) stranamente doveva corrispondere a questa Sgp oltre 1 miliardo per rifondere delle spese in realtà mai sostenute e comunque certamente non di pertinenza della Emit. Il Podestà mi fece presente che la somma in questione egli l'avrebbe addebitata al consorzio che si era accreditato l'appalto Fusine-Tavazzano e quindi la Emit, che aveva il 45% del consorzio, doveva rispondere per la propria quota e quindi circa quei 450 milioni di cui ho parlato».
 Pisante non ci sta e torna a piangere da Zorzoli, «per chiedergli di non farmi pagare la somma in questione. Invece Zorzoli mi disse proprio l'opposto: la gara l'avevamo vinta, dovevamo essere contenti, rimaneva da firmare il contratto presso l'Enel. Era "opportuno", prima di tale "incombenza" con l'Enel, trovare l'accordo con il Podestà. Mi resi conto che per chiudere la contrattazione con l'Enel dovevo accettare le richieste che lo Zorzoli mi faceva per conto della Elettrogeneral e allora accettai di pagare la somma richiesta dal Podestà. Dopo pochi giorni, il 18-6-1991, l'Enel firma il contratto Emit-Elettrogeneral. Successivamente, in data 27-6-1991, la Emit formalizzerà con la Elettrogeneral la propria adesione alla quota asseritamente richiesta dalla Sgp.
Insomma, per l'appalto per la denitrificazione di Fusine e Tavazzano, la Emit si è dovuta impegnare al pagamento per circa 450 milioni di lire senza alcuna ragione, su richiesta, intercessione e coordinamento del consigliere d'amministrazione dell'Enel di area Pds Zorzoli». Chi era il garante dello strano patto a tre tra Elettrogeneral, Emit e Sgp? Primo Greganti. È lo stesso Pisante a raccontarlo ai giudici: «Io conoscevo di nome il Greganti, anche se non avevo avuto rapporti personali con lui, come persona vicina all'allora segretario amministrativo del Pci, Pollini. Ritornai da Zorzoli per dirgli che non ero assolutamente d'accordo sul pagamento di questa penale di 1 miliardo e 100 milioni a Sgp a carico del consorzio. Zorzoli mi disse che dovevo accettare. Io accettai e pochi giorni dopo siglai il contratto con l'Enel. Successivamente cercai di protrarre il pagamento, e pagai infine una prima fattura di 629 milioni».
Conclusione del Tribunale: «Dall'esame delle prove orali e documentali sono emersi i seguenti dati certi [...]. Elettrogeneral e Ctip erano parte del mondo delle cooperative [...]; Emit era un'impresa amica del sistema dei partiti, che si era aggiudicata, previo pagamento, il grosso business della desolforazione. L'impresa amica paga e sarà favorita non solo nel presente, ma anche nel futuro; Giuseppe Pisante era amico personale di Gianni De Michelis, onorevole del Psi, suo compagno di studi; la Flakt era stata estromessa dal business della desolforazione perché non aveva assecondato le richieste di Bitetto e De Toma; la Sic, società di promozione di iniziativa cooperativa, attraverso le sue partecipate Ctip ed Elettrogeneral, voleva espandersi nel settore dell'ingegneria e dell'impiantistica, aveva pertanto interesse a partecipare a grossi appalti per qualificarsi sul mercato».
Intanto, nel Cda dell'Enel, spadroneggiano i partiti: «Zorzoli, espressione del Pci poi Pds, sponsorizzava il salto qualitativo delle cooperative nei grandi appalti Enel e aveva un diretto interesse per Elettrogeneral (di cui diverrà presidente); Viezzoli [presidente De dell'Enel], espressione di una presidenza forte, voluta da tutti i partiti, proveniva dalle partecipazioni statali con legami con De Michelis e Forlani; Pisante ha affermato di aver dovuto associare l'Elettrogeneral su pressione di Zorzoli, pena il voto sfavorevole di quest'ultimo, sponsor delle cooperative. De Toma ha parlato di un intervento diretto di Viezzoli a favore dei Pisante, sollecitato da De Michelis. Le parole di De Toma trovano riscontro nei fatti». E dunque «il sistema imprese-partiti politici non poteva permettere che un'impresa amica non partecipasse al grosso business della denitrificazione.
Il gruppo Acqua di cui faceva parte l'Emit dei Pisante era inserito nella cerchia delle imprese amiche dei politici e come tali da privilegiarsi. Si era assicurata anche l'assenso del Pci, soddisfacendo le esigenze delle cooperative sponsorizzate da Zorzoli, associandole nel suo raggruppamento [...]. Nessuna discussione in Consiglio e gli impianti di Fusine e Tavazzano furono assegnati alla cordata Emit che associava Elettrogeneral, con elogi alla struttura da parte di Zorzoli, direttamente interessato a tale conclusione. Una piccola società come Elettrogeneral si vide cosi aggiudicare appalti che superava-no quasi 10 volte il valore del suo fatturato annuo».
Greganti Primo: 3 anni per Enel
Resta da spiegare il ruolo di Greganti. Angsar Aspalter, responsabile del gruppo austriaco Sgp, racconta che, quando sorse il contenzioso su Elettrogeneral, ci fu una riunione per siglare la pace: «Abbiamo messo le persone di fronte: Elettrogeneral era vicina al Pci; lo stesso vale per Primo Greganti. Abbiamo poi stipulato il contratto di cooperazione in oggetto con la ditta Lubar (Greganti era il direttore) per risolvere la situazione conflittuale con Elettrogeneral e per far si che in seguito fosse Primo Greganti a rappresentare i nostri interessi in Italia». Ma che cosa fece Greganti per Sgp? «Con Greganti e tutti gli interessati abbiamo cercato delle possibili soluzioni.
E alla fine non si raggiunse alcun accordo». Greganti si difende al processo sostenendo che sia Sgp sia Elettrogeneral lo chiamarono come arbitro della partita e alla fine gli pagarono la «consulenza». «Li ho messi attorno a un tavolo e ho litigato con loro per qualche mese. La mediazione si è conclusa con una transazione in cui la Elettrogeneral si impegnava a riconoscere un miliardo e 100 milioni alla Sgp e a utilizzare la sua tecnologia in eventuali future opportunità di lavoro». Ma come si presentò Greganti alla Sgp? Come imprenditore privato o come emissario del Pds? «Io non ho mai rinnegato la mia vita, le cose che ho fatto. Ad Aspalter mi sono presentato per quello che sono, [...] uno che aveva una esperienza politica, che aveva fatto un altro lavoro fino a poco prima e che aveva  una società privata [la Lubar] che faceva un'attività privata e che nulla aveva più a che fare con il partito [...]. Gli ho detto: "O c'è un contratto ufficiale di rapporto con la mia società professionale, oppure io non posso occuparmi della questione"».
 Ma i giudici credono a Pisante: «Sostiene Pisante di essere stato costretto al pagamento del miliardo e 100 milioni [di penale a Sgp], pena la mancata conclusione dell'ordine relativo agli impianti di Fusine e Tavazzano, nonostante fosse riuscito vincitore nella gara. Individuava in Podestà e Zorzoli gli autori di tale costrizione. Ritiene il Collegio che anche questo episodio vada inquadrato in un accordo corruttivo che trovava la sua premessa nel vantaggio indebito ottenuto [...]. Pisante assecondò le richieste di Elettrogeneral perché Emit sapeva di dovere riconoscenza a Zorzoli per l'appoggio avuto in Enel nell'aggiudicazione della gara e per dimostrare di essere un'impresa sulla quale il mondo delle cooperative di area Pci-Pds poteva sempre contare in vista di ulteriori vantaggi».
Il compagno G, invece, mente: «Ancora una volta i nomi di Greganti e Zorzoli appaiono affiancati in vicende relative agli appalti Enel, nonostante gli stessi neghino persino di sapere l'uno dell'esistenza dell'altro. L'inverosimiglianza di tali dichiarazioni, che non possono essere lette che in chiave di mera difesa al fine di allontanare l'ombra di qualsiasi contatto - considerato anche che non vi è dubbio che gli stessi militavano nello stesso partito politico, nello stesso periodo - conferma, se ve ne era ulteriore bisogno, quanto già indicato circa l'azione illecita condotta dei predetti in seno ad Enel [...]. Da quanto sopra evidenziato emerge con certezza il consapevole contributo causale nella realizzazione degli illeciti in argomento di Zorzoli e Viezzoli, che hanno improntato la loro condotta, nel momento in cui hanno accettato la particolare interpretazione dell'esito della gara, a finalità privatistiche, piegando le norme per realizzare gli interessi dell'impresa amica del sistema che loro rappresentavano».
Per questi motivi, il Tribunale condanna Greganti a 3 anni e 7 mesi (poi ridotti in appello a 3 anni, con un patteggiamento definitivo che incorpora anche l'altra condanna riportata a Milano per la tangente Fiat del Po-Sangone) e Zorzoli a 4 anni e 8 mesi (ridotti a 4 anni e 3 mesi in appello). Entrambi per corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti.

Esponenti e parlamentari del partito comunista di ieri
 
Diliberto  Oliviero
Armando  Cossutta
Bertinotti Fausto
Livia Turco
Katia Bellillo
Pierluigi Bersani
Piero Fassino
D'alema Massimo
Occhetto Achille
Valter Veltroni
ecc.
Esponenti politici 
e parlamentari
 
 di oggi

Diliberto  Oliviero
Armando  Cossutta
Bertinotti  Fausto
Livia  Turco
Katia  Bellillo
Pierluigi  Bersani
Piero  Fassino
D'alema  Massimo
Occhetto  Achille
Valter  Veltroni
ecc.




