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19 novembre 2007

L'indegno governo Prodi e sindacati. TREVISO, MUORE OPERAIO COLPITO DA MEZZO SOLLEVATORE

 

TREVISO, MUORE OPERAIO COLPITO DA MEZZO SOLLEVATORE

Treviso, 19 nov. - (Adnkronos) - Un operaio di quarant'anni e' morto mentre lavorava in un magazzino di un ipermercato di Pieve di Soligo (Treviso). L'uomo stava caricando del materiale con un muletto quando, per verificare il corretto funzionamento del mezzo sollevatore, si e' portato sotto la forca utilizzata per sostenere e caricare il materiale. Improvvisamente il pianale in acciaio, che sembrava bloccato, e' slittato verso il basso colpendo al collo il magazziniere rompendogli l'osso del collo. Inutili tutti i soccorsi, l'uomo e' spirato quasi subito. 

INFORTUNI: MORTO OPERAIO FS A TARANTO, CADUTO DA UN PONTEGGIO
Taranto, 20 nov. - (Adnkronos) - Un operaio di 53 anni, dipendente delle Ferrovie dello Stato, e' morto questo pomeriggio in un incidente sul lavoro avvenuto a Taranto. Si tratta di Luciano Cito, di Putignano, nel barese. L'uomo e' caduto da un ponteggio mentre stava operando in un'officina industriale di Porta Rotondella, vicino alla Stazione del capoluogo jonico. L'uomo e' morto all'Ospedale 'Santissima Annunziata'.





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30 ottobre 2007

Comunismo

  

Birmania le foto orribili della vergogna

 



“Carissimi, le parole vengono meno. Queste foto di un monaco assassinato sono state prese in segreto in un obitorio.
Pensate quanti molti altri hanno subito lo stesso destino.
Vi prego, diffondete queste fotografie a più gente possibile, perché il mondo sappia che c’è bisogno di molto più che a semplice condanna di questi bastardi [della giunta comunista ] ”.

Sono le foto della vergogna:

Vergogna della giunta, che proprio oggi diffonde alle telecamere di tutto il mondo il suo goffo tentativo di “riconciliarsi” con i monaci buddisti, costringendoli ad accettare doni. Ma siccome le autorità dei monasteri hanno proibito ai loro bonzi di farlo, i militari hanno inscenato una farsa, con falsi monaci, per una falsa riconciliazione. La giunta cerca di far “comprendere” alle autorità buddiste la “necessità” della repressione. Ma queste foto accusano ogni buona intenzione ed esigono domanda di perdono e un cambiamento radicale nel Paese. Secondo fonti diplomatiche, questa nuova repressione del governo militare del Myanmar – che si definisce socialista e laico, ma cerca l’appoggio dei monaci per continuare il suo dominio – è costata a vita a centinaia di persone e l’arresto di oltre 6 mila.

Vergogna per noi, che al di là di qualche sussulto di scandalo verso le violenze dei militari, abbiamo pensato che in fondo si tratta solo della soppressione di alcune manifestazioni, quando invece si tratta di un sistema che uccide, ammazza, schiavizza una popolazione di quasi 50 milioni di persone.
   
Vergogna per l’Onu e la comunità internazionale, che non trova strumenti efficaci per garantire la democrazia a un popolo che l’ha scelta da tempo. Il problema è che si tratta con la giunta solo con il minuetto diplomatico, mentre occorre dare voce alla società civile mondiale per affrontare quella che è un’emergenza umanitaria. Occorre che la Croce Rossa internazionale possa andare in Myanmar a visitare le prigioni; che l’Ufficio Onu del lavoro visiti gli schiavi dei lavori forzati; che le Ong possano svolgere un lavoro a favore della popolazione impoverita dal dominio e dal commercio della giunta con Cina, India e Thailandia.
Da Asianews
Non ho messo il link, ma direttamente le foto del monaco ucciso in modo così brutale, perchè chi le guarda riceva un pugno allo stomaco, ancor prima di leggere la vergogna che esse rappresentano.
Un pugno che vuole essere una sveglia.
In questo mondo dove ormai nulla é più reale, dove si parla di sofferenze inumane, come dell'ultima partita della squadra del cuore, giustificandole o sottovalutandole a seconda dell'ideologia politica, un mondo che dimentica che una dittatura di qualsiasi natura vive e prospera grazie al sangue di milioni d'innocenti.
Chi appoggia la giunta birmana ha 'armato' la mano del boia che ha massacrato quel povero monaco.  
Orpheus

http://orpheus.ilcannocchiale.it/




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1 agosto 2007

Crimini del comunismo .Finalmente davanti a un tribunale uno dei capi dei Khmer Rossi

