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4 agosto 2005

La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia- ( 5. puntata )




La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia
che le sinistre-Ulivo vorrebbero far dimenticare ( 5. puntata )
 
Non responsabili o irresponsabili
i politici che non sapevano nulla?


“Tutti all’oscuro di tutto”, gli uomini di governo che avrebbero
 dovuto vigilare e bloccare lo scandaloso affare che è costato
 all’Italia una perdita di 516 miliardi di lire.”Dini era ministro
  degli Esteri, ma di un altro Stato”, ironizza il presidente
 della Commissione parlamentare d’inchiesta Enzo Trantino
.
 
di Gaetano Saglimbeni
 
         “Dell’acquisto di azioni Telekom Serbia da parte della Stet-Telecom Italia ho saputo leggendo i giornali tre giorni dopo la firma del contratto”, ha dichiarato candidamente Lamberto Dini, ministro degli Esteri nel governo Prodi. Lo ha detto ai giornalisti, non alla Commissione parlamentare d’inchiesta nominata dai presidenti della Camera e del Senato, dinanzi alla quale si è rifiutato (insieme a Prodi e Fassino) di deporre. No, lui “non aveva saputo nulla di quell’affare”. Ed i quattordici allarmatissimi dispacci urgenti inviati dall’ambasciatore italiano a Belgrado al ministero degli Esteri? “Li ha letti il sottosegretario Fassino, non io, e lui non ha ritenuto di dovermi informare”, la serafica risposta del ministro.
 
          E’ davvero tutta da ridere, questa storia: con uomini di governo  che, non sapendo cosa dire per uscirne in qualche modo senza perdere la faccia, finiscono con l’accusarsi l’un l’altro. Qualcosa di simile, ricordo, avveniva a casa mia quando ero bambino. Dovendo giustificarci davanti alla mamma per qualche marachella compiuta insieme, le mie sorelline ed io, non facevamo che incolparci a vicenda. “E’ stata lei”, strillavo io additando alla mamma la mia sorella maggiore. “No, è stato lui”, rispondeva lei, chiamando a testimonianza le due più piccole. Ed alla fine, non riuscendo nessuno dei quattro ad essere credibile, la punizione la prendevamo tutti, comprese le piccole. Situazioni perfettamente analoghe, mi pare. Con l’unica differenza che noi bambini eravamo puniti dalla mamma per le nostre magagne e relative bugie, mentre i politici la fanno franca sia per le magagne che per le bugie, che continuano tranquillamente a raccontare.
 
         “Lamberto Dini? Sembra il ministro di un altro Stato”, ha scritto il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Enzo Trantino nella sua relazione ai presidenti di Camera e Senato. “Lui è uno degli ‘ignari’ più decisi e agguerriti”, spiega Trantino, “e mostra addirittura  insofferenza per chi gli chiede conto istituzionale dei suoi atti… C’è una prima folgore che saetta contro di lui: i quattordici dispacci (13 lunghissimi telegrammi ed una lettera) che un inutilmente allarmato ambasciatore italiano in Serbia inoltra al Ministero, coinvolgendo il sottosegretario Fassino… E la seconda folgore, non meno fragorosa della prima, arriva da una nota pubblicata dalla agenzia di stampa serba ‘Tanjug’ il 9 giugno 1997, giorno della firma del contratto, con il testo del messaggio inviato dal  ministro degli Esteri italiano Lamberto Dini al suo omologo jugoslavo Milutinovic per sottolineare l’importanza dell’accordo di cooperazione tra le istituzioni di telecomunicazioni dei due Paesi”. Domanda (più che legittima, mi pare): ma i ministri mandano messaggi a vanvera, senza sapere nemmeno di quale avvenimento si tratti?
 
          Due micidiali saette che, al ministro degli Esteri “sospeso sulle nuvole” del governo Prodi, non fanno per nulla mutare atteggiamento. Su “L’Espresso” del 18 settembre 2003, e cioè sei anni dopo, Gianpaolo Pansa scrive: “Dini ha seguitato a ripetere di aver saputo tutto soltanto ad affare concluso e dai giornali… Ma in questi ultimi giorni ha aggiunto una nuova postilla velenosa per il suo ex sottosegretario: ‘Fassino sapeva dell’affare non soltanto dai dispacci del nostro ambasciatore a Belgrado, ma anche dalle lettere che aveva ricevuto dagli oppositori di Milosevic’. Ed al suo ministro, a sentire Dini, il sottosegretario non parlò mai né dei dispacci dell’ambasciatore né delle drammaticissime lettere dei rivali politici del dittatore Milosevic”. 
 
         La risposta di Fassino, la conosciamo già. Non potendo disconoscere l’autenticità dei messaggi ricevuti, il sottosegretario rinuncia alla sua versione originaria, quella del “non ne sapevamo nulla”, per ammettere che “tutti sapevamo, certo, ma il governo non aveva alcun diritto o dovere di intervenire negli affari di una società privata, nella quale lo Stato aveva, a suo dire, “una presenza irrilevante”.
 
         E qui la spara davvero grossa, l’ex sottosegretario Fassino. Una falsità grossa non quanto un palazzo, come di solito si dice, ma come dieci o venti palazzi messi insieme. Lo stesso Pansa si affretta a ricordare all’amico Fassino, nello stesso articolo, che lo Stato aveva acquistato nel dicembre del 1996 tutte le azioni della società detenute dall’Iri (il 61 per cento) e l’azionista di riferimento era quindi, a tutti gli effetti, il ministero del Tesoro (rappresentato allora da Carlo Azeglio Ciampi), il quale aveva per legge i suoi uomini di fiducia nel Consiglio di amministrazione della Stet-Telecom Italia. Una “presenza irrilevante”, possedere il 61 per cento delle azioni di una società? Ormai il super-ballista Fassino non si pone più freni. E, non sapendo  come uscire da quel groviglio di menzogne (dopo che è stato smentito seccamente anche da uno dei giornalisti amici), decide di passare a Prodi la freccia avvelenata scagliata a lui da Dini. “E’ stato  il presidente del Consiglio il grande burattinaio dell’affare Telekom Serbia”, dichiara allo stesso Pansa.
 
           Una girandola di accuse, menzogne e veleni davvero impressionante,  con colpi di scena a ripetizione ed una sfrontatezza che non ha precedenti nella storia della Repubblica italiana. Ed ancora oggi, otto anni dopo la firma di quel disastroso contratto che costerà all’Italia la perdita secca di 516 miliardi di lire, non sappiamo se i politici che ne furono protagonisti, volontari o involontari, debbano essere considerati responsabili, non responsabili o irresponsabili. 
 
           Domanda dell’uomo della strada (più che legittima anche questa, a me pare): ma i rappresentanti del ministero del Tesoro nel Consiglio di amministrazione della Stet-Telecom Italia non avevano il dovere di  informare il ministro ed il presidente del Consiglio su quello che avveniva nella società? Non avevano il dovere di sentire quali erano le direttive, o semplicemente i suggerimenti del governo azionista di maggioranza, e discuterne con i colleghi? Cosa facevano, andavano soltanto per riscaldare la poltrona nelle sedute del Consiglio di amministrazione della società, i rappresentanti del governo, e intascare il cospicuo gettone di presenza? A raccontarle negli Stati Uniti o alla City di Londra,  amenità del genere, si sbellicherebbero tutti dal ridere, operatori finanziari ed uscieri; da noi, non soltanto vorrebbero farcele credere, i politici delle “illuminate” sinistre italiane, ma pretendono pure che non si rida.
 
         Comunque siano andate le cose, che si rida o non si rida sulle baggianate che i politici di casa nostra si ostinano a raccontarci, una cosa è certa: la  credibilità di Prodi e compagni ne è uscita a pezzi. Il raffronto che l’ex direttore del “Corriere della Sera” Piero Ostellino ha fatto tra il comportamento degli uomini che erano al governo al tempo dell’affare Telekom Serbia con quello tenuto da Bettino Craxi in Parlamento dopo lo scoppio di Tangentopoli (ne abbiamo parlato nella precedente puntata) è assai eloquente: “Impossibile non rilevare la differenza di statura politica tra gli uni e l’altro. Qui, i silenzi imbarazzati di chi non sa politicamente come uscirne; là, l’orgogliosa chiamata di correità, nello scandalo dei finanziamento illegale dei partiti, con l’assunzione di una precisa responsabilità politica che si estendeva all’intero quadro politico”. Parole che sono macigni e dovrebbero richiamare i signori delle sinistre-Ulivo al senso di responsabilità. In gioco non è soltanto la loro dignità, ma il prestigio delle istituzioni.
 