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17 agosto 2005

MORALISTI.Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati

Comunisti: indagati, colpevoli, dimenticati
(Prima parte)
di 
P. G. ,
M. T.
A.D.N.

A furia di ripetere che le Procure sono tutte rosse e i Tribunali anche peggio, si è finito per accreditare la diceria che nessun esponente del Pci-Pds e delle cooperative collegate è stato arrestato, inquisito o condannato. Invece è vero il contrario. Le condanne, in tutta Italia, sono centinaia. Le sentenze dimostrano inequivocabilmente che i «comunisti» erano inseriti a pieno titolo nel sistema di Tangentopoli.

Con una differenza rispetto agli altri partiti: che i segretari nazionali non si sporcavano personalmente le mani. O, almeno, quasi mai lasciavano impronte digitali. Le sentenze che riportiamo in questo capitolo lo dimo strano. E quelle di prescrizione che riassumiamo nei capitoli dedicati a D'Alema e Occhetto sono la prova di quel «quasi mai». 

  Enel, l'allegra mangiatoia
 Nel consiglio d'amministrazione dell'Enel, il Pci aveva il suo bravo rappresentante fisso. Il quale aveva soprattutto un compito: procacciare quattrini al partito, spremendo le imprese che vincevano gli appalti nel settore.

Esattamente come i suoi colleghi della De, del Psi, del Pri, del Psdi e del Pli. Prima indirettamente, sotto forma di lavoro per le imprese amiche (le coop rosse); poi direttamente, incassando normali, volgarissime mazzette in cambio - si legge nel capo di imputazione - di una serie di «atti contrari ai doveri d'ufficio, consistenti nell'approvare le delibere relative alla desolforazione dei fumi delle centrali Enel, in violazione dei doveri di imparzialità della pubblica amministrazione; nell'omettere di esercitare, in conformità con i principi di buon andamento e di legalità dell'agire amministrativo, i doverosi controlli in ordine all'attività della struttura amministrativa, alla qualità delle imprese invitate per le gare, alla congruità delle offerte delle imprese in relazione all'appalto, e allo sviluppo dell'iter procedimentale finalizzato all'assegnazione delle quote di lavoro ai singoli raggruppamenti d'imprese; nel concordare con i rappresentanti delle imprese le modalità di composizione dei raggruppamenti successivamente assegnatari dei lavori; nel favorire la successiva gestione di tali appalti».

Appalti giganteschi: soltanto per la desolforazione delle centrali elettriche, furono commissionati lavori per almeno 3 mila miliardi. Il consigliere d'amministrazione del Pci-Pds dal 1986 al '92 è il professor Giovanni Battista Zorzoli, fino al '90 responsabile per le questioni energetiche del Pci-Pds, docente al Politecnico di Milano, collaboratore del Cnr, consigliere del Cnel, dell'Enea e dell'Enel, infine presidente della Elettrogeneral (una piccola società genovese collegata alle Lega delle cooperative) fino al suo arresto firmato da Antonio Di Pietro e Italo Ghitti il 16 gennaio '93.

L'uomo incaricato dal partito di incassare le tangenti in Svizzera è invece Primo Greganti, funzionario dell'amministrazione del Pci-Pds. Entrambi sono stati condannati in primo e secondo grado per corruzione e finanziamento illecito al partito: 1 miliardo e 245 milioni versati da Lorenzo Panzavolta della Calcestruzzi (gruppo Ferruzzi) dal 1990 al '92 e corrispondenti alla parte riservata a Botteghe Oscure delle mazzette concordate col sistema dei partiti (1' 1,6 per cento sul valore delle commesse). Versamento in tre rate: 621 milioni depositati il 21 novembre '90 sul conto Gabbietta, presso la Banca di Lugano; 525 milioni sul conto 294469 dirottati, nel settembre '92, presso la Banca del Gottardo di Zurigo, sempre «nella disponi-bilità di Greganti»; e infine 100 milioni «consegnati in contanti a Greganti», sempre nel '92. Il compagno G risponde «soltanto» di questi tre versamenti, mentre Zorzoli è stato condannato anche per tutti gli altri appalti assegnati dall'Enel con mazzette incorporate.

Se anche il Pci abbia incassato la sua parte di queste altre tangenti, non si sa. Ma si sa per certo che Ottavio Pisante, legale rappresentante della Emit (gruppo Acqua), dovette versare 450 milioni di lire alla Elettrogeneral dopo averla associata al raggruppamento di imprese incaricato di «denitrificare» le centrali termoelettriche di Fusine e Tavazzano. Un caso, quest'ultimo, di vera e propria estorsione, cioè di concussione: nel 1991, Zorzoli e l'amministratore di Elettrogeneral, Giambattista Podestà avrebbero «costretto Pisante Ottavio con la minaccia di strumentali ostruzionismi» a pagare.

Greganti e il biglietto da visita
 II primo a parlare di quelle mazzette rosse è Lorenzo Panzavolta, davanti a Di Pietro. E in base alle sue accuse, più che documentate, che il 1° marzo '93 viene arrestato Primo Greganti, fino ad allora sconosciuto al grande pubblico. Racconta Panzavolta che, per i contratti della desolforazione, si accordò per pagare tre tangenti di 1 miliardo e 242 milioni ciascuna a Ds, Psi e Pci. Furono Valerio Bitetto, potentissimo consigliere d'amministrazione socialista dell'Enel, e lo stesso tesoriere nazionale del Psi Vincenzo Balzarne a dirgli che bisognava pagare anche il Pci.

 Poi si presentò da lui Greganti a batter cassa. «Greganti era conosciuto da tutti li in giro, a Ravenna, come esponente del Partito comunista e aveva rapporti con la Cmc [una mega-cooperativa rossa emiliana]». Panzavolta chiese al numero uno del suo gruppo, Raul Gardini, se questo Greganti fosse davvero l'emissario giusto del Bottegone per gli appalti dell'Enel. «Lui [Gardini] mi disse che avrebbe fatto un con-trollo e mi confermò che Greganti era l'interlocutore giusto e che potevo andare avanti». Con chi lo fece, quel controllo, Gardini? Con il vertice del Pds, si suppone. Ma purtroppo è morto suicida, e non potrà mai rivelare a chi telefonò.

 Greganti comunque si presentò a Panzavolta «con un biglietto da visita della Direzione centrale del Partito comunista, faceva parte della direzione finanziaria, poi lui si era offerto per fare altri servigi, se avevamo bisogno [...]. E credo che l'abbiamo anche usato in qualche caso [...]. Greganti ci aveva chiesto anche di andare in Russia, che lui rappresentava il Partito comunista... No, in Cina, in Cina». Ma perché la Calcestruzzi paga anche il Pci? L'appalto per la desolforazione delle centrali di Brindisi Nord e Sud, di Vado Ligure e del Sulcis vale 870 miliardi, e viene assegnato a un'«associazione temporanea di imprese» formata al 60 per cento dal consorzio Furialo (Ansaldo e Cita Progetti, da poco acquistata dalla Calcestruzzi) e per il 40 dalla De Bartolomeis Spa.

Ma, perché tutto fili liscio, il Parlamento deve approvare la legge che autorizza la costruzione degli impianti di desolforazione senza passare attraverso i singoli comuni: «Allora - racconta Panzavolta - mi avvertirono dall'Enel: "Guardi, se lei ha qualche contatto col Partito comunista, sarebbe bene che avvertisse 'sta gente che i loro parlamentari andassero in sala [in aula], non tanto per votare questo decreto, quanto per fare numero, perché sa [...] se non c'è il numero legale, non ha validità la seduta. Noi abbiamo già chi vota, la maggioranza che da il voto, però abbiamo bisogno di avere il numero dei presenti". Io avvertii ovviamente Greganti di questo fatto. Gli dissi: "Guardi, se lei può farci 'sta cortesia, dire coi suoi parlamentari...". Siccome era un venerdì che veniva votata e in genere i parlamentari il venerdì tornano alle loro sedi, allora Greganti si adoperò, andò, mi disse: "Si, si, mi interesso subito". E difatti la legge venne poi approvata, perché il numero c'era.

Il Partito comunista votò contro questa disposizione, però era sufficiente la loro presenza per farla passare. E Greganti venne da me e disse: "Vede che io conto, vede che riesco a ottenere queste cose"». Poi c'è l'affare Elettrogeneral, altro spaccato di ordinaria Tangentopoli. Sia Greganti sia Zorzoli dicono a Panzavolta che bisogna inserire anche la Elettrogeneral come subappaltatore. Podestà, da Reggio Emilia, lascia intendere che se non l'accontentano ne parlerà col partito («Noi poi riferiamo ai nostri capi che voi non ci date il lavoro»), Insomma - racconta Panzavolta - «questa gente insisteva e sembrava che potessero danneggiarci nella gara». Prova a resistere fino all'ultimo: la Elettrogeneral ha pochissimi dipendenti e un background non certo all'altezza di quei colossali e delicatissimi appalti. «Ma cosa ci mettiamo in casa?», sbotta Panzavolta con Bitetto.

 Poi però è costretto a cedere: insieme ai vertici dell'Ansaldo, s'incontra a Milano con i responsabili di Elettrogeneral e sigla «un accordo, una scrittura privata, che già preassegnava a loro una parte dei lavori in subappalto [...]. Poi c'era da dare i contributi ai partiti, e loro han detto: "Va beh, questi li diamo da soli perché siamo noi che [...] ci arrangiamo"». Come racconta ai giudici Bartolomeo De Toma, uno dei tan-ti cassieri occulti di Craxi, «Zorzoli appoggiava le ditte amiche 193 del Pci ora Pds: l'Elettrogeneral, la De Bartolomeis». Anche la De Bartolomeis «doveva» essere associata ai lavori, per il bene di tutti. «Prima - aggiunge Panzavolta - è venuto Romano Tronci [direttore generale di De Bartolomeis] a parlare con noi, dicendo che lui doveva avere una parte dei lavori del nostro appalto, se prendevamo l'appalto». E non si accontentava di qualche briciola: «voleva proprio entrare nel vivo [...].