 

Finalmente davanti a un tribunale uno dei capi dei Khmer Rossi
Il tribunale internazionale sta interrogando Kaing Khek Lev, più noto col nome di battaglia Duch, che era capo di uno speciale reparto della polizia segreta. E’ l’unico arrestato dei leader del regime maoista di Pol Pot, che tra il 1975 ed il 1979 uccise due milioni di persone. 

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Phnom Penh (AsiaNews/Agenzie)
– E’ finalmente giunto davanti al tribunale internazionale uno dei capi dei Khmer rossi responsabili del genocidio compiuto in Cambogia tra il 1975 ed il 1979. Si tratta di Kaing Khek Lev, più noto col nome di battaglia Duch, capo di uno speciale reparto della polizia segreta, arrestato nel 1999. Il mese scorso, l’accusa aveva chiesto che cinque esponenti del regime fossero giudicati per “crimini contro l’umanità, genocidio, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra, omicidio, tortura e persecuzione religiosa”, ma nessuna accusa formale è stata ancora elevata contro Duch, unico leader dei Khmer rossi ad essere stato arrestato. Ora è atteso da un interrogatorio a porte chiuse, alla presenza del suo avvocato e di un interprete. Il suo avvocato Kar Savuth, ha dichiarato che Duch “non è colpevole di alcun crimine; egli ha solo eseguito ordini datigli verbalmente”.Un portavoce del tribunale, Reach Sambath ha spiegato che i giudici vogliono portare a termine l’interrogatorio, prima di decidere le loro successive azioni. Il tribunale che dovrebbe valutare le responsabilità dello sterminio di circa due milioni di persone da parte del regime maoista di Pol Pot è stato istituito l’anno scorso, dopo otto anni di trattative tra Phnom Penh e le Nazioni Unite, che hanno fatto mettere in dubbio la volontà cambogiana di renderlo operativo. Nel frattempo Pol Pot è morto - nel 1998 - ed un altro dei massimi responsabili, Ta Mok, lo ha seguito nel 2006. Sono vivi e liberi, anche se in cattive condizioni di salute Nuon Chea, considerato l’idelogo del regime, Khieu Samphan, allora capo dello Stato, e Leng Sary, che era ministro degli Esteri.
 
 




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12 luglio 2007

Porcate comuniste

 