          ”Prof. Prodi, neppure evocando gli spiriti”, ha scritto il presidente Trantino nella sua relazione (con chiaro riferimento alle poco edificanti sedute spiritiche organizzate dal professore al tempo del rapimento Moro), “risulta convincente la tesi che nulla lei sapeva dell’affare Telekom Serbia, quando il protagonista assoluto era un suo uomo, il dottor Tomaso Tommasi di Vignano, il quale, intervistato dal settimanale ‘L’Espresso’, non ha esitato a ribadire che il governo (e quindi lei, su tutti) tutto sapeva….”.
 
          Ed ancora: “Sono perfettamente d’accordo con quanto hanno scritto giornalisti di tutti i colori politici, da Ezio Mauro, direttore de ‘La Repubblica’ (‘Il governo Prodi non poteva non sapere’) a Enrico Mentana su “Il Mondo” (‘Semmai, sarebbe stato grave il contrario, e cioè che non sapesse’), Francesco Merlo su ‘Oggi’ (‘Non è credibile che gli uomini dello Stato non sapessero quel che faceva lo Stato’), Claudio Rinaldi, ex direttore de ‘L’Espresso’ (‘L’affare Telekom Serbia fu un gravissimo errore finanziario e politico, perché l’operazione fornì denaro fresco alla bieca tirannia di Slobodan Milosevic’), Francesco Bonazzi, redattore de ‘L’Espresso’ e autore di un severissimo libro sull’affare Telekom Serbia (‘Prodi e compagni, oltre che agli italiani per i soldi che hanno fatto loro perdere, dovrebbero chiedere scusa ai serbi ed ai kosovari, perché, prolungando con i nostri soldi la tirannia di Milosevic, hanno prolungato anche le atroci sofferenze di un popolo’)”.               
 
           Come si concluderà questa maledetta storia di ordinaria disamministrazione del denaro pubblico, che tanto danni e sofferenze ha provocato anche ad un popolo amico, nessuno è oggi in grado di dirlo. C’è chi auspica la costituzione di una nuova commissione parlamentare d’inchiesta da parte dei presidenti di Camera e Senato, per costringere finalmente Prodi e compagni a spiegare ai cittadini (come è loro dovere, imposto dalle leggi dello Stato) cosa è successo realmente in quel lontano 1997 con le sinistre-Ulivo al governo. Ma è difficile, se non impossibile, che ciò possa avvenire adesso, visto che siamo ormai vicinissimi alla conclusione della legislatura: se ne potrebbe riparlare, e certamente se ne riparlerà, nel nuovo Parlamento, se a vincere le elezioni politiche del 2006 sarà ancora il centrodestra di Berlusconi. E c’è naturalmente chi di questa incredibile e sconcertante vicenda non vorrebbe più sentir parlare: i militanti e simpatizzanti delle sinistre-Ulivo, chiaramente, oltre ai cinque uomini di governo (Prodi, Dini, Ciampi, Fassino e Micheli) che stavano sì a Palazzo Chigi e dintorni, quando non erano in viaggio su Marte o sulla Luna, ma “nulla videro, nulla sentirono e nulla seppero”.
 
          Le parole conclusive della sua relazione, il presidente Trantino le ha dedicate alla “forsennata campagna di mistificazione e odio” operata da politici delle sinistre e giornalisti chiaramente di parte contro la sua Commissione parlamentare d’inchiesta: sugli stessi giornali, è il caso di sottolinearlo, che a suo tempo denunciarono lo scandalo. La  motivazione dell’improvviso dietro-front? Quella che si è già ipotizzata: la paura che, accusando di superficialità, incapacità o malafede per l’affare Telekom Serbia i leader che adesso si ripresentano per la riconquista del potere (da Prodi a Fassino, a Dini), si faccia il gioco di Berlusconi e gli si spiani la strada per la riconquista di Palazzo Chigi. E dunque, silenzio assoluto dopo tanto clamore, con il preciso ordine di dimenticare e far dimenticare agli italiani quanto è successo. Ma non sarà facile, né dimenticare né far dimenticare: comunque si concluda (quando si concluderà) l’inchiesta della Procura di Torino.
 
           Per completezza di informazione, diciamo che, contrariamente a quanto avviene nelle commissioni parlamentari d’inchiesta, i cui lavori si concludono quasi sempre con una relazione di maggioranza ed una di minoranza (tranne nei casi, davvero rari, in cui maggioranza e minoranza si trovano d’accordo), nella Commissione parlamentare per l’affare Telekom Serbia la relazione è una sola, quella di Trantino per la maggioranza. La opposizione non ha presentato la sua relazione, perché i parlamentari delle sinistre-Ulivo abbandonarono i lavori (per protesta contro chi, a sentir loro, aveva ritenuto di poter discutere in commissione anche su presunti sospetti di tangenti) e non rientrarono più.
 
          Sospetti di tangenti (è doveroso ricordarlo) che il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta non ha ritenuto di dover neppure prendere in considerazione. “E’ compito dei giudici indagare su eventuali responsabilità penali, se ritengono o hanno il sospetto che ci siano state tangenti o connivenze”, ha tenuto a precisare Trantino in una conferenza stampa a conclusione dei lavori. “Il nostro compito era limitato all’accertamento di quello che avrebbero dovuto fare e non hanno fatto i nostri governanti di allora per impedire che fosse portata a termine una operazione così disastrosa per le casse dello Stato e per le tasche dei cittadini. E su questo abbiamo spiegato ogni cosa, come era nostro dovere: al Parlamento ed ai cittadini”.
 
          Dovrebbero spiegarlo anche Prodi, Fassino e compagni, ai cittadini, quel che avvenne nel 1997 con quel disastrosissimo “affare”  che ha fatto perdere all’Italia 516 miliardi di lire e prolungato tragicamente le sofferenze di un popolo alla mercè di un dittatore feroce e sanguinario come Milosevic. E dovrebbero farlo con parole chiare, non con i soliti discorsi fumosi intrisi di falsità. Ne abbiamo lette e sentite tante, falsità, su questa dissennata e disgustosa vicenda, fin troppe. E con le falsità nessuno può sperare di far sparire “verità scomode”; tanto meno, di riuscire nel maldestro, patetico e grottesco tentativo di ricostituire credibilità irrimediabilmente perdute.  
 
( 5. puntata – fine ) 
 
  Gaetano Saglimbeni
 
sito web:
www.gaetanosaglimbenitaormina.it     




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26 luglio 2005

La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia-( 4. puntata )




La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia
che le sinistre-Ulivo vorrebbero far dimenticare ( 4. puntata )
 
Troppo “zelante” l’ambasciatore:
era contrario all’affare Milosevic
e fu trasferito nell’isola di Cipro

Sono ben 14 i messaggi che il diplomatico inviò al nostro ministero
degli Esteri, sostenendo la  “inopportunità e pericolosità
dell’acquisto e l’assoluta mancanza di convenienza economica”:
rimasti senza risposta, purtroppo. Tangenti? “Se ci furono”,
dice il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta
 Enzo Trantino, “potrà stabilirlo soltanto la magistratura”.
 
di Gaetano Saglimbeni
 
 
          Era contrario, contrarissimo all’affare Telekom Serbia, il dottor Francesco Bascone, ambasciatore italiano a Belgrado nel 1977. Al ministero degli Esteri, di cui era titolare Lamberto Dini con Piero Fassino sottosegretario (“ulivista” il primo, Ds ex Pci il secondo), mandò ben 14 messaggi, ritenendo di dover richiamare l’attenzione dei suoi diretti superiori non soltanto sulla “inopportunità e pericolosità” dell’affare che si stava per concludere con il dittatore Milosevic, ma anche sulla “assoluta mancanza di convenienza economica”, viste le condizioni in cui si trovava ed operava la boccheggiante televisione di Stato serba. Messaggi e appelli rimasti senza risposta, purtroppo.
 
          Le conseguenze di quella sua “ferma e più che ragionevole opposizione”? A leggere la relazione del presidente della Commissione d’inchiesta Enzo Trantino, l’ambasciatore, ritenuto un po’ troppo “zelante” dal ministro e dal sottosegretario, fu “tenuto all’oscuro di ciò che avvenne tra la fine di febbraio e gli inizi del giugno 1997” (la firma sul contratto sarà posta il 9 giugno) e 25 giorni dopo la conclusione dell’affare, il 4 luglio, fu trasferito all’ambasciata di Cipro. “Una promozione come tante altre”, spiegarono al ministero degli Esteri. “Ma è lecito dubitare che si sia trattato davvero di una promozione”, ha scritto Trantino nella sua relazione ai presidenti della Camera e del Senato.
      