 Voleva circa 100 miliardi di lavoro. E quindi all'inizio noi siamo stati restii». Ma poi «abbiamo avuto un invito molto preciso dal dottor Benedetti [altro consigliere Enel, in quota Psi] il quale ci disse: "No, dovete aggregare anche questo". E noi abbiamo dato a loro una quota di 70 miliardi dell'appalto». Perché? «Tronci non faceva mistero di essere molto legato al Partito comunista, ma aveva tre consiglieri delegati. Diceva: "Abbiamo l'unto per tutti i mali": uno era del Psi e uno era della Dc [...]. Per l'appalto che ha preso lui, s'è pagato da solo le tangenti».
 Una passeggiata in Cina 
Greganti - ricorda Panzavolta - «siccome aveva rapporti e conoscenze in Cina, ci chiese se potevamo avere bisogno. Io chiesi all'interno del nostro gruppo e il dottor Gerbone, responsabile dell'attività marittima, delle navi, disse: "Io vado a vedere, cosi per fare una passeggiata. La prima volta che va giù Greganti, ci vado anch'io.

 Voglio vedere cosa c'è in questo paese e se ci possono essere degli interessi per noi". E andò in un'occasione con Greganti [...]. Però al ritorno disse: "No, non c'è niente da fare per noi, non è conveniente [...]. Greganti è molto introdotto nell'ambiente cinese, è conosciuto, molto ossequiato e ascoltato" [...]. Però non ha mai fatto rapporti con noi di questo tipo». Dunque, scrivono i giudici, Panzavolta «dichiarava di poter affermare con sicurezza che Greganti non svolse nessuna attività di consulenza o intermediazione: quel miliardo e 242 milioni non erano stati una remunerazione di una consulenza o di una intermediazione». Greganti nega tutto, financo di aver mai conosciuto Zorzoli e di essersi mai occupato di centrali. Aggiunge però che quando, tra il 1989 e il 1990, smise di lavorare per la direzione finanziaria del Pci per mettersi in proprio come imprenditore, costituì la «Lubar» (sede legale a Torino e uffici a Roma), per operazioni immobiliari e soprattutto di «marketing internazionale»: soprattutto in Cina. Cosi, aggiunge il compagno G, «mi rivolsi a Panzavolta all'inizio dell'89, a nome del Partito comunista, per raccogliere pubblicità per le feste dell'Unità [...].

 Lo incontrai a Roma e lui mi disse: "No, io non sono disposto a darvi la pubblicità, però sono disposto a venirvi incontro su progetti concreti, possiamo darvi una mano". Io allora gli dico: "Io ho intenzione di mettermi in proprio, conosco bene la Cina, in Cina vi sono molte opportunità di lavoro per il vostro gruppo. Lei è interessato?". E lui mi dice: "Sono interessatissimo, se lei mi presenta dei progetti concreti sulla Cina io sono disposto a darle una mano"». Greganti dice poi di avergli pre-sentato dei progetti per costruire 8 mila chilometri di autostrade in Cina, per «interventi nel settore dell'agricoltura, per la bonifica di grandi territori per produrre foraggi e granaglie» e per «un grande progetto di una società mista di trasporto ma-rittimo». Panzavolta gli avrebbe risposto: «Va bene, allora lavoraci pure, che io ti finanzio queste tre operazioni».

Con tre versamenti che, a suo dire, dovevano rimborsarlo dei «costi im-portanti che avevo già sostenuto in Cina»: 621 milioni (sul conto svizzero «Gabbietta», per imprecisate attività di progettazione per i futuri affari in Cina), 100 milioni (in contanti in Italia per fantomatiche esigenze finanziarie) e 525 milioni (versati dalla Calcestruzzi su una fiduciaria svizzera di Zurigo, affinchè Greganti li trasferisse in Cina per costituire una «società mista di trasporto marittimo»). Che fine fecero questi fantomatici progetti cinesi? «Sono stati interrotti dal mio arresto», risponde il compagno G. Purtroppo per Greganti, nemmeno Giorgio Gerboni, che nel '90 era direttore della Fermar (la società che gestiva le navi del gruppo Ferruzzi) conferma la sua versione.

Si - dice il dirigente - ci furono contatti con Greganti (che gli aveva presenta-to e raccomandato Panzavolta) per affari in Cina, e anche un viaggio insieme a Pechino, nell'estate del '91. Ma poi non combinarono mai nulla di concreto. E comunque la Fermar era solita «pagare le mediazioni successivamente alla stipula del contratto con postazioni in bilancio», mentre i quattrini versati da Panzavolta a Greganti provenivano dalla Calcestruzzi ed erano in nero, estero su estero. Ne Greganti ha mai saputo portare un solo documento che dimostrasse la reale esistenza di quei contratti con i cinesi. Ricapitolando: "Greganti ammette di aver ricevuto l'importo complessivo di L. 1.242.000.000 da Panzavolta in relazione agli accordi cinesi [...].

 Panzavolta confessa di aver versato a Greganti gli importi sopra indicati quale tangente di spettanza del Pci per i contratti di desolforazione [e] ha ammesso di aver versato la medesima cifra in due franche al Psi e di essersi accordato per il versamento di un identico importo con i rappresentanti della Dc, ma di avere versato solo la prima franche, pari alla metà dell'importo concordato". La coincidenza, se di coincidenza si trattasse, sarebbe davvero stupefacente: "In atti sono provati i versamenti di L. 621.000.000 effettuati nel dicembre 1990 da Panzavolta sui conti di spettanza del Psi e della Dc.

Nello stesso periodo Panzavolta ha versato sul conto Gabbietta di Greganti l'importo di L. 621.000.000". Possibile che la mediazione di Greganti per un affare privato con la Cina, del tutto svincolato dagli appalti Enel, corrispondesse "alla lira" alle tangenti versate a De e Psi per gli appalti Enel? "Greganti ha ricevuto da Panzavolta lo stesso importo ricevuto dai collettori di tangenti per il Psi e promesso ai collettori delle tangenti per la De". Guardacaso. E perché mai, per una "normale prestazione del tutto lecita" (l'intermediazione con la Cina), la Ferruzzi avrebbe pagato Greganti "con il solito sistema utilizzato per i pagamenti illeciti", e cioè la provvista nera costituita all'estero? Poi ci sono le date, anch'esse totalmente coincidenti con le tangenti Enel: "il versamento è avvenuto pochi mesi dopo l'aggiudicazione dei contratti relativi alla centrale di Brindisi Sud".

E c'è il personaggio Greganti, che "nel periodo in questione, pur non rivestendo più alcuna carica all'interno del partito, ha seguito in prima persona alcune vicende in rappresentanza del Pci, che dimostrano che lui era sempre una persona di fiducia del partito: basti ricordare la questione Eumit e la vicenda Po-Sangone [le vedremo più avanti] e Greganti in quel periodo era un uomo che godeva della piena fiducia del Pci che si avvaleva della sua opera e dei suoi conti correnti personali per far transitare somme di sicura appartenenza al partito".

E "nel Cda Enel era rappresentato, oltre ai partiti di governo, anche il maggior partito di opposizione". Cioè il Pci-Pds. Conclude il Tribunale: "Le dichiarazioni di Greganti, non riscontrate da elementi probatori in atti, appaiono smentite dai testi, dallo stesso addotti a sostegno", cioè i dirigenti della Fermar, che "hanno affermato di nulla sapere circa pagamenti di provvigioni o trasferimenti di capitali all'estero". Il gruppo Ferruzzi, all'estero, disponeva del "sistema Berlini", e non aveva bisogno di usare i conti svizzeri di Greganti per esportare 621 milioni in Cina. Senza contare che i 621 milioni furono poi prelevati in contanti dallo stesso Greganti dal conto Gabbietta.

 Questi elementi sono "caratterizzati dai requisiti della gravita, precisione e concordanza in ordine al fatto che le somme in questione non siano state incassate da Greganti per prestazioni personali, bensì vadano collegate a un intermediazione fiduciaria posta in essere da quest'ultimo a vantaggio del PCI in relazione all'aggiudicazione da parte del gruppo Ferruzzi dei contratti Enel. Ma vi è ancora di più: Panzavolta ha confessato di aver versato a Greganti gli importi in esame come tangente per il Pci in ordine ai contratti di desolforazione. Questa confessione, pienamen-te riscontrata dalle prove in atti, conferma il quadro indiziario indicato e impone una declaratoria di responsabilità di Greganti a titolo di concorso nel reato in esame": cioè la corruzione, in combutta con Panzavolta e Zorzoli.




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17 agosto 2005

Moralisti

 

Concorso esterno per mafia?
Deputato della Repubblica. Ex presidente del Consiglio, ex segretario e oggi presidente dei Ds. Fu indagato a Bari per un finanziamento illecito ricevuto da Francesco Cavallari, il re delle cliniche pugliesi, legato alla malavita barese, che gli versò almeno una ventina di milioni. D'Alema si salvò grazie alla prescrizione.




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8 agosto 2005

La sinistra cerca di accreditare la menzogna per cui la liberazione dell’Iraq ha aperto le porte al terrorismo islamico.