Ferrero vuol dare 50 milioni di euro alle moschee

di Dimitri Buffa


Cinquanta milioni di euro per favorire l’integrazione degli immigrati possono anche essere una buona idea. Ma diventano una sciagura se a gestire questi fondi saranno le moschee e i centri islamici italiani sparsi nel territorio.
Peccato si tratti spesso di luoghi che rappresentano vere fucine dell’integralismo islamico. Per questo gli islamici moderati delle comunità marocchine presiedute da Souad Sbai hanno intenzione nei prossimi giorni di denunciare  all’opinione pubblica l’ennesima trovata propagandistica del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. Che ieri ha partecipato alla grande Moschea di Roma a una conferenza stampa per la presentazione del primo di questi esperimenti, “Laboratorio cittadinanza”, un percorso formativo di educazione civica destinato agli immigrati musulmani.
Ovviamente qui non è in questione né la serietà della moschea di Roma (che anzi a dirla tutta è l’unico ente di culto islamico che abbia una convenzione con lo stato italiano, dato che tutte le altre sono sedicenti moschee fai da te dove alligna di tutto, da Adel Smith ad Abu Omar) né la buona fede del suo segretario Abdallah Redouane che è uno dei pochi islamici moderati in Italia oltre a esser un uomo di enorme cultura.
Ma è il principio. Dice Ahmed Habouss, sociologo e antropologo presidente dell’Osservatorio Scientifico Euro-Mediterraneo, nonché docente di arabo all’Università di Pisa: “Nessuno può avere il monopolio dell’Islam e lo stato italiano non può affidare alle moschee i soldi per l’integrazione degli immigrati. Neppure possono esistere progetti differenziati di integrazione per immigrati islamici e per immigrati non islamici. Infine, non si possono costringere quelli che vogliono usufruire dei finanziamenti ministeriali per integrarsie diventare cittadini italiani a frequentare le moschee italiane che per la maggior parte sono luogo di indottrinamento anti occidentale”.
A fargli eco, Yassine Belkassem, vicepresidente della comunità marocchina in Italia: “Se proprio Ferrero vuole dare soldi alle moschea di Roma, che io rispetto e conosco essere assolutamente moderata, lo faccia affinché vengano formati imam italiani, ma non per il percorso di integrazione alla cittadinanza che caso mai è un diritto di tutti e va svolto dalla scuola pubblica. Possibile che non si renda conto che così invece di integrare discrimina?”
E in realtà qualcosa che non quadra già c’è, se si considera che il progetto portato avanti dalla moschea di Monte Antenne ha riguardato  sinora solo 20 donne. Mentre quello per gli uomini, quindici in tutto, lo ha svolto la moschea della Magliana,  Al Fath, che tanto moderata non è visto che, oltre a fare parte delle cosiddette “moschee fai da te”, ha anche un imam egiziano di ispirazione salafita, tale Sami Salim. “Per 35 persone hanno dovuto fare due progetti con donne separate dagli uomini addirittura in due moschee diverse?”, si chiede Souad Sbai.
Certo tornano in mente adesso gli inviti a votare per il centro sinistra da parte del convertito italiano Hamza Piccardo, già segretario dell’Ucoii (quinta colonna in Italia dei Fratelli Mussulmani, cioè dell’internazionale jihadista del Medio Oriente che fa capo agli ideologi di Hamas). Questi convertiti italiani all’islam, tutti riciclati dell’area di fiancheggiamento del terrorismo rosso e nero, quando non dalla lotta armata vera e propria, ben sapevano che sarebbe arrivata presto l’era del finanziamento a pioggia senza alcun controllo. Ora raccolgono i frutti della propaganda fatta per il voto all’Unione.
L’Italia però può permettersi di subappaltare l’integrazione degli immigrati alle moschee costringendo anche chi non è islamico praticante a frequentarle? Le statistiche dicono che anche tra gli exra comunitari che provengono da paesi islamici non più del cinque per cento va tutti i venerdì in moschea.
Vengono da porsi due domande: ma tutti questi campioni dello stato laico, come il ministro rifondarolo Ferrero, si rendono conto che così stanno dando un potere enorme agli auto eletti rappresentanti dell’islam in Italia? Ed è giusto che sia l’Italia a finanziare la stessa moschea di Roma, in realtà di proprietà saudita, quando anche da Ryad negli ultimi anni i soldi venivano dati con il contagocce?




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3 luglio 2007

Crimini del comunismo

 Inquinamento, in Cina 750mila morti l’anno
 Fonte: unita.it 
 Ogni anno in Cina muoiono 750mila persone a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua. È quanto scrive il Financial Times, dopo che la Cina aveva chiesto che l’informazione fosse rimossa da uno studio della Banca mondiale.




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19 giugno 2007

Un “Che” rosso sangue

              

Un “Che” rosso sangue

di Ernesto Galli Della Loggia

Poi dice che uno rischia di sembrare un fissato. Ma mica è normale vivere da decenni in mezzo a gente che a casa, sulla maglietta che indossa, o dovunque, esibisce come qualcosa di cui menar vanto il ritratto di un uomo che non provava il minimo scrupolo a far fuori la gente e che di gente ne ha fatta fuori non si sa quanta.
Perché Che Guevara era questo, sì, e chi non ci crede si legga il libro appena uscito de
dicatogli da Alvaro Vargas Llosa (Il mito Che Guevara e il futuro della libertà, editore Lindau). Il vero Che: uno che si descrive «vivo e assetato di sangue», che ordina «nel dubbio fucilare», che organizza lui la Ceka cubana, che capo della Comisión Depuradora nonché direttore del terribile carcere La Cabaña manda a morte decine e decine di persone senza graziarne neppure una, e così via tra violenze e deliri di onnipotenza.
Dunque il direttore di «Liberazione» Piero Sansonetti ha ragione e i suoi critici torto: Cuba non era, non è, meglio dell'Urss.