          Ho spiegato nella prima puntata di questa inchiesta che furono proprio i 14 chiari ed inequivocabili messaggi dell’ambasciatore Bascone a costringere Piero Fassino a modificare la sua originaria versione dei fatti, quella del “non ne sapevamo nulla”. Qualcuno aveva pensato a tirarli fuori dal fondo di un cassetto, quei ripetuti appelli dell’ambasciatore al buon senso, e l’ex sottosegretario agli Esteri (al quale erano diretti) non poté più far finta di non averli mai letti. “Sapevamo, certo, dei programmi di acquisizione di nuove aziende da parte della Stet-Telecom”, spiegò, “ma sapevamo anche che non era né un diritto né un dovere del governo intervenire in quello ed in altri affari, perché la loro conduzione era e doveva restare di pertinenza esclusiva dell’azienda”.
 
           Una balla, chiaramente, quella giustificazione. Lo Stato italiano, per effetto dei due decreti firmati nel dicembre 1966 dal Prodi presidente del Consiglio per l’acquisto delle azioni Stet-Telecom possedute dall’Iri, era diventato a tutti gli effetti proprietario del 61 per cento della società telefonica e quindi azionista di riferimento. Solo uno sprovveduto, e non credo che l’on. Fassino lo fosse, poteva negare allo Stato il diritto-dovere di fissare e guidare la politica economica di una società di cui possedeva il maggior pacchetto azionario. Sarebbe come dire che ad aziende statali come Eni, Enel, Finmeccanica o Alitalia venga oggi concesso di fare quello che vogliono, senza neppure interpellare lo Stato come azionista di riferimento. Pensano davvero, gli “illuminati” leader delle sinistre-Ulivo, che gli italiani non sappiamo queste cose? Nelle aziende statali o a maggioranza azionaria dello Stato “non si muove foglia che il governo non voglia”: in Italia come nel resto del  mondo. Chiaro?
         
         Era troppo “zelante”, forse anche un po’ troppo “impiccione”, quell’ambasciatore, per il ministro degli Esteri Dini ed il suo sottosegretario Fassino. Nei suoi messaggi parlava (e non era il solo) di “tensioni etnico-sociali che rendevano estremamente precaria la stabilità interna del Paese, con notevoli ripercussioni nei settori politico-istituzionale, economico e militare”; di una “economia allo sbando, con inflazione a  tre cifre che non faceva intravedere alcuna possibilità di ripresa, né nell’immediato né nel lungo periodo”; di una Telekom Serbia che “non era in grado di garantire neppure gli stipendi ai dipendenti”; e di una valutazione, quella che era stata già fatta dai tecnici delle due parti, che “non aveva alcun riscontro nei fondamentali dell’azienda, tanto meno nella sua conduzione gestionale, inadeguata e pressoché fallimentare”. Appelli al buon senso, realisti e drammatici,  destinati purtroppo ad accumularsi in un cassetto, senza risposta. “Qualcuno”, ha scritto Trantino nella sua relazione, “aveva deciso che quella operazione era assolutamente da fare e indietro non si tornava, neppure di fronte alle prospettive di un disastro annunciato”.
 
          Prodi era in visita ufficiale a Zagabria, tre giorni prima della firma del contratto di acquisto. Non sapeva nulla di quello che bolliva nella pentola di Telekom Serbia? Né della drammatica situazione politica ed economica di un Paese che tutti, non soltanto il nostro ambasciatore in Jugoslavia, sapevano essere già sull’orlo del fallimento politico e della bancarotta economica? “Cautela anche nell’affare italo-serbo sulla telefonia, con  gli uomini della Stet che sbarcavano a Belgrado proprio nel giorno in cui il presidente del Consiglio era in visita a Zagabria”, scriveva Giovanni Rampoldi su “La Repubblica”. Non leggeva i giornali, Prodi, in quei giorni? Non fu neppure sfiorato dalla curiosità di sapere perché i suoi amici della Stet (amici dai tempi in cui il professore, da presidente dell’Iri, controllava la società con lo stesso 61 per cento che era poi passato allo Stato) fossero andati a Belgrado?  
 
          “Punto fondamentale e tema obbligato della nostra inchiesta”, leggiamo nella relazione del presidente della Commissione parlamentare, “è questo: il governo è istituzionalmente colpevole perché sapeva e non intervenne o lo è di più se non sapeva dovendo sapere?”. Univoche le risposte dei giornalisti che hanno denunciato a suo tempo lo scandalo: molto peggio sarebbe il non sapere dovendo sapere. E per loro, sapevano tutti, al governo: Prodi. Dini, Ciampi, Fassino, Micheli. Perché non dissero che sapevano? Mistero. La ipotesi più seria è che si fossero tutti convinti, strada facendo, di averla fatta proprio grossa e si vergognavano ad associare pubblicamente i loro nomi e la loro credibilità di leader politici ad una operazione così disastrosa per le casse dello Stato e le tasche degli italiani: 516 miliardi delle vecchie lire andati in fumo (la differenza tra gli 893 pagati per l’acquisto ed i 377 incassati poi dalla vendita) che, con le perdite cosiddette “connesse e derivate”, diventeranno 886 miliardi, un “flop” senza precedenti nella storia della seconda Repubblica. 
 
          “Fu un errore gravissimo, non ammetterlo, assolutamente imperdonabile”, ha scritto l’ex ambasciatore Sergio Romano sul settimanale  “Panorama”. “Per il premier Prodi, sarebbe stato molto più serio, una ammissione certamente più credibile per cercare di uscirne in qualche modo e togliersi dai guai, se avesse detto che i dirigenti della Stet gliene avevano parlato e lui, fidandosi dei vecchi amici, aveva risposto loro di fare quello che ritenevano giusto fosse fatto nell’interesse dalla società e degli azionisti. Poteva sperare, insomma, di far passare una operazione così disastrosa per un incidente di percorso, frutto di una sua leggerezza. Ed invece… Non so se sia stata leggerezza, superficialità, la sua, o altro: certo, fu un errore gravissimo non ammettere subito di avere sbagliato”.
 
          Molto più duro, nei suoi giudizi, Federico Cancelli su “Il Giornale” di Milano: “Non è dignitoso, per un presidente del Consiglio, presentarsi agli italiani e dire che non sapeva nulla del graziosissimo regalo fatto dall’Italia al dittatore jugoslavo Milosevic con il denaro dei cittadini. Nessuno di noi crede che i politici interessati all’affare abbiano personalmente incassato tangenti (saranno comunque i giudici di Torino, ai quali l’inchiesta è stata affidata, a stabilirlo); ma nessuno può esimersi dal sospettare  che qualche ‘mazzetta’, e non di poco conto, sia volata, se è vero (come è vero, purtroppo) che il prezzo inizialmente fissato per l’operazione è cresciuto a dismisura man mano che si andava avanti nelle trattative ed è stato infine accettato da tutti con grande soddisfazione, acquirenti e venditori. I costi, si sa,  salgono vertiginosamente quando c’è da pagare tangenti… E che a beneficiarne possano essere stati i partiti interessati alla operazione, nessuno può escluderlo”. 
 
           Significativo ed illuminante (anche per la ipotesi-tangenti adombrata da più parti ma della quale, con esemplare saggezza e senso di  responsabilità, il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta ha ritenuto di non doversi occupare, essendo la valutazione  di esclusiva competenza della magistratura) quello che ha scritto Piero Ostellino sul “Corriere della Sera” del 6 settembre 2003.
 
         “La stragrande maggioranza degli italiani”, leggiamo in un editoriale dal titolo “Responsabilità politica e mani sporche”, “pensa che di una ‘questione morale’ individuale si tratti; e cioè che, nella circostanza, non fossero in gioco l’interesse generale, collettivo, le ragioni dello Stato, bensì solo squallidi interessi personali. In definitiva, che siano corse le tradizionali tangenti. Ora, se si paragona l’attuale comportamento degli uomini che erano al governo all’epoca dell’affare Telekom Serbia con quello tenuto da Bettino Craxi in Parlamento dopo lo scoppio di Tangentopoli, è impossibile non rilevare la differenza di statura politica tra gli uni e l’altro. Qui, i silenzi imbarazzati di chi non sa politicamente come uscirne; là, l’orgogliosa chiamata di correità nello scandalo del finanziamento illegale dei partiti, con l’assunzione di una responsabilità politica che si estendeva all’intero quadro politico. Craxi fu ugualmente sconfitto. Ma non per aver preso le tangenti, bensì dalla incapacità dei suoi simili di assumersene anch’essi la responsabilità politica. E’ quello che rischiano oggi gli uomini dell’0affare Telekom Serbia. Anche se, paradossalmente, le tangenti non le hanno prese”. 
 