Cronologia del terrorismo musulmano
La sinistra, nella sua congenita, ereditaria e incurabile azione di inquinamento della storia e della cronaca, cerca di accreditare la menzogna per cui la liberazione dell’Iraq ha aperto le porte al terrorismo islamico.
Lampante in proposito l’infelice uscita (ma quando mai ne ha di felici ?) di Prodi che si chiama fuori dalla discussione sul finanziamento della missione in Iraq, dichiarando che la miccia l’avrebbero accesa “altri”.
Naturalmente non è vero, e la cronologia del terrorismo musulmano che segue, sicuramente incompleta, lo dimostra ampiamente.
La liberazione dell’Iraq risale al marzo-aprile 2003, le date degli attacchi dei terroristi islamici (omettendo tra l’altro tutta la serie di dirottamenti aerei degli anni settanta e gli atti compiuti dal terrorismo islamico in Israele, nostro avamposto, che peraltro sono evidenziati
qui) sono ben anteriori.
Semmai è vero che la liberazione dell’Iraq è arrivata troppo in ritardo, proprio grazie alle querimonie dei buonisti sinistri.
Adesso siamo nel pieno di una guerra totale, che dobbiamo vincere con ogni mezzo.



5 settembre 1972 Un commando di terroristi palestinesi prende in ostaggio 11 atleti israeliani al villaggio olimpico di Monaco, in Germania: muoiono tutti gli atleti Israeliani e 5 terroristi. Le Olimpiadi proseguono. E’ il biglietto da visita del terrorismo islamico.
17 dicembre 1973 Un commando di terroristi arabi seminava la morte su un aereo della compagnia Pan American, fermo sulla piazzola di manovra. I terroristi, bombardato con ordigni al fosforo l'aereo della compagnia americana, si impadronivano di un aereo della Lufthansa su cui facevano salire alcuni ostaggi, tra cui sei guardie di pubblica sicurezza. Costringevano quindi l'equipaggio che già era a bordo a far decollare il velivolo che iniziava così un forsennato peregrinare per i cieli d'Europa e del Medio oriente. L'incubo terminava nella tarda serata del giorno 18 all'aeroporto del Kuwait dove venivano liberati gli ostaggi e arrestati i terroristi. Il bilancio delle vittime era pesante: 28 morti sull'aereo della Pan American, la guardia di finanza Antonio Zara, ucciso a Fiumicino mentre cercava di opporre resistenza ai terroristi, un tecnico della società Asa, Domenico Ippoliti, barbaramente trucidato a sangue freddo sull'aereo della Lufthansa.
21 dicembre 1975 Un commando palestinese guidato da Carlos “lo sciacallo” (il venezuelano Illich Ramirez Sanchez) assalta la sede dell'OPEC di Vienna e prende in ostaggio 81 funzionari (che verranno rilasciati due giorni dopo in Algeria); nell’azione vengono uccise 3 persone e 7 rimangono ferite.
Novembre 1979 Viene occupata a Teheran l’Ambasciata Americana. Protagonisti sono terroristi islamici, resi fanatici dall’insegnamento di Khomeini, tornato in Iran, dopo essere stato in esilio e protetto in Francia. L’occupazione durerà oltre un anno.
6 ottobre1981 Un commando di terroristi islamici uccide il presidente egiziano Anwar El Sadat mentre assiste alla parata militare in ricordo della guerra dello Yom Kippur. L’attentato, effettuato con armi automatiche e bombe a mano, provoca la morte di altre 5 persone e il ferimento di 38.