Da Il Corriere della Sera




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18 aprile 2007

Per il comunista console cinese e amici che parlano di italia antidemocratica.






http://www.youtube.com/watch?v=XJBnHMpHGRY&mode=related&search
=


http://www.youtube.com/watch?v=yREl26PUFQk&mode=related&search=

http://www.youtube.com/watch?v=9-nXT8lSnPQ&mode=related&search=


http://www.youtube.com/watch?v=pqhQJwHWF_U&mode=related&search=


http://www.youtube.com/watch?v=5GyryRRL-NY&mode=related&search=


             

L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo.
 


         




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28 novembre 2006

Barbarie comunista

Quando le Br volevano uccidermi

Giampaolo Pansa

Per poco non mi è costato la pelle, questo libro sul terrorismo. Nella primavera del 1980 un gruppo di killer rossi, la «Brigata 28 marzo», una specie di sottomarca milanese delle più famose Br, decise di uccidere tre giornalisti. Il primo dell'elenco era Marco Nozza, inviato de Il Giorno. Lui doveva morire per i suoi articoli sulla violenza armata, sempre schietti e coraggiosi. Lo cercarono senza trovarlo: stava a Torino per seguire un processo a Prima linea.
Allora passarono al secondo della lista,il sottoscritto. Lavoravo a La Repubblica e avevo pubblicato da poche settimane il libro che state per leggere. Mi trovarono a Milano, mi pedinarono e decisero il giorno e l'ora della mia morte. A salvarmi fu il caso: la sera precedente avevo preso l'ultimo aereo diretto a Roma per tornare in redazione. Implacabili, quei burocrati dell'assassinio decisero di eliminare il terzo: Walter Tobagi, inviato de Il Corriere della Sera e presidente dell'Associazione lombarda dei giornalisti. E stavolta ci riuscirono:uccisero Walter la mattina del 20 maggio 1980.
Quando scrissi questo libro, tutto doveva ancora accadere. E non potevo sapere nulla quando il volume uscì presso l'editore Laterza, nel marzo di quell'anno. Cominciai a sapere qualcosa nell'autunno 1980, dopo che i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa arrestarono il capo della «28 marzo». Il terrorista confessò, fece catturare i complici e spiegò perché aveva ucciso Tobagi, dopo aver tentato di ammazzare Nozza e me. Appresi così qual era una delle mie colpe:
questo libro, per l'appunto.
Oggi i tempi sono molto cambiati. Per fortuna il terrorismo rosso e nero è stato sconfitto. Quello che non è ancora scomparso è il virus che sta alla base di tutte le violenze armate: il mito di qualche rivoluzione, l'intolleranza, l'aggressività nei confronti di chi non la pensa come certi gruppi violenti, la voglia prepotente di intimidire e di aggredire chi ha un'idea della vita e della politica diversa da quella che anima le tante piccole bande che si credono il sale della terra.Anche il terrorismo rosso, al quale è soprattutto dedicato questo libro, all'inizio sembrava poca cosa nelle mani di poche persone. Poi è diventato il mostro che ci ha perseguitato per quasi vent'anni .
Quando tutto ebbe inizio, più o meno trenta anni fa, la borghesia moderata italiana rivelò ancora una volta la sua straordinaria capacità di riconoscere all'istante i propri nemici. Quelli che si firmavano «Brigate rosse» erano terroristi di sinistra, avevano come bersaglio la vita dei borghesi e come obiettivo la distruzione della loro sicurezza.Lo dimostravano le vittime dei primi colpi di pistola: dirigenti industriali, magistrati, giornalisti conservatori, politici democristiani e chi aveva il compito di difenderli, gli uomini dei corpi di polizia. A chi faceva osservare che il terrorismo rosso in realtà lavorava contro la sinistra e per una restaurazione autoritaria, i moderati davano una risposta pratica e chiara: forse poteva anche essere così, e a lungo andare sarebbe stata la sinistra a uscirne con le ossa rotte; ma per ora erano soltanto uomini della borghesia a cadere
Dunque, «quelli» erano loro avversari, assassini che volevano prendersi un certo numero di vite, e andavano combattuti come tali.