            Erano in molti, allora, a parlare di tangenti. Sospetti, soltanto sospetti, che otto anni dopo la firma di quel “maledetto affare” (ed in attesa del responso della magistratura) nessuno ha potuto fugare.  Cosa hanno fatto gli “illuminati” leader delle sinistre-Ulivo per cercare, quanto meno, di farli diradare? Nulla, proprio nulla. Anzi, con i loro ambigui e sconcertanti silenzi, e il dissennato, arrogante e sfrontato rifiuto di assumersi pubblicamente (come dice Ostellino) le loro responsabilità politiche, anche di fronte alla assoluta evidenza dei fatti, hanno contribuito non poco a farli solidificare nella opinione pubblica. Lo sprezzante “no” con cui Prodi, Fassino e Dini hanno poi mortificato le istituzioni, rifiutandosi di deporre (come era loro preciso dovere) davanti ad una Commissione parlamentare d’inchiesta nominata dai presidenti della Camera e del Senato,  ha certamente aggravato la loro posizione: è la prima volta, nella storia della Repubblica italiana, che uomini di governo si rifiutano di lasciarsi interrogare, serenamente e democraticamente, su quello che hanno fatto (o non hanno fatto, in questo caso, per bloccare una operazione così disastrosa per lo Stato e la collettività) nell’esercizio delle loro funzioni.
 
           “Errare humanum est, perseverare diabolicum”, dicevano i latini. Prodi, Fassino e compagni, dopo aver certamente sbagliato, in maniera grossolana, indecente e (scrive Trantino) “offensiva nei confronti del popolo italiano, non soltanto del Parlamento”, continuano a perseverare nell’errore, con diabolica protervia. E rischiano grosso, come e più di Bettino Craxi, anche nella ipotesi che le tangenti non le abbiano incassate, né per sé né per i loro partiti.  
        
(4. puntata – continua)
Gaetano Saglimbeni
 
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24 luglio 2005

“Il prof. Prodi? Abitava su Marte,




La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia
che le sinistre-Ulivo vorrebbero far dimenticare  ( 3. puntata )
 
“Il prof. Prodi? Abitava su Marte,
allora: per questo non seppe nulla”

Severe critiche dell’on. Enzo Trantino, presidente della Commissione
 parlamentare d’inchiesta, nei confronti del leader politico delle
sinistre-Ulivo che nel 1997 occupava  la poltrona di presidente del
 Consiglio. La confidenza di Piero Fassino (Ds), ex sottosegretario agli
 Esteri,  al giornalista Pansa: “Il burattinaio stava a palazzo Chigi”.
 
di Gaetano Saglimbeni
 
           Da buon siciliano, l’on. Enzo Trantino, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’affare Telekom Serbia, conosce la non facile arte dell’umorismo. Del prof. Romano Prodi, presidente del Consiglio dei ministri quando la sconcertante e rovinosa compra-vendita della disastratissima televisione del dittatore jugoslavo Milosevic fu conclusa, ha scritto nella sua relazione ai presidenti della Camera e del Senato: “Abitava su Marte, allora, il professore: per questo non seppe nulla”.
 
           Ha ricordato nella sua relazione, il presidente Trantino, che l’on. Piero Fassino, oggi segretario Ds-Quercia ed allora sottosegretario agli Esteri, confidò al giornalista Gianpaolo Pansa dell’Espresso che “il burattinaio della operazione Telekom Serbia era a Palazzo Chigi”. Ma  evidentemente (tiene adesso a spiegare, con la sua caustica ironia, il parlamentare di Alleanza nazionale) “l’ex sottosegretario si era sbagliato, non era stato informato della improvvisa partenza del presidente del Consiglio per il pianeta Marte e, per non commettere altre ‘gaffes’ ed esporsi ancora di più al ridicolo, ha ritenuto di non doversi presentare per deporre dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta…”.
 
          Raccontata così, la storia del più grosso scandalo politico-finanziario della seconda Repubblica, potrebbe diventare benissimo il copione di una commedia ad altissimo tasso di comicità, per non dire di una farsa. Ma, a pensarci bene, credo che un copione come questo rientri più nel genere “teatro dell’assurdo, del paradosso, del grottesco” (alla Ionesco o alla Samuel Beckett, per intenderci), piuttosto che della farsa.
 
          Della Stet-Telecom Italia, società di proprietà dello Stato per il 61 per cento, che regalava soldi al “signore della guerra” Milosevic acquistando per 893 miliardi delle vecchie lire il 29 per cento di una televisione da “rottamare” e rivendendo poi quelle stesse azioni alla stessa Telekom Serbia per 377 miliardi con una perdita secca di 516 miliardi, nessuno al governo sapeva nulla: né il presidente del Consiglio prof. Prodi con il sottosegretario alla Presidenza on. Enrico Micheli, né il ministro degli Esteri on. Lamberto Dini con il suo  sottosegretario on. Fassino, né il ministro del Tesoro dott. Carlo Azeglio Ciampi. Chi era su Marte, chi sulla Luna, e, se qualcuno era rimasto in sede, “nulla vide, nulla senti e nulla seppe”.
 
           “Davvero imbarazzanti”, ha scritto il presidente Trantino nella sua relazione, “gli autorevoli silenzi di chi a Roma doveva sapere e non seppe o non volle sapere o seppe tacendo ieri e tacendo oggi”. E più che riprovevoli, diciamo noi, assolutamente indegni di un Paese democratico, i rifiuti di Prodi, Dini e Fassino, uomini di governo al momento dei fatti, di rispondere (come era loro dovere) alla convocazione della Commissione parlamentare d’inchiesta: potevano andare a dire anche che non ne sapevano niente, se erano proprio convinti di poter raccontare tranquillamente ai commissari ed agli italiani una balla del genere, no? Per quel che riguarda invece Ciampi (sconosciamo i motivi per i quali non fu convocato l’ex sottosegretario Micheli), bisogna ricordare che il presidente Trantino ed i rappresentanti della maggioranza parlamentare nella Commissione ritennero con molto buon senso, e per il rispetto che tutti noi dobbiamo ad una carica istituzionale come quella del presidente della Repubblica, di non doverlo ascoltare, neppure al Quirinale, dove in ogni caso debbono essere raccolte le deposizioni dei capi di Strato).
 
           C’è un significativo intervento di Enrico Mentana, su “Il Mondo” del 12 settembre 2003, citato abbondantemente da Trantino nella sua relazione, che merita particolare attenzione. Scriveva l’allora direttore di “Canale 5”: “Il centrosinistra ha una maledetta paura della vicenda, visto che i suoi leader hanno continuato a sostenere una linea di assoluta estraneità all’affare. Ma qui si può ben dire che il governo Prodi non poteva non sapere (e sarebbe stato semmai grave il contrario)…”.
 
             Certo che sarebbe stato grave il contrario: gravissimo. Se il presidente del Consiglio ed i suoi ministri e sottosegretari, a cominciare dal ministro del Tesoro, non si occupavano di un’azienda che era proprietà dello Stato per il 61 per cento e consentivano ai dirigenti di sperperare in quel modo il denaro pubblico senza alcun controllo da parte dell’azionista di riferimento, i casi sono due: o erano tutti negligenti, strafottenti e irresponsabili, gli uomini politici che governavano in quegli anni l’Italia, o erano degli inetti, assolutamente incapaci e quindi da tenere lontani (per manifesta incapacità, appunto) dalla pubblica amministrazione.
 
          Assolutamente impensabile che una azienda con maggioranza azionaria dello Stato (come sono oggi, per fare qualche esempio, Eni, Enel, Finmeccanica, Alitalia) potesse avviare e condurre in porto un acquisto di quel genere, per una cifra così considerevole e soprattutto da un venditore di così dubbia reputazione come Milosevic, senza una preliminare autorizzazione politica dal governo. Ed assolutamente inimmaginabile che Romano Prodi, il quale aveva firmato ben due decreti per l’acquisto da parte del ministero del Tesoro delle azioni Stet-Telecom Italia possedute dall’iri da lui a suo tempo presieduto, potesse poi disinteressarsene; e con Prodi, il ministro del Tesoro Ciampi che, con quei decreti, era diventato di fatto il rappresentante dello Stato (nuovo azionista di riferimento) nella Stet-Telecom.
 
          “Nel nostro lavoro, incontrando manager e tecnici, politici, diplomatici e rappresentanti di istituzioni”, ha scritto Trantino nella relazione acquisita agli atti dai presidenti della Camera e del Senato, “abbiamo riscontrato tanta avvilente omertà quasi organizzata: il pianeta delle scimmie, di chi non ha visto, sentito e parlato, si è arrampicato sino al quarto piano di San Macuto, sede dei nostri lavori d’aula… C’è stato chi legittimamente si è avvalso della facoltà di non rispondere, ed uno dei soggetti più attesi (Tomaso Tommasi di Vignano, amministratore delegato della Telecom dell’epoca), pur ricorrendo a un suo diritto, si è però spinto a confermare una intervista all’Espresso, dove ci ha tenuto a far sapere che ‘tutti sapevano e nessuno intervenne’, così chiamando in causa, almeno in ordine alla conoscenza dell’affare, il governo dell’epoca… E il prof. Gaetano Rasi, presidente della Stet, ha definito il dott. Tommasi un uomo ‘prono a quello che gli ordinavano Prodi e Micheli’. E dunque, anche se non c’è nulla agli atti che comprovi un intervento diretto ed esplicito di Prodi e Micheli nella conduzione e conclusione dell’affare, non può esistere dubbio alcuno sul fatto che a portarlo avanti sia stato un uomo di assoluta loro fiducia, su ordini ben precisi”.
 