 18 aprile 1983 L’esplosione di un’autobomba davanti all’ambasciata USA a Beirut causa la morte di 63 persone (tra cui 17 americani) oltre a un centinaio di feriti. L’attentato è rivendicato dalla Jihad islamica.
 23 ottobre 1983 Un nuovo attacco della Jihad islamica a Beirut provoca la morte di 254 marines americani e di 58 paracadutisti francesi.
 7 ottobre 1985 Terroristi palestinesi prendono il controllo nella nave da crociera italiana "Achille Lauro"; un anziano turista statunitense, di origini ebraiche, viene selvaggiamente trucidato. I terroristi riescono a fuggire protetti dal governo Craxi contro i marines che avevano circondato l’aereo in fuga e atterrato per rifornimenti a Fiumicino.
27 dicembre 1985 In un clima di festa natalizia, Roma è sconvolta all'aeroporto di Fiumicino da un inferno di fuoco.Terroristi del gruppo estremistico Abu Nidal con raffiche di mitragliatori e bombe a mano provocano una strage negli uffici box d'imbarco della compagnia israeliana El Al, e in quella americana della Twa. Restano vittima 13 persone, altre 70 sono ferite, 4 terroristi uccisi.
15 aprile 1986 La Libia di Gheddafi compie un vero e proprio atto di guerra contro l'Italia lanciando due missili Scud contro l'isola di Lampedusa. Fortunatamente l'inettitudine libica sbaglia completamente mira e i missili non fanno danni. Il governo italiano di allora (lo stesso governo Craxi che mostrò i muscoli contro i nostri stessi Alleati Americani, vilmente non reagì.
21 dicembre 1988 Un aereo di linea della Pan Am esplode in volo presso Lockerbie, in Scozia, causando la morte di 270 persone. Il processo contro i due libici accusati della strage si conclude il 31-I-2001 con la condanna all'ergastolo di uno degli attentatori. Il dittatore libico Gheddafi, dopo la lezione impartita con la liberazione dell’Iraq, riconosce le colpe e risarcisce le vittime.
1992 Inizia l'insurrezione islamica in Egitto. La prima vittima è una britannica in un attacco a un minibus vicino a Dairut nella parte meridionale del Paese.
26 febbraio 1993: Una bomba esplode in un caffè nel centro del Cairo uccidendo un cittadino svedese, un turco e un egiziano. 18 i feriti.
26 febbraio 1993 Prima strage al World Trade Center di NY: una bomba scoppia nel parcheggio sotterraneo provocando 6 morti e oltre 1000 feriti. L’attentato è attribuito a Osama bin Laden.
26 ottobre 1993 Un terrorista musulmano uccide due americani e un francese e ferisce altri tre stranieri in un hotel del Cairo.
4 marzo 1994 I terroristi islamici aprono il fuoco su una nave in crociera sul Nilo e uccidono una donna tedesca.
 6-7 luglio 1994 Nella notte fra il 6 e 7 luglio 1994, si consumava un atroce caso di terrorismo islamico ai danni dei cittadini Italiani. Quella notte il mercantile italiano "Lucina" alla fonda nel porto di Djendjen una cittadina a 300 km da Algeri proveniente da Cagliari attende di essere scaricato di un carico di smollino l'ingrediente base per fare il cuscus. I sette marittimi sono tutti italiani, gente semplice uomini sposati con figli, abituati a solcare il mare per vivere. Non prendono precauzioni, hanno fatto quel viaggio decine di volte nessuno immagina di diventare bersaglio del fondamentalismo islamico che insanguina l'Algeria. è notte fonda. 10 uomini si avvicinano in silenzio con gommoni e salgono a bordo. I marinai vengono sorpresi nel sonno e si consuma il macabro rituale che l'integralismo riserva agli infedeli: sgozzati come animali nelle loro brandine, chi tenta disperatamente la fuga viene finito a colpi di ascia. quando la motonave verrà restituita all'armatore sui pavimenti e le pareti delle cabine gli schizzi di sangue sembrano venire da un mattatoio. L'eccidio viene orgogliosamente rivendicato dalla GOA braccio militare del FIS.
26 agosto 1994 Un ragazzo spagnolo di 13 anni viene ucciso e altre tre persone restano ferite in un attacco dei terroristi islamici a un bus a Nag Hamadi, nel sud del Paese.
 27 settembre 1994: due tedeschi e due egiziani sono uccisi a colpi di arma da fuoco a Hurghada, una località turistica sul mar Rosso.
 23 ottobre 1994 Un britannico resta ucciso in un attacco a un minibus vicino a Naqada nell'Egitto meridionale. Tre suoi connazionali vengono feriti.
 25 luglio 1995 Una bomba esplode alla stazione Saint-Michel della metropolitana di Parigi, provocando 7 morti e 29 feriti. L’attentato, non rivendicato, è stato attribuito ai terroristi islamici del GIA (Gruppo islamico armato) algerino.
18 aprile 1996 4 terroristi islamici aprono il fuoco su dei turisti greci, uccidendone 18, di fronte all'Europa Hotel del Cairo. 17 i feriti.
 25 giugno 1996 Un’autobomba viene fatta esplodere accanto al quartier generale dell’aviazione USA a Dahran (Arabia Saudita): 19 soldati rimangono uccisi, oltre 300 feriti. L’attentato è attribuito a Osama bin Laden.
18 settembre 1997 terroristi islamici uccidono nove turisti tedeschi e il loro autista in un attacco al loro bus di fronte al museo centrale del Cairo. 18 i feriti.
 17 novembre 1997 Un commando composto da cinque terroristi islamici spara sulla folla di turisti stranieri a Luxor (Egitto): i morti sono 58, diverse decine i feriti.
 7 agosto 1998 Duplice attentato contro le ambasciate degli USA in Kenya e in Tanzania: due autobombe esplodono quasi contemporaneamente a Nairobi e a Dar el Salaam provocando complessivamente 301 morti (tra cui 12 cittadini americani) e oltre 5000 feriti.
 12 ottobre 2000 Un gommone esplosivo lanciato contro il cacciatorpedinere americano USS Cole nel porto yemenita di Aden causa 17 morti e 39 feriti. L’attentato è attribuito a Osama bin Laden.
11 settembre 2001 A New York sono le 8.48 del mattino. Un aereo di linea della American Airlines partito da Boston e diretto a Los Angeles con 81 passeggeri a bordo si schianta contro la prima delle Torri Gemelle, quella Nord. Dopo appena diciotto minuti, il secondo attacco: un altro Boeing, partito da Washington e diretto sempre a Los Angeles - i passeggeri a bordo sono 58 - investe la seconda Torre. Un’ora dopo, un terzo aereo si abbatte sul Pentagono e, quasi contemporaneamente, il volo numero 93 della United Airlines partito da Newark per San Francisco precipita in un campo della Pennsylvania, vicino Pittsburgh. Le vittime degli attentati sono oltre tremila, tutti rivendicati dalla rete terroristica Al Qaeda del miliardario saudita Osama Bin Laden.
11 aprile 2002 A Djerba (Tunisia) un camion riempito di gas naturale si schianta contro un muro dell’antica sinagoga di El Ghirba. I morti sono 20, 15 turisti (14 tedeschi e un francese) e 5 tunisini. La rivendicazione dell’attentato è di Al Qaeda.
 8 maggio 2002 A Karachi (Pakistan) un attentatore suicida si scaglia con un’automobile imbottita di esplosivo contro un autobus della marina militare davanti all’hotel Sheraton, nel centro della città. I morti sono una quindicina. Di questi, 11 sono tecnici francesi impegnati in un progetto navale franco-pakistano. Karachi è una delle roccaforti dei gruppi integralisti islamici pachistani che si oppongono alla politica filo-occidentale del presidente Pervez Musharraf. Le forze di polizia ritengono che nell’azione sia implicato il gruppo terroristico che fa capo a Osama bin Laden.
 12 ottobre 2002 A Bali (Indonesia) una bomba colpisce il Padi Club, discoteca a due piani sul lato est di Jalan Legian, la via più frequentata di Kuta Beach. Pochi secondi dopo, mentre la gente corre fuori, un’auto bomba esplode all’interno del frequentatissimo Sari, a poche decine di metri più a nord, una grande area coperta da un tetto di paglia con grandi schermi su cui vengono proiettati video clip. Età media del pubblico: 20 anni. I morti - per la gran parte turisti occidentali di 22 diverse nazionalità - sono 202, i feriti più di 250. Le esplosioni vengono rivendicate dall'organizzazione Jemaah Islamiah, legata ad Al-Quaeda.
 28 novembre 2002 A Mombasa (Kenya) 13 persone, tre israeliani e dieci kenioti, perdono la vita in un attentato contro l’hotel Paradise, frequentato da turisti israeliani. Più o meno nello stesso momento, due missili mancano un aereo della compagnia israeliana Arkya con 261 passeggeri appena decollato da Mombasa. L’8 dicembre Al Qaeda rivendica il doppio attentato.
 12 maggio 2003 A Riad (Arabia Saudita) una colonna di auto formata da sette veicoli esplode contro un complesso residenziale abitato da occidentali. Nell’attentato perdono la vita 35 persone (tra cui 9 americani) e i feriti sono circa 200.
 16 maggio 2003 A Casablanca (Marocco) oltre 40 persone vengono uccise e un centinaio ferite in una serie di attentati dinamitardi compiuti nella notte a Casablanca. Tra le vittime c’è anche un tecnico italiano. I terroristi sono legati alla rete Al Qaeda.
 19 agosto 2003 un camion bomba viene lanciato da un kamikaze contro l'Hotel Canal, sede del quartier generale dell’Onu. Nell’esplosione muoiono 22 persone: si tratta del più grave attentato nella storia dell’organizzazione internazionale. Sotto le macerie muore anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Iraq, il brasiliano Sergio Vieira de Mello.
12 novembre 2003 un camion bomba si schianta contro il quartier generale della missione italiana in Iraq. Perdono la vita 12 carabinieri, 5 soldati e 2 civili italiani.
15 novembre 2003 Nel giorno del riposo ebraico ad Ankara (Turchia), due camion imbottiti di esplosivo saltano in aria davanti a due sinagoghe (quella di Shishli e quella di Neve Shalom, nel quartiere di Beyoglu-Kuledibi) uccidendo 23 persone e ferendone circa 300. Tra le persone che hanno perso la vita c’è anche un cittadino italiano di 57 anni. Il giorno dopo, il quotidiano arabo Al-Quds Al-Arabi riceve una rivendicazione dalla rete terroristica di Osama Bin Laden.
 20 novembre 2003 a Istanbul due bombe esplodono contro il consolato britannico e la banca HSBC. Muore il console del Regno Unito.
 11 marzo 2004 Alle 7,39 del mattino, la stazione Atocha a Madrid e due nei dintorni della capitale vengono investite da dieci violente esplosioni. È strage:192 morti e 1.427 feriti. Le vittime sono soprattutto operai dei sobborghi di Guadalajara e Alacalà de Henares, colpiti mentre si recano al lavoro. La linea è frequentata da 900mila passeggeri ogni giorno, tra cui molti studenti. Il terrorismo islamico colpisce nel cuore dell’europa. Le prime indagini sono indirizzate verso l'Eta ma, a seguito di una rivendicazione delle sedicenti brigate Abu Hafs Al-Misri e del ritrovamento ad Alcalá de Henares di un furgone con detonatori e nastri in cui sono registrati versetti del Corano, prende consistenza la pista araba. Il 13 marzo sono compiuti i primi arresti, tre marocchini e due indiani, e nella notte viene ritrovato un video, nei pressi della moschea di Madrid, in cui Al Qaeda rivendica gli attentati. Vengono, quindi, arrestati altri 9 uomini, in gran parte marocchini, mentre si fa sempre più forte l’ipotesi che gli attentati di Madrid siano collegati a quelli di Casablanca del 16 maggio 2003.
 3 ottobre 2004 Un commando di 17 guerriglieri ceceni prende in ostaggio centinaia di persone (la maggior parte sono bambini) nella scuola di Beslan, nell’Ossezia del nord, una regione della Cecenia. Dopo due giorni, un blitz delle forze dell’ordine sovietiche pone fine all’assedio. Anche i sequestratori sparano. È un massacro: i morti sono 394 morti, e tra questi 156 sono bambini.
 7 ottobre 2004 Un attentato dei terroristi islamici nelle località di Taba and Ras Shitan uccide 34 persone. Tra le vittime ci sono due sorelle della provincia di Cuneo, Sabrina e Jessica Rinaudo. Oltre 100 i feriti.
 2 novembre 2004 Il regista olandese Theo Van Gogh viene assassinato da un estremista musulmano che loh avoluto così punire per aver denunciato nel suo film Submission le brutalità cui vengono sottoposte le donne musulmane in base alle norme islamiche.
30 aprile 2005 Due terroriste islamiche aprono il fuoco su un bus turistico al Cairo e feriscono sette persone, tra cui 4 stranieri. Nell'attacco muoiono le due donne. 7 aprile: Un terrorista islamico si lascia esplodere vicino al mercato di Khan al-Khalili, uccidendo due francesi e un americano.
7 luglio 2005 Quattro bombe sono fatte esplodere da terroristi islamici a Londra. 3 nella metropolitana ed una in un autobus di superficie. I morti sono 56 tra i quali una ragazza italiana, Benedetta Ciaccia.
23 luglio 2005 A Sharm el Sheik, località turistica del Mar Rosso, altre 4 bombe fatte esplodere da terroristi islamici uccidono un numero ancora imprecisato di persone (tra 60 e 100) tra i quali sei italiani.
La guerra continua ed è una guerra dichiarata contro l’Occidente, contro la Civiltà
, ben prima della liberazione dell’Iraq.
Purtroppo non avevamo voluto ascoltare i segnali di allarme e ancora c’è che non li vuole né ascoltare, né vedere.
M.F.

testo aggiornato alle 11,10 di venerdì 29 luglio 2005

da
http://ilcastello1.blogspot.com/2005/07/cronologia-del-terrorismo-musulmano.html




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8 agosto 2005

«Le leggi su misura le ha fatte la sinistra»

«Le leggi su misura le ha fatte la sinistra»