A sinistra, invece, dinanzi a quei primi colpi di pistola molti non vollero vedere né sentire. Soltanto alcuni ebbero l'onestà di ammettere subito che il terrorismo delle Brigate rosse e dei gruppi affini nasceva in casa, tra le file delle sinistre, e andava messo sul conto del Sessantotto, tra i frutti marci di quella straordinaria stagione di grandi slanci, di enormi sciocchezze e di terribili errori.Quelli che sparavano, infatti, non venivano da una terra di nessuno né ci erano sconosciuti. Li avevamo incontrati nelle università occupate, nei cortei contro la repressione, negli «scazzi» durante le assemblee. Erano giovani leninisti o cattolici radicali o anarchici disperati, o niente di tutto questo e tutto questo assieme. Passati attraverso le allucinazioni ideologiche dell'era contestativa e convinti davvero che «lo Stato si abbatte e non si cambia», alla fine della grande festa si erano ritrovati vittime della frustrazione per quel Sessantotto passato invano,profughi di una politica senza pazienza e senza modestia, impegnati in una corsa cieca lungo la scorciatoia pericolosa del «mai più senza fucile».
Questi erano i terroristi che cominciammo a incontrare all'inizio degli anni Settanta. Ma fra le molte sinistre non si volle ammettere che erano facce note e alcune, un tempo, anche facce amiche. Circolò una tacita parola d'ordine: rifiutare il «problema terrorismo» come problema della sinistra e negare che un certo numero di compagni si fossero messi a sparare,a rubare, a sequestrare. Così gli opportunismi di partito, la paura di essere coinvolti in un discorso amaro, e un'invincibile tendenza ad autoingannarsi, strinsero alleanza e generarono un doppio errore. Il primo fu quello di non voler riconoscere l'identità politica delle bande clandestine e di classificarle come semplici gruppi criminali. Questo avvenne soprattutto con le bande marginali, prima fra tutte quella del «22 ottobre» di Genova, che non si fregiavano della leadership di laureati a Trento,bensì della guida più modesta di operai e sottoproletari. Quando l'origine politica delle bande non poté più essere smentita, si commise il secondo errore: quello di sfuggire alla verità con l'aiuto di figure che avevano, sì, a che fare con la politica, ma erano figure di comodo, immagini continuamente diverse, talora contrastanti, però sempre false. Fu l'epoca del camuffamento. Per non confessare che il terrorismo veniva dalle file della sinistra, si cominciò a parlare di «sedicenti» Brigate rosse,di fascisti travestiti, di provocatori organizzati dal padrone, di agenti dei servizi segreti addetti alla strategia della tensione, di mercenari al seguito di qualche complotto straniero.
Più tardi si ricorse a un camuffamento meno lontano dalla verità: i terroristi, in fondo, sono soltanto dei compagni che sbagliano. Quel «compagni» suggeriva molte cose e avrebbe dovuto condurre le sinistre a un esame accurato dei rispettivi album di famiglia, primo passo verso un giudizio politico netto su chi si era dato alla macchia.
Ma l'immagine aveva anche un suono quasi affettuoso, vi si sentiva la voce di chi è disposto a comprendere e poi a giustificare e infine a perdonare , Così «il compagno che sbaglia» non rappresentò soltanto un'altra figura di comodo: fu l'alibi per rimandare sempre la condanna politica e morale dei gruppi clandestini, e per non riconoscere che il terrorismo rosso era per le sinistre e per la democrazia un nemico ancora più pericoloso di quello nero.
Come non ricordare il tempo dell'ipocrisia,gli anni sino al '74? Il mito dell'avanguardia armata andava ancora forte e sembrava in grado di attenuare la delusione per i tanti slogan scanditi invano. Quante volte, di fronte a una classe politica imbelle e spesso marcia, di fronte a un sistema di alternative bloccate che non offriva speranze a nessuno e tanto meno ai più giovani, quante volte non abbiamo pensato: «Meglio le Brigate rosse di chi froda il fisco, di chi ruba nelle casse statali, di chi specula sulla salute del prossimo»?
Le indagini della polizia erano pure azioni provocatorie contro l'opposizione di classe, la scoperta delle basi clandestine semplici messe in scena delle questure, i giudici impegnati nelle indagini sul terrorismo di sinistra ciechi persecutori delle avanguardie ai quali non si doveva credere, mai, a nessun costo. E quando venne sequestrato il procuratore Sossi, molti videro in quel rapimento la giusta lezione inflitta a un magistrato conservatore e una lunga beffa giocata allo Stato democristiano e dei padroni.