            Sapevano tutti, dunque, non potevano non sapere, i governanti delle sinistre-Ulivo: compreso l’ex ministro del Tesoro Ciampi (che tutti, ha scritto Enrico Mentana, “evitano accuratamente di tirare in ballo, non potendo, in una contesa senza esclusione di colpi, anche bassissimi, rischiare di coinvolgere l’unico punto fermo della nostra scena politica e istituzionale”). “Mi ringraziò, il ministro Ciampi, dopo la firma del contratto con Telekom Serbia, per la competenza, integrità e professionalità con cui ho condotto il mio lavoro”, ha dichiarato l’ex amministrato delegato Tommasi all’Espresso il 23 ottobre 2003. Segno che per il ministro, rappresentante dello Stato azionista di riferimento della Stet-Telecom Italia con il 61 per cento, tutto in quell’affare era andato per il giusto verso. Ed i 516 miliardi di vecchie lire andati in fumo? Chi li ha perduti, Telekom Serbia o Stet-Telecom Italia? 
 
          Tutti molto severi, nel giudizio sui politici che sapevano e fingevano di non sapere, i giornalisti ed i giornali che denunciarono a suo tempo lo scandalo: da Claudio Rinaldi e Gianpaolo Pansa  (“L’Espresso”) a  Ezio Mauro, direttore del quotidiano  “la Repubblica”,   a Piero Ostellino ed Ernesto Galli della Loggia (“Corriere della Sera”), a Francesco Merlo (settimanale “Oggi”), ad Enrico Mentana (“Il Mondo”). Ho citato i loro giudizi nella prima puntata di questa inchiesta. Ricorderò adesso ai lettori quelli di Ezio Mauro (“Il governo non poteva non sapere”), Francesco Merlo (“L’acquisto del 29 per cento di Telekom Serbia era un affare di Stato e non è credibile che gli uomini dello Stato non sapessero quel che faceva lo Stato”), Claudio Rinaldi (“Non credo a tangenti che sarebbero state incassate da uomini di governo, ma debbo dire che l’acquisto di una quota di Telekom Serbia durante il governo Prodi fu un grave errore: finanziario, perché la Stet-Telecom Italia, nel 1977 ancora controllata dallo Stato, pagò un prezzo altissimo; politico, perché l’operazione fornì denaro fresco alla bieca tirannia di Slobodan Milosevic”).
 
           E adesso (me lo hanno chiesto moltissimi lettori), perché questi giornali non ne parlano più? Cosa è successo? “E’ successo “, spiega il presidente Trantino, “che una certa stampa militante di sinistra, che non si limita ai giornali di partito tipo ‘l’Unità’, ‘Liberazione’, ‘il Manifesto’, ‘Il Riformista’, ‘Europa’, ma si estende anche ad una parte abbastanza consistente dei cosiddetti giornali di informazione, ha capito fin troppo bene che la verità dei fatti (con gli incredibili e grotteschi salti mortali compiuti da Prodi, Fassino e compagni per tentare di giustificare in qualche modo quello che è assolutamente ingiustificabile, e cioè il grande regalo fatto al dittatore jugoslavo Milosevic con i nostri soldi e una perdita secca per la Stet-Telecom Italia di 516 miliardi delle vecchie lire) fa crollare la fiducia dei lettori-elettori negli attuali leader delle sinistre-Ulivo, evidenziando una pericolosissima superficialità, irresponsabilità e spregiudicatezza di questi signori nell’uso del denaro pubblico. Questa e soltanto questa, a mio giudizio, la ragione per la quale i giornali che a suo tempo denunciarono lo scandalo hanno deciso adesso di non parlare più di questa tragi-comica vicenda. Hanno commesso, in pratica, lo stesso grossolano e irresponsabile errore che hanno compiuto Prodi, Fassino e Dini quando hanno deciso di non presentarsi davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, e cioè il silenzio, dopo aver cercato addirittura di delegittimare la Commissione democraticamente nominata dai presidenti della Camera e del Senato. Accade anche questo, purtroppo, nella politica italiana ed in un certo giornalismo al servizio della politica”. 
 
        Insomma, come se nulla fosse accaduto. Così il prof. Prodi (“l’uomo che non  sapeva  niente”, ecco il titolo della commedia-farsa) ed il suo grande alleato Piero Fassino che per tentare di discolparsi lo accusò di essere il solo grande “burattinaio“ della operazione Telekom Serbia, possono presentarsi tranquillamente agli elettori italiani e dire che soltanto loro sono in grado di salvare l’Italia. Come? Inventando e portando avanti, con i nostri soldi, operazioni disastrose come quella di Telekom Serbia (per fini che nessuno è riuscito ancora a capire) e dicendo poi agli italiani di non saperne nulla? Queste mostruose, paradossali e grottesche assurdità, le ascoltiamo in teatro nei copioni di Ionesco e Samuel Bechett, e ci ridiamo anche sopra; ma non possono essere accettate dal buon senso di un popolo che, al contrario di quello che pensano gli “illuminati” leader delle sinistre-Ulivo, non ha perduto né la sua dignità né la capacità di difendersi dai mistificatori e ciarlatani della politica.
 
 
( 3. puntata – continua)
                                                                    Gaetano Saglimbeni
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17 luglio 2005

La sconcertante compra-vendita di Telekom Serbia ( 2. puntata )




La sconcertante e rovinosa compra-vendita di Telekom Serbia
che le sinistre-Ulivo vorrebbero far dimenticare  ( 2. puntata )
 
Quando a Belgrado c’era l’orco Milosevic
e l’Italia era governata da “sprovvedute
Biancaneve” che gli davano i nostri soldi

“I regali che i nostri governanti  fecero al dittatore jugoslavo
  Milosevic”, ha scritto nella  sua relazione conclusiva il
   presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Enzo
 Trantino, “gli sono serviti per acquistare i proiettili che 
avrebbe poi fatto sparare contro i nostri soldati nel Kosovo”.


 
di Gaetano Saglimbeni
 
 
          E’ una sporca storia di ordinaria disamministrazione del denaro pubblico quella che vien fuori dalle 628 pagine della relazione del presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’affare Telekom Serbia, anche se quella che i protagonisti hanno tentato di accreditare è molto simile (questa è la mia impressione, ma non soltanto la mia) ad una delle fantasiose storielle strappa-lacrime che ci facevano tanto commuovere da bambini.

         Pensate, amici lettori, alla immagine di un orco brutto e cattivo che stava a Belgrado ed a tante “sprovvedute piccole Biancaneve italiane” (così Gianpaolo Pansa, vicedirettore de “L’Espresso”, definiva i nostri leader delle sinistre-Ulivo al governo) che cadevano una dopo l’altra nelle sue ferocissime grinfie senza accorgersi di nulla. Cosa andavano a fare in Jugoslavia le piccole Biancaneve italiane? Semplice la risposta: avendo scambiato quell’uomo (un tipo losco e chiaramente inaffidabile) per un gentleman-benefattore dell’umanità e, sapendolo in difficoltà economiche, erano andate, poverine, a portargli qualche lira, dopo aver rotto i loro salvadanai in terracotta con tutti i loro risparmi… Un racconto di esaltante bonomia, così pieno di affetto, amicizia e buoni sentimenti (frustrati poi dall’orco brutto e crudele, purtroppo), che il sindaco “buonista” ex comunista di Roma Walter Veltroni aveva addirittura pensato di farne uno dei suoi libri strappa-cuore.

         Ed invece, cosa ha scritto nella sua voluminosissima relazione l’avv. Enzo Trantino, deputato catanese di Alleanza nazionale e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’affare Telekom Serbia? Ha descritto per filo e per segno, sulla base di documenti inoppugnabili e degli interrogatori che è stato in grado di fare (visto che i cinque personaggi più importanti, tutti delle sinistre-Ulivo, non sono comparsi in aula), la sconcertante realtà di una rovinosa compra-vendita da pura follia economica che ha scandalizzato (non poteva non scandalizzare) gli ambienti politici e finanziari italiani, europei e di mezzo mondo. 
 