GE.MO

Da alcune settimane la confusione sulle vicende dell'Antonveneta e della Bnl cresce sempre di più anche perché si mettono insieme le pere con le mele. Ad alimentare questa confusione vi sono i due più diffusi quotidiani del Paese, che sembrano dividersi le parti. Repubblica concede ogni giorno pagine intere alla pubblicazione di intercettazioni telefoniche, mentre Il Corriere della Sera ha mobilitato tutti i suoi migliori opinionisti per colpire Bankitalia, ma in realtà i possibili scalatori del quotidiano di via Solferino.Nel frattempo Bertinotti e Mastellla parlano del primato della politica intendendo ciascuno una cosa completamente diversa dall'altro, mentre Eugenio Scalfari ci fa un'altra lezione sulla morale, dimenticandosi di scrivere che il suo editore, nello spazio di pochi giorni, ha guadagnato alcuni milioni di euro solo per aver propalato la notizia che nella sua società Cdb Web-Tech sarebbe entrato Silvio Berlusconi.
Intimidito dalle critiche, il simpatico Carlo ha fatto marcia indietro e ha detto a Berlusconi «no,tu no», lasciando sbigottiti quei poveri cristi dei risparmiatori che erano subito corsi a comprare le azioni di quella sconosciuta e dormiente società quotata, azioni che Carlo puntualmente vendeva loro.
 La morale passa anche per queste strane dimenticanze.
 Ma torniamo alla confusione e ai tanti diversi polveroni che si sovrappongono l'un l'altro tentando di capirci qualcosa, in più dividendo, per l'appunto, le pere dalle mele: 1) alcuni italiani (Abete, Della Valle, Geronzi) hanno stretto un patto d'azione con gli spagnoli e con gli olandesi per controllare rispettivamente la Bnl e l'Antonveneta.
Nel primo caso il premio agli italiani sarebbe stata la presidenza della Bnl a Luigi Abete e la partecipazione di Diego Della Valle alla gestione della banca. Nel secondo caso il patto Geronzi-Groenink avrebbe ampliato e consolidato la forza di Capitalia e del suo massimo esponente. Due disegni legittimi che avevano un punto debole: per un piccolo interesse personale si dava il controllo di due banche italiane a due istituti di credito stranieri scegliendo una strada del tutto diversa da quella scelta da Profumo con la fusione Unicredito-Hsvb.Il governatore della Banca d'Italia non ha mai fatto mistero di essere di opinione diversa e di guardare positivamente a quanti avessero fatto cordate alternative. Ciò non ha mai significato trasformarsi da arbitro in giocatore, ed infatti tutte le autorizzazioni richieste dagli spagnoli e dagli olandesi sono state concesse e tutte le regole nazionali ed europee sono state rispettate, compresi i controlli che hanno imposto a Fiorani e compagni di lanciare un'Opa obbligatoria;
2) il fallimento delle Opa straniere su Bnl e su Antonveneta ha scatenato,probabilmente su ispirazione divina, due procure della Repubblica, quelle di Milano e di Roma, che si sono mosse come un elefante nella cristalleria, intercettando e pubblicando conversazioni private tese solo a «sputtanare» (chiediamo scusa per il verbo) alcuni protagonisti ed in particolare il governatore della Banca d'Italia nella sua confidenzialità bonaria e paesana con uno dei protagonisti.
 
Risultato: la Procura di Milano ha dato il controllo dell'Antonveneta al socio di minoranza, gli olandesi dell'Abn Amro assistiti dal noto avvocato Guido Rossi,che appena due giorni prima aveva visto fallire sul mercato la propria offerta pubblica di acquisto, nel mentre da qualche giorno si mette in dubbio anche la liceità dell'Opa che si appresta a fare l'Unipol su Bnl, Opa peraltro obbligata dalla legge Draghi.
 
Sono queste le regole del mercato che i due più diffusi quotidiani del Paese stanno difendendo? E se non è così, cos'altro stanno difendendo con la loro forsennata carica contro la Banca d'Italia, richiamando in servizio attivo financo quell'Oscar Luigi Scalfaro,destinatario per quattro anni di seguito di 100 milioni di vecchie lire al mese da parte dei servizi segreti italiani senza che nessuno, nemmeno il Parlamento, abbia mai saputo a cosa servivano?
 
3) Il Corriere della sera è ormai in fibrillazione perché capisce che se Stefano Ricucci continua a comprare azioni del gruppo Rcs è segno che tra gli attuali azionisti del patto di sindacato c'è qualcuno, o più di uno, pronto ad aprirgli le porte. Allora perché attaccare nuora (la Banca d'Italia) perché suocera intenda (i possibili scalatori del gruppo Rcs),quando il mercato, le cui regole spesso si invocano solo contro gli altri, offre armi a sufficienza per difendere l'attuale assetto azionario? I pattisti che governano il Corriere perché, invece di giurarsi ogni giorno eterna fedeltà, non comprano, tramite lo stesso gruppo Rcs, ulteriori proprie azioni attivando, come si dice in gergo, un buy-back capace di fargli da scudo contro i tentativi degli scalatori? Perché, come ci insegna Pulcinella, tutti vogliono andare in carrozza a sbafo o spendendo il meno possibile:
ma questo non è nella logica del mercato che impone, al contrario, a chi vuole difendere la proprietà di società quotate, di mettere mano alla tasca dinanzi a una scalata ostile o di arrendersi senza criminalizzare chi liberamente compra azioni.

Ci pensino, gli amici del Corrierone, e vedranno che quella è la vera risposta, non l'aggressione a 180 gradi a tutti ed a tutto, e in particolare a Fazio. Così facendo ripeteranno gli errori del 1992 da loro stessi, poi, drammaticamente denunciati;
 
4) le intercettazioni e le loro nefandezze. Ripetere che l'Italia è il Paese più «ascoltato del mondo» è una noiosa ripetizione. Non è un caso che più si intercetta la cosiddetta società civile più proliferano le organizzazioni criminali, come puntualmente accade nel nostro Paese. Ma vorremmo porre a tutti una domanda semplice semplice: se per un momento tutti ascoltassero tutti quante amicizie salterebbero, quanti cattivi pensieri conosceremmo, quanta invidia e quante calunnie scopriremmo? Se ascoltassimo,ad esempio, una telefonata tra due pubblici ministeri o tra un pm e un giudice per le indagini preliminari, o tra un consulente come Guido Rossi e il presidente dell'Abn Amro, o tra due politici di opposti schieramenti, quante cose verrebbero viste in una luce criminogena quando invece altro non sono che parole in libertà dette in conversazioni che si ritengono private? Morale della favola: attenti ad applaudire a questo malcostume perché prima o poi toccherà a ciascuno di noi essere ascoltato,come è capitato ai giudici del Riesame del Tribunale di Napoli. Le intercettazioni devono servire a scoprire atti penalmente illeciti e non a «sputtanare» la gente perché diversamente declineremmo sempre di più verso una corrotta democrazia sudamericana;
 
5) il primato della politica. Auspicio giustissimo, ma non nel senso di disinteressarsi di ciò che accade nel mercato come sembra voglia dire Mastella quando, proprio sul Corriere, difende il suo compagno di vacanze Diego Della Valle dall'Opa dell'Unipol.Sia chiaro che Mastella ha tutto il diritto di difendere Della Valle e il suo accordo con gli spagnoli, spiegandone le ragioni, così come è nello stesso diritto chi difende, al contrario, l'iniziativa dell'Unipol. Per quanto ci riguarda, il primato della politica consiste nella sua capacità di perseguire l'interesse generale, sollecitando forze sociali ed economiche perché le tutelino al meglio rispettando le regole che ci siamo dati in Italia e in Europa.
 
Il mercato è la garanzia delle libertà personali e collettive,ma è anche vero, e Bertinotti lo dovrebbe sapere, che al suo interno si muovono spesso forze illiberali e tentazioni egemoniche che puntano a rendere i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Sta alla politica e al suo primato denunciare questi fenomeni degenerativi o interessi personali contrabbandati per interessi generali e stimolare altre forze a tutelare questi ultimi. Nel caso della Bnl l'interesse generale del Paese sta, a nostro giudizio, nel lasciare il controllo di quella che fu la banca del Tesoro in mani italiane a condizione,ovviamente, che vi sia un piano industriale all'altezza dei bisogni del mercato. E se queste mani sono quelle dell'Unipol, siano le benvenute, senza parlottare sulle sue possibili amicizie politiche. Chi è di idea contraria si alzi, lo dica con chiarezza e lo motivi, senza gettare fango su chi la pensa diversamente perché questo è il costume dei mafiosi, che calunniano e isolano prima di ammazzare. E come si sa, si uccide con la lupara, ma anche con le parole.




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7 agosto 2005

Gli attentati mediorientali di Fiumicino e la rimozione selettiva della memoria


Gli attentati mediorientali di Fiumicino e la rimozione selettiva della memoria
A margine delle polemiche sulla possibile pista mediorientale per la strage di Bologna, parlandone in giro, ci siamo accorti che la nostra memoria ha subito strani scherzi. Abbiamo letto che la “Linea Moro” di appeasement con il terrorismo palestinese fu decisa dopo l’attentato all’aeroporto di Fiumicino del 1973, con 31 morti. Cercando notizie, ci siamo accorti che a Fiumicino di attentati ce ne sono stati 3: anche uno nel 1985 con 15 morti, e uno fallito per un soffio, con due palestinesi che con un missile cercavano di abbattere un aereo al decollo. Nessuno di noi ha mai visto una targa, una lapide, una qualsiasi commemorazione a Fiumicino. Niente processi spettacolari, niente medaglie alle vittime, niente retorica di stato o di partito, niente di niente. Solo tanta, selettiva, manovrata, rimozione.




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5 luglio 2005

Roma, 12 aprile 1996- Pannella:2 domande a Prodi

- Roma, 12 aprile 1996
PANNELLA
LE DUE DOMANDE "AMERICANE" CHE NON VENGONO FATTE E CHE FAREI STASERA A PRODI

1) Se egli confermi il ruolo torbido avuto nella vicenda Moro con la sicura falsa testimonianza da lui fornita o ispirata.
Se confermi cioè di avere in una seduta spiritica avuto l'indicazione di Via Gradoli quale luogo importante per arrivare alla prigione di Aldo Moro, condannato invece a morte prima che dalle BR, dal Governo e dai partiti dell'unità nazionale.
2) Perché mai egli non abbia sentito il dovere, da Presidente dell'IRI, di rintracciare e fornire alla magistratura italiana (ancorché al servizio del regime), sulla nota vicenda dei fondi neri dell'IRI stesso in larga parte dati al suo partito oltre che alle altre componenti della consociazione".