Poi anche i terroristi rossi fecero i loro primi morti. Accadde a Padova nel '74. Ma poiché era stato versato sangue missino, neppure quelle due vite spezzate bastarono.
Per spiegare un delitto che non rientrava nello schema del Robin Hood vendicatore però mai assassino, certuni inventarono per i loro lettori una macchinosa storia di faide interne al neofascismo che s'erano coperte con la sigla brigatista. Altri si rallegrarono, dal momento che i morti erano fascisti e quindi, secondo lo slogan,soltanto carogne, tornate finalmente nelle fogne.
Altri ancora continuarono a dire: «Sì, uccidono. Ma hanno delle idee e lottano per cambiare questa società». E così, alla ricerca di quali idee avesse il terrorismo, ogni volantino venne studiato come la bozza di un progetto politico elaborato da compagni che forse continuavano a sbagliare ma che era importante ascoltare. Per la stessa ragione, ogni fuga dal carcere sembrò un'evasione dai Piombi dello Stato Imperialista delle Multinazionali. Ogni generale dei carabinieri impegnato a dar la caccia a chi sparava fu definito un repressore del dissenso,un germanizzatore per conto del compromesso storico, un potenziale golpista. Ogni clandestino preso con le armi in pugno ispirò a pietosi cronisti racconti gonfi di rammarico. E in queste cronache, anche i killer assassini, anche gli addetti alla bassa macelleria del terrorismo, ebbero diritto al titolo di «militanti rivoluzionari» e persino a quello di «combattenti» (contro chi? contro le vittime dei loro omicidi?).
Ci vollero altri anni, e molti altri morti, e soprattutto l'assassinio di un operaio comunista e di un giudice amato dalle sinistre,
perché quasi tutti aprissero gli occhi. Allora, sia pure in ritardo, si fecero alcune scoperte banali. La clandestinità non produceva politica, ma soltanto una disperata caricatura della politica. La guerriglia non creava consensi, ma unicamente volontà di reazione e misure di sicurezza a danno della libertà di tutti.
Il partito armato non aveva per la società italiana alcun progetto né riformatore né rivoluzionario perché si era sempre mosso lungo due ipotesi soltanto distruttive: trasformare la democrazia in un regime autoritario,in un nuovo fascismo, e, come fanno tutti i bravi cacciatori di teste, aggiungere assassinio ad assassinio. Oggi, finalmente, il terrorismo ci appare per quella cosa povera e feroce che è sempre stato. Brigate rosse, Prima linea e le più piccole bande sono un insieme di squadroni della morte che in quasi dieci anni hanno saputo costruire una cosa sola: la paura. L'Italia del dopoguerra aveva dimenticato quest'ombra nera, l'ombra di chi ti aspetta mentre vai al lavoro o rientri a casa, e ti uccide.Adesso gli squadroni della morte l'hanno rimessa accanto alla nostra vita. E ogni giorno vediamo ricominciare la paura. La paura di chi è stato colpito. La paura di chi teme di esserlo. La paura di chi, pur sentendosi fuori dal mirino di quelle pistole, osserva sgomento ciò che gli accade intorno; l'uomo ridotto a preda da terrorizzare e poi da abbattere . In questo modo, la storia del terrorismo italiano è, in realtà, la storia delle vittime del terrorismo. Infatti, che cosa potranno mai raccontare nei loro diari di battaglia gli squadroni della morte?
Non certo l'inizio della guerra proletaria, non la fine del capitalismo, e neppure la distruzione dello Stato. Avranno soltanto da annotare una serie interminabile di atti violenti contro l'uomo, mascherati da «campagne di guerriglia» o da «fronti di combattimento», avranno soltanto da elencare i nomi degli innocenti assassinati È la povertà delle opere del terrorismo, e assieme la loro ferocia, ad aver suggerito questo libro. Accanto alla vicenda di uno dei tanti dannati dal mito dell'insurrezione,le storie qui raccolte sono quasi tutte moderne storie di briganti narrate da un versante scelto di proposito: quello di coloro che hanno provato sulla propria vita a che cosa conduce la logica dell'annientamento e la tecnica della caccia all'uomo. Certo, ci sono anche altre vicende da ricostruire . Ma oggi bussano alla nostra porta e chiedono di essere ascoltate queste voci, le voci di chi è stato spinto, inconsapevole, nell'inferno di una guerra dichiarata da una parte sola.