          La Stet-Telecom Italia, società di proprietà dello Stato per il 61 per cento, acquista nel 1977 (lo abbiamo ricordato nella prima puntata di questa inchiesta) il 29 per cento delle azioni della dissestatissima televisione statale di Belgrado per 893 miliardi delle vecchie lire e rivende poi quelle stesse azioni alla stessa Telekom Serbia per 377 miliardi, con una perdita secca di 516 miliardi. E nessuno al governo (cosa davvero assurda, paradossale con qualche scivolata sul grottesco) che dicesse di saperne qualcosa: né il presidente del Consiglio (Romano Prodi) con il suo sottosegretario alla Presidenza (Enrico Micheli), né il ministro degli Esteri (Lamberto Dini) con il suo  sottosegretario agli Esteri (Piero Fassino), né il ministro del Tesoro (Carlo Azeglio Ciampi), nessuno dei quali, insistendo nel dire di non saperne nulla, ha ritenuto di doversi presentare in aula per deporre dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta. Ma se non si occupavano di queste cose, si sono chiesti autorevoli giornalisti anche di sinistra, di che cosa si occupavano, Prodi e compagni?
 
            L’orco di Belgrado, chiaramente, era Slobodan Milosevic,  “dittatore sanguinario” ormai boccheggiante, al quale il regalo di quella montagna di soldi da parte delle “sprovvedute Biancaneve italiane”, arrivato al momento giusto e forse ormai insperato dallo stesso dittatore come una preziosissima “bombola d’ossigeno”, servì, scrive Enzo Trantino nella sua relazione, “per consentirgli di restare ancora al potere, di continuare la sua dissennata pulizia etnica, di iniziare la sua folle guerra nei Balcani contro tutti; e, grazie alla incredibile generosità del governo italiano, di acquistare i proiettili che avrebbe poi fatto sparare contro i nostri soldati nel Kosovo”.
 
           Il risultato della balorda dabbenaggine (chiamiamola così) degli “sprovveduti” governanti italiani che nulla avevano visto, nulla avevano sentito e nulla sapevano? Si allungarono i tempi della tragica sofferenza di un popolo, ormai nelle mani di un dittatore feroce, terribilmente pericoloso e disposto a tutto per tentare di sopravvivere; decine di migliaia di vite umane, che si sarebbero potute salvare (sia tra i militari che tra i civili), finirono nelle fosse comuni; la capitale Belgrado, con i palazzi del potere ed importanti infrastrutture, semidistrutta da tonnellate e tonnellate di bombe che gli alleati europei (Italia compresa) furono costretti a sganciare per ridurre alla resa il responsabile di quel disastro.
 
          “Sì, è vero”, ha confermato al quotidiano “La Repubblica” il vice primo ministro jugoslavo Zarco Korac, “il denaro dell’affare Telekom Serbia servì per sostenere il regime di Milosevic, allora in gravissime difficoltà economiche oltre che politiche, ed anche per finanziare le operazioni militari in Kosovo. Quell’affare fu non soltanto un gravissimo errore, ma anche una incredibile dimostrazione di cinismo politico da parte delle sinistre al governo in Italia”.
 
          “Ed i nostri illustri governanti, i quali stranamente non vedevano, non sentivano e non sapevano”, scrive il presidente Trantino, “debbono rispondere delle loro imperdonabili negligenze e imprudenze non soltanto agli italiani, per gli 893 miliardi di lire regalati al feroce e sanguinario dittatore Milosevic quando era ormai prossimo alla fine, che gli hanno consentito di sopravvivere e commettere altri crimini contro l’umanità. Debbono risponderne anche davanti ai serbi, ai kosovari ed all’intero popolo della ex Jugoslavia, per le mostruose conseguenze che quel regalo di denaro italiano ha avuto sulla vita e sul destino di quelle genti. Nessuno potrà mai cancellare dai nostri occhi le orribili immagini della montagna di cadaveri ammassati a Kostunica…”.
 
          Nessuno sapeva nulla, degli “illuminati” governanti delle sinistre-Ulivo? “Sapevano tutti e nessuno è intervenuto per bloccarla”, ha dichiarato con molta serenità alla Commissione parlamentare d’inchiesta Tomaso Tommasi di Vignano, allora amministratore delegato della Stet-Telecom Italia. E Francesco Chirichigno, altro amministratore delegato della società: “Una operazione dissennata e sconvolgente, per l’acquisto di un impianto televisivo carente sotto ogni punto di vista e assolutamente impresentabile, pagato oltre il doppio del suo valore, con un danno che per la pubblica amministrazione non è stato soltanto di 516 miliardi (la differenza tra gli 893 miliardi versati per l’acquisto ed i 377 incassati dalla rivendita alla stessa Telekom Serbia), ma, considerando anche le perdite connesse e derivate, di ben 886 miliardi delle vecchie lire”.
 
          “Affare non reddituale e possibile fonte di tangenti”, l’ha definito Ernesto Pascale, altro amministratore delegato della società, notando la presenza di “strani e inusitati intermediari mai voluti e pagati dalla Stet-Telecom Italia in altre occasioni”. La trattativa, per il modo in cui  era stata predisposta, era per l’amministratore delegato Pascale assolutamente inaccettabile. “Si trattava di persone”, ha spiegato, ”che volevano battere sentieri particolari, che passavano attraverso commissioni non per un lavoro svolto ma di natura diversa:  chiamiamole tangenti”.
 
          “Le premesse del fallimento c’erano tutte”, il parere di Giovanni Garau, vice direttore generale di Telekom Serbia, il quale (chiaramente) conosceva benissimo l’impianto che la Stet-Telecom italiana, o chi per essa, aveva deciso di acquistare per il 29 per cento. “La nostra società (non era un mistero per nessuno) era piena di debiti: in cassa non c’era nulla, proprio nulla. Aveva in carico 13.500  dipendenti (non licenziabili), era oberata di impegni per la gestione di centrali che erano autentiche cattedrali nel deserto, perché servivano zone dove mancavano del tutto i clienti, e disponeva di una rete che era da rottamare per almeno il 20 per cento”.
 
            Insomma, una operazione di quelle che gli economisti seri definiscono “ad altissimo rischio”: e non soltanto per le disastrose condizioni finanziarie della società. Le preoccupazioni erano anche, se non soprattutto, per la situazione politico-economica del Paese. “In Serbia”, ha dichiarato Mario Agliata, segretario del Consiglio di amministrazione della Stet International, “vi erano quelli che per gli investitori internazionali sono i parametri peggiori che si possano riscontrare in una azienda da acquistare e tengono lontano, lontanissimo, chiunque abbia un minimo di buon senso: guerra civile, pulizia etnica, crollo del prodotto interno lordo, inflazione non a due ma a tre cifre, consumi ridottissimi, nessuna prospettiva di sviluppo. Come non preoccuparsi, seriamente, di una situazione del genere? Tra noi dirigenti della Stet International si cominciò ad affermare l’idea che quella operazione fosse stata non dico imposta, ma sicuramente non fosse nata all’interno della Stet International. Era davvero difficile, se non impossibile, sostenere che un investimento in infrastrutture di telefonia fissa fosse in quel momento una operazione congrua. Io, i miei soldi, non li avrei mai impegnati, in una operazione del genere e in un Paese in quello stato”.   
 
          Ha pure ricordato, il segretario generale della Stet International,  nella sua articolata e ben circostanziata deposizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta, che nel dicembre 1996, con due decreti del presidente del Consiglio prof. Prodi, il gruppo Stet, che era posseduto dall’Iri per il 61 per cento, fu trasferito al ministero del Tesoro, il quale aveva pagato all’Iri (di cui il professore era stato presidente negli anni della cosiddetta prima Repubblica)14.800 miliardi di lire, più 14 mila miliardi per trasferimento di indebitamento, più altri conguagli, per un totale di 39 mila miliardi. “E proprio in considerazione di questi precedenti”, ha concluso il segretario generale di Stet International, ”mi rifiuto di credere che la presidenza del Consiglio ed un ministero come quello del Tesoro non sapessero cosa si stesse cucinando, per una Stet-Telecom Italia proprietà dello Stato per il 61 per cento, nel calderone della cucina serba”.
 
          Quello che si stava cucinando, amici lettori, ha davvero dell’incredibile. Lo ha ricordato lo stesso Chirichigno amministratore delegato della Stet-Telecom Italia. “Telekom Serbia aveva deciso di vendere non il 29 ma il 49 per cento della società”, le sue testuali parole, “ed aveva valutato questa quota 800 miliardi di lire. Il 29 di quel 49 per cento doveva andare all’Italia ed il 20 alla Grecia, altro Paese caduto nelle grinfie dell’orco Milosevic. Come è finita, poi? E’ finita che l’Italia, il suo 29 per cento, lo ha pagato 893 miliardi, e cioè 93 miliardi più di quello che era in un primo momento il prezzo stabilito per il 49 per cento”.
 