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7 maggio 2005

La memoria perduta.Quando Prodi e D’Alema dettavano legge in Rai

Le mani della Quercia sulla televisione di Stato ed i pasticci dc-pci sulla lottizzazione
Quando Prodi e D’Alema dettavano legge in Rai
Ritratto di viale Mazzini ai tempi di Celli e Zaccaria

di Sergio Menicucci


Il leader dell’Unione Romano Prodi si occupa di Rai da 22 anni. Superato soltanto da Roberto Zaccaria, ora deputato dell’Ulivo per la circoscrizione di Milano, lui professore universitario fiorentino. Consigliere di amministrazione dal 1977 al 1993, nel febbraio del 1998 divenne presidente sino al febbraio del 2002 quando si dimese con una settimana di anticipo rispetto al previsto ponendo fine al ciclo che Aldo Grasso nella sua Garzantina “televisione” chiama “La Rai dell’Ulivo”. Venticinque anni nei piani alti di viale Mazzini, facendo e disfacendo organigrammi, imponendo scelte culturali e politiche. Aveva ricevuto il testimone dal Cda dei “professori” con a capo Enzo Siciliano.
L’influenza di Romano Prodi sulla Rai è di lungo corso. Bisogna andare al 1983 per rendersi conto del perché anche oggi Romano Prodi voglia avere una parola determinante sulle scelte del prossimo Consiglio di amministrazione. Spesso la memoria fa difetto ai politici e ai lettori. Ma un articolo su “Sindacato e informazione” della Cisl è significativo per comprendere l’orientamento di Prodi sul servizio pubblico. All’epoca Guglielmo Epifani, l’attuale segretario generale della Cgil, era il capo del sindacato dei poligrafici. Il responsabile per l’informazione del Psi era Francesco Tempestini che sollecitava una legge finalizzata a disciplinare il sistema misto per un arco di tempo ben determinato e cioè fino al 1987 (scadenza della Convenzione Rai e avvio della diffusione televisiva da satellite). I liberali proponevano una legislazione anti-trust, si battevano contro il tetto della pubblicità, per stabilire i criteri di assegnazione delle frequenze messe a disposizione agli operatori privati, prevedere precise norme per la radiofonia e infine modificare la legge 103 sul servizio pubblico radiofonico contestualmente alla nuova legge sulle televisioni private.
Il problema della Rai e del suo ruolo nel sistema misto delle telecomunicazioni andava visto, sosteneva Massimo Pini, sotto due aspetti: 1 - quello strettamente politico, di garanzia istituzionale e quello industriale. E Prodi in questo contesto del 1983 cosa faceva? Era il presidente dell’Iri, l’ente di gestione pubblico che deteneva il 99,45% del capitale Rai. Il potere delle partecipazioni statali era rilevante a quell’epoca. Nella stanza ad angolo di via Veneto Prodi decideva le sorti di manager e aziende. Sulla Rai il problema per lui era “nessuna proroga per il consiglio di amministrazione”. L’intenzione era quella di fare le nomine entro l’11 giugno 1983 ma le elezioni resero necessario uno slittamento. Una battuta d’arresto prima di inserire al vertice uomini di fiducia come Glisenti e poi Iseppi. E così di passo dietro passo la Rai da monopolista dc passò prima ad un duopolio (democristiano-socialista) e poi ad un tripartito Dc-Psi-Pci con superamento del manuale Cencelli e ripartizione delle reti e dei telegiornali nelle tre aree culturali e politiche di riferimento.
Altro momento di snodo il 1994 quando si affaccia sulla scena politica Silvio Berlusconi. E’ Gustavo Selva, ex direttore del Gr2, a fare esplodere la politica. Giuseppe Giulietti (Pci-Pds) è definito “il Deng Xiaoping dell’Usigrai” e cioè la vera eminenza grigia del sindacato, passato sotto la guida di Giorgio Balzoni (sinistra Dc). Le accuse erano di lottizzazione, assunzioni clientelari, di appalti miliardari a favore di alcune società vicine al Pci-Pds. La reazione fu altrettanto dura. “L’azienda non è in mano al Pds” tuonarono in molti, compreso il direttore di Raitre Angelo Guglielmi, ora assessore alla cultura nel comune di Bologna voluto dal sindaco Cofferati, ex segretario generale della Cgil.
Proprio in quei giorni, un gruppo di parlamentari guidato da Marco Pannella si recò dal procuratore della Repubblica di Roma Vittorio Mele per “denunciare le violazioni di legge e connessi reati compiuti dal servizio pubblicio della Rai che nega il diritto all’informazione dei cittadini sui 13 referendum”.
E Prodi lo ritroviamo qualche anno dopo protagonista della maxi-lottizzazione compiuta il 4 giugno del 1998. Presidente del Senato Nicola Mancino, della Camera Luciano Violante. Prodi è presidente del Consiglio, Walter Veltroni vicepremier. Massimo D’Alema segretario del Pds. Siamo ai primi di gennaio. Il nuovo Cda Rai nasce sotto la stella della partitocrazia. Nella notte dei veti incrociati Prodi boccia Fabiani e incorona Zaccaria dopo che Giulio Anselmi, direttore dell’Ansa, proposto da Violante, era stato “bruciato” come Sandro Curzi proposto da Bertinotti. E così ecco Zaccaria (Ppi), Stefano Balassone (Pds), Vittorio Emiliani (verdi), Giampiero Gamaleri (An), Franco Cardini (Fi). C’è anche la telefonata notturna di Prodi al presidente dell’Iri Gianmaria Gros-Pietro che viene a sapere di aver “indicato” come nuovo direttore generale della Rai Pierluigi Celli, fortemente voluto da D’Alema dopo essere stato all’Enel con il “compagno” Franco Tatò. Appena il tempo di avere alcune carte in mano e a giugno la mega-abbuffata sinistra Dc-pidiesse. Tutte le scelte decise in accordo con le segreterie dei partiti. La casa Zaccaria-Celli sforna Giulio Borrelli al Tg1, Roberto Morrione a Rai International, Alberto Severi a Televideo per l’area comunista, più Antonio Di Bella vicedirettore al Tg3, Francesco Pinto a Raitre e Giovanni Tantillo al canale Tre, mentre si prepara il rientro di Santoro da Mediaset e Lucia Annunziata è proposta per Pechino. I popolari di Marini ottengono Nuccio Fava al Tgr, Bruno d’Aste alla divisione produzione tv, Iseppi alla struttura per il Giubileo, Paolo Ruffini al Gr, Aldo Materia alla divisione radio. Al Polo va Angela Buttiglione, Clemente Mimum al Tg2, Stefano Gicotti alla diffusione. Una tornata di nomine che farà dire a Giuseppe Tatarella “in materia di lottizzazione i Ds sono gli eredi della Dc. Hanno ottenuto anche il Tg1 e poiché non ha portato fortuna alla Dc ritengo che non porterà fortuna neanche a loro”. E infatti nel 2001 le elezioni vennero vinte dalla Cdl.




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5 maggio 2005

I sinistri amici della mafia comunista .Non era la Clementina.

Silvia Baraldini fu condannata nel luglio del 1983 dalla Corte Federale di New York a 43 anni di reclusione con una sentenza emessa dal giudice Buffy per tre reati:
  1.        Terrorismo, punibilie in base alla legge Antimafia R.I.C.O.
 Per questa imputazione le sono state inflitti 20 anni di carcere.
    2.        Concorso nell'evasione della terrorista  afro-americana Joanne Chesimard, alias Assata Shakur, dal penitenziario federale di Clinton nel New Jersey avvenuta il 2 Novembre 1979. Per questa imputazione le sono state inflitti 20 anni di carcere.
     3.        Rifiuto di testimonianza davanti al Gran Giurì che indagava sull'attività terroristica  portoricana.
 Per questa imputazione le sono stati inflitti 3 anni di carcere.




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5 maggio 2005

Politiche Centrosinistre

Politiche Centrosinistre
La memoria perduta.
 
"Jenjen, Algeria".
 
C'era una volta, nel lontano luglio del 1994, un nave italiana, la "Lucina". Era ormeggiata a una banchina del porto di Jenjen. Trasportava semola per il cuscus, cibo comunissimo in tutti i paesi arabi della costa africana del mediterraneo. Dormivano, quella notte fra il 6 ed il 7 luglio, il comandante Salvatore Scotto ed i suoi sei marinai, tre di Monte di Procida, uno di Torre del Greco, due siciliani. Salirono a bordo in gran silenzio gli integralisti arabi e li sgozzarono tutti, ad esclusione di uno che tentò di fuggire: a quello spararono. Era, ripeto, il 1994 e fra noi ed i nostri feroci dirimpettai, quegli stessi che per secoli avevano depredato le nostre coste ed armato le navi corsare, flagello della nostra penisola, non c'era alcun conto in sospeso. Non avevamo distaccamenti nel lontano Iraq né alleanze tali con gli americani che ci impedissero di far fuggire Abu Abbas, sottraendolo agli Usa, che lo avevano obbligato ad atterrare a Sigonella. I nostri governanti(di centrosinistra), da Andreotti a Craxi, avevano fatto a gara per proteggere i terroristi arabi e sottrarli agli Stati Uniti. Se ci dirottavano le navi (Quei tragici giorni a bordo dell'Achille Lauro)
od attaccavano Fiumicino(Abu Nidal il terrorista della strage a Fiumicino ) sparando sulla gente inerme, facevamo finta di condannarli, per mandarli liberi dopo pochi anni, se gregari e subito, se capi.
 All'epoca i nostri rapporti coi cordiali servitori di Allah, non erano mai stati così buoni. La nostra strategia era quella classica degli italiani: blandisci il nemico per fartelo amico, anche a spese dell'alleato. Appena ne vedi la necessità, passa dalla sua parte. Un giochetto durato secoli al grido di battaglia: "O con la Franza o con la Spagna, purché se magna". 
 A cosa sia servita questa logica?
A nulla.