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24 febbraio 2006

Strasburgo, 25 gennaio 2006 - Il Consiglio d'Europa ha approvato una risoluzione di condanna dei crimini del comunismo.

                                                            

Strasburgo, 25 gennaio 2006 -
Con 99 sì e 42 no, l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha approvato una risoluzione di condanna dei crimini del comunismo.

La votazione è avvenuta al termine di un acceso dibattito. In una successiva votazione l'assemblea ha bocciato una proposta di raccomandazione al comitato dei ministri per l'organizzazione, tra l'altro, di una conferenza internazionale sui crimini commessi dai regimi comunisti totalitari.
La risoluzione di condanna aveva bisogno della maggioranza semplice, la raccomandazione ai ministri di una maggioranza pari ai due terzi: sulla raccomandazione ci sono stati 85 si e 50 no. L'assemblea ha approvato e fatto propria la risoluzione presentata dallo svedese Lindblad (Ppe) a nome della Commissione politica dopo aver bocciato una richiesta di rinvio del voto sulla condanna avanzata dal Pse.
La risoluzione è intitolata 'Necessità di una condanna internazionele dei crimini dei regimi comunisti totalitari' e parte dalla constatazione che la grande opinione pubblica è molto poco a conoscenza di tali crimini relativi al secolo scorso e che finora, al contrario di quanto è avvenuto per i crimini del nazismo, nessuna istituzione internazionale ha preso chiaramente una posizione di condanna nei confronti delle atrocità dei regimi comunisti.
A 15 anni dalla caduta del muro di Berlino - dice la risoluzione di condanna - si offre l'occasione per colmare questa lacuna alla luce del fatto che ancora oggi 'una certa nostalgia del comunismo' sembra essere presente in alcuni Paesi, per cui c'è il rischio 'che in alcuni di questi Paesi i comunisti riprendano il potere'.
 

La risoluzione fatta propria dalla assemblea invita quindi i partiti comunisti o post-comunisti degli stati membri del Consiglio d'Europa che non l'hanno ancora fatto a 'riesaminare la storia del comunismo e il loro proprio passato, a prendere chiaramente le distanze dai crimini commessi dai regimi comunisti totalitari ed a condannarli senza ambiguità'.
Quindi le cifre, tragiche, dei crimini del comunismo: secondo una valutazione per difetto - dice la risoluzione - il numero delle persone uccise dai regimi comunisti è questo: Unione Sovietica, 20 milioni di vittime; Cina, 65 milioni; Vietnam, 1 milione; Corea del Nord, 2 milioni; Cambogia, 2 milioni; Europa Orientale, 1 milione; America Latina, 150 mila; Africa, 1,7 milioni; Afghanistan, 1,5 milioni.
Il totale, secondo la risoluzione di condanna, sfiora i 100 milioni di vittime tra esecuzioni individuali e collettive, decessi nei campi di concentramento, vittime della fame e delle deportazioni.