           Si facevano così gli affari in Italia, con gli “illuminati” governi delle sinistre-Ulivo, prima dell’era Berlusconi: si comprava al massimo (con il denaro pubblico, ovviamente) e si vendeva al minimo. Quel 29 per cento, infatti, sarà poi rivenduto alla stessa Telekom Serbia per 377 miliardi. Con una perdita secca, per una azienda proprietà dello Stato per il 61 per cento, di 516 miliardi. Alla faccia degli italiani.
 
 
(2. puntata – continua)         


Gaetano Saglimbeni
 
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15 luglio 2005

Gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta che le sinistre vorrebbero far dimenticare (1. puntata)




Gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta
che le sinistre vorrebbero far dimenticare (1. puntata)
 
Prodi: “Sì, ero presidente del Consiglio,
ma sull’affare Telekom Serbia
nulla vidi, nulla sentii e nulla seppi”
 
di Gaetano Saglimbeni
 
 
           Quando il segretario dei Ds ex comunisti Piero Fassino è stato convocato insieme a Romano Prodi e Lamberto Dini dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla scottante vicenda di Telekom Serbia, Giampaolo Pansa, condirettore del settimanale “L’Espresso” molto vicino alle sinistre-Ulivo, gli ha chiesto se era sua intenzione (o anche suo interesse) presentarsi, per aver modo così di raccontare e chiarire come fossero andate realmente le cose, e Fassino ha risposto, sorprendendo non poco l’intervistatore amico: “E perché dovrei presentarmi proprio io, che sono il solo a non entrarci in quella vicenda?”. Una risposta strana, e abbastanza ambigua, che non poteva non far nascere il sospetto che gli altri due invece (e cioè Prodi e Dini) c’entrassero. Sospetto che, purtroppo, non è stato possibile fugare, dal momento che nessuno dei tre si è presentato alla Commissione per lasciarsi interrogare, serenamente e democraticamente.
 
           Ricorda quella risposta di Fassino, l’on. Enzo Trantino, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Telekom Serbia, nella lunga e dettagliatissima relazione che ha presentato a conclusione dei lavori.  “Liberissimi di comportarsi come vogliono, i nostri ex uomini di governo”, scrive il presidente Trantino, noto avvocato penalista siciliano, appartenente ad Alleanza nazionale, “ ed anche di ricorrere, come hanno fatto, a mezzucci non proprio ortodossi e politicamente inaccettabili per sottrarsi alle più che legittime domande di una Commissione d’inchiesta istituita per volontà di Camera e Senato. Ma nelle parole dell’ex sottosegretario Fassino, riportate da un giornalista della serietà di Gianpaolo Pansa e mai smentite dall’interessato, non posso non vedere, quanto meno, una precisa indicazione di responsabilità per gli altri due, cioè Prodi e Dini”.
 
          Ed aggiunge, il presidente-relatore Trantino: “Non hanno ritenuto, nessuno dei tre, di doversi presentare alla Commissione? Il nostro dovere era portare a termine entro i tempi fissati dai presidenti della Camera e del Senato il compito che ci era stato affidato e lo abbiamo fatto, con il massimo scrupolo di parlamentari e l’impegno delle nostre professionalità. Chi si è sottratto ad un dovere che è politico e morale, quello di lasciarsi liberamente e serenamente interrogare su fatti che  riguardano attività di governo, se ne assume ogni responsabilità. Non essendo comparsi in aula, questi nostri illustri colleghi hanno offeso non noi, ma il Parlamento che rappresentiamo. E, se per loro vale qualcosa, hanno offeso il popolo italiano che ha il diritto di conoscere i fatti. O no?”.
 
          Era presidente del Consiglio, il prof. Romano Prodi, quando l’affare Telekom Serbia fu concluso, nel 1997, e Lamberto Dini ministro degli Esteri, con Piero Fassino sottosegretario. Ed era proprio Fassino  (a leggere le cronache politiche del tempo) l’uomo di governo italiano che, per questioni politico-diplomatiche, incontrava a Belgrado più frequentemente il dittatore jugoslavo Milosevic. “Questioni di politica internazionale, non rapporti di affari”, ha sempre tenuto a precisare l’ex sottosegretario. Solo che quanto avvenne nel 1997 aveva poco o nulla a che vedere con la politica e la diplomazia e molto con gli affari, e si rivelerà poi, a giudizio di autorevoli economisti non di parte, “l’affare più disastroso (anche politicamente, non soltanto economicamente) nella storia della Repubblica italiana”.
 
           Ricapitoliamo brevemente i fatti, per chiarezza nostra e dei lettori. La Stet-Telecom, che a quel tempo era proprietà dello Stato italiano per il 61 per cento, acquistò per 893 miliardi delle vecchie lire una quota (il 29 per cento) della disastratissima Telekom Serbia. Un grosso “regalo”, denunciarono i deputati di Forza Italia (allora all’opposizione), al presidente jugoslavo Slobodan Milosevic che l’Europa considerava già un “dittatore sanguinario”.
 
            In cambio di che cosa, quel grosso “regalo”, non si è mai saputo. C’è chi ha parlato di tangenti, che sarebbero state incassate da intermediari per conto dei politici interessati all’affare, ma nessuno l’ha potuto fin qui dimostrare. Ed allora, se vogliamo fare informazione seria, omettiamo di parlare di tangenti, finché la magistratura (se ne occupa da anni quella di Torino) non avrà fatto piena luce su quello che comunque è considerato soltanto un aspetto marginale della vicenda, e parliamo unicamente di quelle che costituiscono invece il “nocciolo essenziale” dello sconcertante caso, le responsabilità politiche, per l’accertamento delle quali il Parlamento ha nominato la Commissione d’inchiesta.
 
           Chi autorizzò quell’acquisto così insensato, inopportuno politicamente e disastroso sotto il profilo economico? Disastroso, certo, perché quella stessa quota di Telekom Serbia, supervalutata 893 miliardi delle vecchie lire dai nostri tecnici al momento dell’acquisto, fu poi rivenduta alla stessa Tv di Belgrado per 377 miliardi, e cioè per poco più di un terzo della somma a suo tempo versata, con una perdita quindi di 516 miliardi (che non erano certo bruscolini, nemmeno in tempi di lira svalutata).
 
           Pensate un po’, amici lettori, a quello che sarebbe successo se a procurare una perdita del genere fosse stato l’amministratore di una azienda privata: lo avrebbero cacciato a pedale, per manifesta incapacità, se non per truffa (da denunziare quindi alla Autorità giudiziaria). Ed invece, alla Stet-Telecom Italia, non avvenne nulla di tutto questo. Non avvenne nulla neppure al governo, né a palazzo Chigi né nei ministeri che (trattandosi di una azienda proprietà dello Stato per il 61 per cento) avevano il dovere di vigilare. Per completezza e correttezza di informazione, dobbiamo ricordare  che ministro del Tesoro era Carlo Azeglio Ciampi e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (in pratica, braccio destro del presidente Prodi) l’on. Enrico Micheli. 
         
           “Non ne sapevamo nulla”, hanno dapprima risposto in coro il prof. Prodi e compagni. Poi hanno cambiato tono, quando sono venuti fuori ben 14 dispacci a suo tempo inviati al nostro ministero degli Esteri dall’ambasciatore italiano a Belgrado, il quale riteneva di dover richiamare l’attenzione delle autorità competenti non soltanto sulla “inopportunità e la pericolosità” dell’affare che si stava per concludere con il dittatore Milosevic, ma anche sulla “assoluta mancanza di convenienza economica”, viste le condizioni in cui si trovava ed operava la boccheggiante televisione di Stato serba.   
         
            Ha parlato quindi, per tutti, l’ex sottosegretario Fassino. “Sapevamo dei programmi di acquisto di nuove aziende da parte della Stet-Telecom”, ha spiegato, “ma sapevamo anche che non era né un diritto né un dovere del governo intervenire nell’affare, perché la sua conduzione  era e doveva restare di pertinenza esclusiva dell’azienda”. E credo sia la più grossa fandonia che un uomo politico (appartenente ad una categoria che, si sa, è abituata a raccontare balle) possa pronunciare.
 
            Se il presidente del Consiglio ed i suoi ministri e sottosegretari non si occupavano di un’azienda che era dello Stato per il 61 per cento, e consentivano ai dirigenti di sperperare in quel modo il denaro pubblico (ed anche quello degli azionisti privati, ovviamente) senza alcun controllo da parte dell’azionista di riferimento, i casi sono due: o erano tutti negligenti, strafottenti e dunque irresponsabili, gli uomini politici che governavano in quegli anni l’Italia, o erano degli inetti, assolutamente incapaci, e quindi da tenere lontani (per manifesta incapacità, appunto) dalla pubblica amministrazione.
 