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5 maggio 2005

Piazza Fontana, la strage dai capelli bianchi

Piazza Fontana, la strage dai capelli bianchi

di Gu.Ve.
Come si fa a spiegare a un figlio, a un nipote, ma anche a te stesso, che tanti anni fa, nel 1969, una bomba è esplosa a Milano, era il 12 dicembre, devastando il salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura, facendo scempio di diciassette persone e altre cento ne ferì gravemente, erano tutte colpevoli solo di essere entrate in quella banca.

Come si fa a spiegare a un figlio, a un nipote, ma anche a te stesso, che a partire dal quel giorno il destino di tanti giovani, il destino di tante persone cambiò radicalmente, e una generazione ipotizzò la scelta delle armi: tanti giovani, di destra e di sinistra, quella scelta la fecero davvero: sicché possiamo dire che quel giorno segna l’inizio di un terrorismo con cui ancora dobbiamo fare completamente i conti: il giorno in cui abbiamo perso l’innocenza.

Come si fa a spiegare a un figlio, a un nipote, ma anche a te stesso che quattro giorni dopo quella strage un ferroviere anarchico, innocente, Pino Pinelli “precipita” per “malore attivo” chissà come e chissà perché dal quarto piano della Questura milanese: quella morte viene imputata a un commissario di polizia Luigi Calabresi, accusato ingiustamente di essere il responsabile della morte di Pinelli.
 Lui, che in quella stanza, quella sera, neppure c'era, e tuttavia si trova al centro di una campagna di linciaggio feroce e bestiale, culminata con il suo assassinio. Un delitto che pesa sulla coscienza di tanti, perché tanti brindarono alla notizia della sua uccisione.
Come si fa a spiegare a un figlio, a un nipote, ma anche a te stesso che per quelle bombe sono stati accusati gli anarchici, e uno di loro, un ballerino di nome Pietro Valpreda, finisce in carcere per anni, additato come “mostro”; e poi viene fuori che no: gli anarchici non c’entravano nulla; e si indaga sugli ambienti dei neo-fascisti, ipotizzando che dietro di loro vi siano insospettabili coperture: politiche, e da parte di servizi segreti più o meno deviati, e forse non solo quelli italiani.
 
Ma tutto è fumoso, sentenze che contraddicono altre sentenze, in un’altalena sconcertante, che lascia l’amaro in bocca.
E torna la domanda, dopo più di trent’anni: perché quella strage? Come si fa a spiegare tutto questo a un figlio, a un nipote, ma anche a te stesso? Una strage di cui sempre più si smarrisce il ricordo.
 E forse questa è la vera sconfitta.




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25 aprile 2005

Quando Radio Londra Parlava Italiano

Quando Radio Londra Parlava Italiano

GLI ANNI DI RADIO LONDRA








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12 marzo 2005

1997-Governo di Centrosinistra

1 MARZO   -AZIENDA ITALIA SEMPRE IN FRENATA - Un venerdì nero per la lira che supera quota 1000 sul marco. 1686 lire sul dollaro- ECONOMIA IN CRISI . L'andamento del prodotto interno lordo conferma una dinamica piatta. - EMERGENZA CONTI PUBBLICI . Manovra da 16 mila miliardi . La Banca d'Italia tira le somme :l'economia sempre in sofferenza. In attivo però il saldo con l'estero. 5322 miliardi. - PENSIONI PIU' POVERE ? Potrebbero ridursi del 10 15 per cento.

7 MARZO  - DAL VERTICE DI SCALFARO. Un decreto per aprire i cantieri delle opere pubbliche. Verso lo sblocco di 10 mila miliardi. Bersani "nelle aree depresse 150.000 nuovi posti di lavoro". L'ISTAT lancia l'allarme, rivela il profondo rosso che fa paura. Mai così male nell'industria. Fatturato e ordini in calo, crolla anche il mercato interno. Intanto Fossa, presidente della Confindustria si fa sentire "l'economia va male. Siamo in recessione. L'occupazione, il lavoro non si rilancia con i decreti ma sostenendo l'impresa, il presidente Scalfaro non può inventare nuovi posti. Tutto si risolverà con il varo di nuove forme di assistenzialismo. I lavori socialmente utili - sostenuti da Bertinotti - rischiano di essere semplicemente una disoccupazione mascherata". Gli fa eco De Rita, presidente degli imprenditori cattolici "Il lavoro lo creano le aziende. Non i ministri. Inutile l'iniziativa del Quirinale. Non servono scelte centraliste". - Deluso il ministro dell'Ambiente Ronchi "vecchie idee attorno a quel tavolo, in questo dibattito prevale una grande arretratezza. Non mi hanno nemmeno invitato e non capiscono che il vero business è nell'ecologia". - BERLUSCONI DA KOHL Visita privata a Bonn. Il leader di FI " Il Cancelliere è preoccupato... Visti i suoi valori non può ricavare soddisfazione dal vedere Bertinotti nella maggioranza. Voterò manovra e finanziaria". - Cossutta di Rifondazione C. "la Germania non ci vuole al potere. Il capo di Forza Italia conferma l'esistenza di una manovra a largo raggio contro di noi. Una indiscrezione che è stata informalmente confermata dal ministro degli Esteri Dini ma sdegnosamente smentita da D'Alema. Io avevo chiesto a D'Alema di confermare queste voci, ma lui ha risposto in termini sprezzanti. Disse che la Bundesbank era alleata con i comunisti per non fare entrare il Paese nell'Ue. Io gli dico, se è così, allora hai chiuso come segretario".

8 MARZO   - CONFINDUSTRIA, ULTIMATUM SULLE LIQUIDAZIONI . Fossa" Pronti a rompere con il governo" e manda una dura lettera a Prodi a proposito del vertice da Scalfaro "non intendiamo più accettare fatti compiuti". SCALFARO.Non si placa la polemica del vertice "I critici mi mettono in stato d'accusa, io faccio solo il mio dovere" E invoca il giudizio di Dio e della Corte costituzionale". A favore : Bianchi, dei Popolari " Coerente e un po' pertiniano". Contro : Manconi de Verdi " ha incrinato l'autorevolezza del premier". - Retroscena : Asse Pds e Ppi per frenare Rifondazione. D'Alema "non pestiamoci i piedi". Marini "Siamo uniti su tutto, anche nelle riforme". L'ULIVO NEL CASTELLO A GARGONZA. Fra polemiche e assenze continua i meeting del centrosinistra. Spini protesta "al seminario nessun relatore dell'area socialista. A Occhetto non gli arriva l'invito e sarcastico spiega ai suoi " ora ho solo cariche minori, non sto più nella lista dei vip". 80 le persone a discutere su presente e futuro dell'alleanza di centrosinistra al governo. - POLEMICHE PER LE INTERCETTAZIONI A SCALFARO - Inguaiano Borrelli (che le ha fatte) e Feltri (che le ha pubblicate). In Senato Prodi e Flick difendono il capo dello Stato e contrattaccano. Prodi " Il governo non può restare inerte di fronte a chi scredita le istituzioni". Flick "Illegittime le intercettazioni al Quirinale. Non è reato ma il Pool "non è in linea con la costituzione". Salvi "il Pool ha commesso una grave imprudenza". Veltri "nessuna colpa le carte dovevano essere depositate". Borrelli risponde " Ministro, mi sento offeso. Diteci quali regole abbiamo infranto". Duro l'attacco di Feltri del Giornale "Tentativo di intimidirci. Abbiamo riportato questioni molto precise, non certo inventate da noi. Le intercettazioni non le abbiamo fatte noi. Il presidente ha brigato per la banca della sua città, questo non è illegale, ma dal punto di vista del costume, per un presidente della Repubblica non era il massimo".

9 MARZO - OCCUPAZIONE E CONTI PUBBLICI - L'ultimatum dei sindacati. Verso lo sciopero generale. "Se l'esecutivo non mantiene i suoi impegni siamo pronti alla lotta. Il piano non ci convince". - Al coro delle voci sul vertice di Scalfaro si aggiunge quello di Agnelli "Il lavoro non cresce per decreto. Superare la difesa ottusa del posto. E Scalfaro ha fatto benissimo a porre il problema.". - Trochetti Provera numero uno della Pirelli " D'Alema media troppo, che delusione. Temo che nel Pds prevalga l'istinto del potere. Prodi ? Deve copiare gli inglesi". - SCALFARO ATTACCA IL PIANETA DELLA BUROCRAZIA E BACCHETTA I POLITICI nel suo discorso a Messina e Trapani. "Tutti devono fare il proprio dovere se non si vuole che l'emergenza diventi dramma. Prima che la protesta esploda. Se non vi va bene le mie esternazioni usate pure lo strumento dell' impeachment". -Sdegno dal coordinamento regionale di Forza Italia per regali offerti dai sindaci siciliani e rifiutati da Scalfaro " Nel rifiuto dei doni la conferma che lui ha interesse solo nei propri bigotti confronti. Ha umiliato i siciliani rifiutandone i doni sinceri " Le reazioni di Fini " prospettive impeachment ? sufficiente avere pazienza, va via tra 24 mesi.....e passano in fretta".





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sfoglia     gennaio       


 

                                         
 



Non andare in giro dicendo
che il mondo ti deve dare da vivere.
Il mondo non ti deve dare nulla :
era lì prima che tu arrivassi.

 

 

ControCorrente

Movimento d'opinione
che si propone di premiare
dare fiducia a persone
e politici che siano
garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore.
Sono garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore:
 
 
Vota:Berlusconi,Angelilli

 
    
 

     

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fiamma Nierenstein
 
 

No alla Ue




ORIANA FALLACI



Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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