           “E’ mai pensabile”, ha scritto sul “Corriere della Sera” l’illustre politologo Ernesto Galli della Loggia, “che una azienda pubblica italiana potesse condurre in porto un simile acquisto, per una cifra così considerevole e soprattutto da un venditore di così dubbia reputazione come Milosevic, signore della guerra dei Balcani, senza una preliminare autorizzazione politica dal governo di centrosinistra dell’epoca?… Se si appurasse che le cose stavano effettivamente così, sarebbe di una gravità politica per lo meno pari (se non superiore) a quella rappresentata dalla consapevole decisione presa da qualcuno (magari in cambio di qualche tangente) di aiutare il regime criminale di Milosevic. I piani alti della politica dell’epoca, insomma, ospitavano degli inetti o una quinta colonna balcanica?…”.
        
            E Gianpaolo Pansa su “L’Espresso”: “Quello che i giudici hanno sempre detto per le illegalità, vere o presunte, alla Fininvest, e cioè che Silvio Berlusconi da presidente non poteva non sapere, deve valere anche per il presidente del Consiglio prof. Prodi. Chi sta in cima a una piramide di potere, non può non conoscere che cosa va facendo chi gli sta sotto”. Giudizio pienamente condiviso da Ezio Mauro, direttore de “La Repubblica” (“Il governo non poteva non sapere”), Francesco Merlo su “Oggi” (“L’acquisto del 29 per cento di Telekom Serbia era un affare di Stato e non è credibile che gli uomini dello Stato non sapessero quel che faceva lo Stato”), Claudio Rinaldi su “L’Espresso” (“Non credo a tangenti che sarebbero state incassate da uomini di governo, ma debbo dire che l’acquisto di una quota di Telekom Serbia durante il governo Prodi fu un grave errore: finanziario, perché la Stet-Telecom Italia, nel 1977 ancora controllata dallo Stato, pagò un prezzo altissimo; politico, perché l’operazione fornì denaro fresco alla bieca tirannia di Slobodan Milosevic”).
 
            “Un disastro economico, oltre che politico”, ha scritto il presidente della Commissione parlamentare Trantino nella relazione conclusiva. Ed ancora: “Macroscopica disapplicazione dei principi basilari di una sana e corretta amministrazione”, “Mala gestione con chiare e forti connotazioni politiche”, “I governanti di allora, sembra che fossero al governo di un altro Stato, non dell’Italia, quando questo inquietante affare si compiva”.
 
            E si capisce, da queste durissime considerazioni sia di autorevoli giornalisti che del presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, come le sinistre abbiano tutto l’interesse a far dimenticare agli italiani quanto è successo. Singolare e fin troppo  eloquente l’iniziativa del deputato della Quercia Umberto Ranieri, ex sottosegretario agli Esteri, il quale in una seduta congiunta delle commissioni Esteri e Trasporti, approfittando della momentanea assenza di molti rappresentanti della Casa delle libertà, ha fatto votare ed approvare un emendamento della opposizione che, leggiamo in una nota diffusa a fine seduta con dichiarazione ufficiale dello stesso Ranieri, “punta a sopprimere la proposta di ricostituire la Commissione parlamentare d’inchiesta Telekom Serbia, per chiudere definitivamente una storia penosa che la Casa delle libertà tira fuori solo per fini propagandistici”.
 
            E’ l’accoratissimo auspicio delle sinistre, dimenticare e far dimenticare. Ma non saranno certo i partiti della opposizione, con un semplice emendamento approvato alla chetichella in una sede che non sappiamo cosa avesse a che vedere con il “regalo” fatto a suo tempo dal governo italiano delle sinistre-Ulivo al dittatore jugoslavo Milosevic, a stabilire se la Commissione vada ricostituita o no. Se la maggioranza ritiene che tutto debba essere ancora chiarito in quello sconcertante “affare di Stato”, nessuno potrà impedire ai presidenti di Camera e Senato di nominare una nuova Commissione.
 
         Gli italiani hanno il diritto di sapere come sono andate realmente le cose; ed il prof. Prodi e compagni, il dovere di spiegarlo. La democrazia, quella vera, ha delle regole precise, che nessuno può ignorare o, peggio, calpestare. 
 
(1. puntata  - continua)                     Gaetano Saglimbeni
 
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sito web:
www.gaetanosaglimbenitaormina.it




permalink | inviato da il 15/7/2005 alle 0:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


25 maggio 2005

Telekom-Serbia Commissione con cui la CdL tentò di farsi propaganda?

Non ci sarà nuova Comm.Telekom-Serbia

Non sarà istituita la commissione parlamentare Telekom-Serbia. Nelle seduta congiunta delle commissioni Esteri e Trasporti è infatti passato un emendamento dell'opposizione,presentato da Ranieri (Ds), che punta a sopprimere la proposta di ricostituire la commissione di indagine.L'Unione ha votato a favore,la CdL era a ranghi ridotti. "Mi auguro-ha commentato Ranieri -che questo voto chiuda definitivamente la penosa storia avviata 4 anni fa con la costituzione della commissione con cui la CdL tentò di farsi propaganda".

Fatti non parole......!

Mistero Telekom Serbia
Alla sinistra non mancava il senso degli "affari"...propri

I numeri parlano da soli, o quasi. Una perdita secca del 99% pari a 886 miliardi di vecchie lire. Questo è quanto è costato finora “l’affaire” passato alla storia come Telekom Serbia. A questa valutazione sono giunti i consulenti finanziari della commissione d’inchiesta parlamentare. Diamo un rapido sguardo alla vicenda.

Nel mese di giugno del 1997 Telecom Italia acquistava il 29 % delle quote azionarie di Telekom Serbia per la cifra ufficiale di 893 miliardi di vecchie lire. Nel mese di dicembre del 2002 la Telecom Italia rivendeva la stessa quantità di quote azionarie alla Telekom Serbia per la cifra di 377 miliardi e 572 milioni di lire che verranno pagati in questo modo: 120 milioni di euro in quattro rate a partire dal mese di marzo 2003; altri 75 milioni di euro scaglionati in sei anni. E oggi Telecom Italia e PTT (l’azienda pubblica controllata dal governo serbo) firmano il “closing” dell’operazione per la cessione del 29% di Telekom Serbia. Quindi, a distanza di circa 6 anni, la Telecom Italia ha accusato per questo affare, una perdita di 515 miliardi e 428 milioni di vecchie lire, pari al 58% di perdita rispetto al prezzo d’acquisto. Ora, valutando gli interessi bancari del 12% secco, per sei anni, si ottiene una perdita ulteriore di circa 371 miliardi e 108 milioni. Il totale, quindi, della perdita ammonta a 866 miliardi e 536 milioni di vecchie lire.

I dati parlano chiaro: l’operazione Telekom Serbia “non doveva essere fatta, o almeno non a quel prezzo”. Anche Enzo Trantino, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’affare Telekom Serbia che conduce con competenza, parla chiaro: gli oltre 886 miliardi di vecchie lire stimati dai consulenti come totale delle perdite per Telecom Italia, sono “risultati frutto non del senno di poi: l’operazione nasceva disastrosa”. Secondo Trantino c’erano tutte le premesse perché l’affare fosse un disastro: “Il prezzo pagato, definito da tutti eccessivo; il rischio Paese (infatti aleggiava la guerra); lo stato obsoleto della rete serba. Se qualcuno si interroga ancora sull’utilità dell’istituzione della Commissione Telekom Serbia, credo che possa essere servito. Se queste sono le responsabilità “politiche”, ha assicurato Trantino, cercheremo ancora nel caso emergano “responsabilità individuali” senza fare sconti a nessuno.

Il ministro del Tesoro dell’epoca, azionista principale di Stet-Telecom Italia, era l’attuale presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Ministro degli Esteri era Dini, Presidente del Consiglio Romano Prodi.
Secondo voi come finirà ???

g.d.

Ndr: Tra il prezzo d’acquisto e quello di vendita esiste una differenza di oltre cinquecento miliardi di vecchie lire: sono finiti in mazzette, carrarmati per il Kosovo e/o su allegri conti correnti aperti qua e là ??? – Attendiamo risposte e/o restituzioni da parte di coloro che per il momento ci limitiamo a considerare “ignoranti sprovveduti”, vittime dell’orco di Belgrado.
 




permalink | inviato da il 25/5/2005 alle 18:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa

sfoglia     luglio       


 

                                         
 



Non andare in giro dicendo
che il mondo ti deve dare da vivere.
Il mondo non ti deve dare nulla :
era lì prima che tu arrivassi.

 

 

ControCorrente

Movimento d'opinione
che si propone di premiare
dare fiducia a persone
e politici che siano
garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore.
Sono garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore:
 
 
Vota:Berlusconi,Angelilli

 
    
 

     

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fiamma Nierenstein
 
 

No alla Ue




ORIANA FALLACI



Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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