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16 aprile 2005

Ersilia Salvato, Io Incompatibile Con Certa Politica


Ds: Castellammare - Ersilia Salvato, Io Incompatibile Con Certa Politica

Napoli, 14 apr. - (Adnkronos) - ''Con la mia decisione voglio semplicemente dire con coerenza la mia inquietudine e la mia lontananza da un certo modo di intendere e praticare la politica, la mia incompatibilita' con certi ceti politici''. E' quanto dichiara a 'Il Mattino' l'ex senatrice Ersilia Salvato, subito dopo aver lasciato il gruppo dei Ds di Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, polemizzando sulla possibile ingerenza della camorra rispetto ai seggi delle elezioni amministrative in Campania.
Bassolino in  Campania ?
Prende il 62% in quartieri come Secondigliano, San Giovanni a Teduccio, Barra, Ponticelli, dove il degrado è massimo e dove regna la camorra.




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17 giugno 2003

Ancora Prodi

 

Il Financial Times:

 Prodi

è dentro lo scandalo Eurostat

 L'accusa: scarso controllo su appropriazioni di fondi Ue

  Bruxelles -Il financial Times in edicola martedì ha scritto che il presidente della Commissione Ue, Romano Prodi, starebbe per essere travolto, assieme ad altri tre funzionari, dallo scandalo 'Eurostat', l'istituto di statistica europeo. Sdegnato il commento dell'economista: "Parole infamanti".

Ft: "Prodi era consapevole dei gravi problemi di Eurostat"

Il quotidiano britannico, che titola "Prodi tirato dentro allo scandalo sul saccheggio Eurostat", precisa di "poter rivelare che Prodi fosse consapevole dei gravi problemi di Eurostat. Una lettera inviata nel settembre scorso, infatti, sottolineava la preoccupazione della Commissione su possibili atti illeciti presso il dipartimento nel giugno 1999".

Secondo la ricostruzione del Financial Times, la squadra di Prodi, malgrado la promessa di reprimere le frodi e proteggere gli informatori, non è riuscita a prendere iniziative con la necessaria determinazione nonostante le segnalazioni ricevute su presunti atti illeciti in Eurostat.

La magistratura francese indaga sul dg Eurostat Franchet

La magistratura francese è intervenuta nella vicenda, iniziando ad indagare sulle irregolarità di Eurostat. Le accuse sono cadute su Yves Franchet, direttore generale dell'Istituto, e Daniel Byk, direttore di uno dei sei dipartimenti di Eurostat, sospettati di aver creato "interamente o parte" del sistema tramite il quale i fondi pubblici sarebbero stati dirottati su un conto segreto di risparmio lussemburghese. Il giornale aggiunge che l'inchiesta della Commissione avrebbe trovato prove di "una rapina a mani basse di fondi Ue".

Prodi: "Titolo infamante, siamo in campagna elettorale"

Il primo commento, martedì mattina, è giunto dal portavoce del presidente della Commissione, che ha definito l'articolo del Financial Times "immondizia". In seguito, Prodi ha incontrato i giornalisti per commentare di persona la vicenda che lo riguarda. "Il titolo del Financial Times è infamante, il contenuto dell'articolo è diverso", ha affermato, aggiungendo che "evidentemente siamo alla fine legislatura e non c'è molto che simili articoli siano giunti da giornali che ormai da anni partecipano attivamente e in modo partigiano alla lotta politica europea".

Martedì mattina, tra l'altro, la Commissione europea aveva reso pubblico il carteggio fra Prodi e l'europarlamentare Freddy Blak, risalente all'estate 2002, in cui il presidente della Commissione veniva sollecitato a intervenire più prontamente nell'affaire Eurostat.

Nel carteggio, Prodi aveva riferito a Blak che la commissione aveva avviato l'investigazione "attraverso l'Ufficio antifrode dell'Ue su Europrogramme - società che aveva un contratto con Eurostat per la gestione delle statistiche, ndr - un anno prima che un membro di Eurostat contattasse il medesimo ufficio per le sue preoccupazioni sulla stessa questione".

 




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17 giugno 2003

Ancora Prodi.

 

Ue, Prodi: ''Infamanti le accuse del Financial Times su Eurostat''

 

I portavoce del presidente: ''Quanto apparso oggi e' pura immondizia. D'altronde siamo a fine legislatura.... ''

Bruxelles, -Il presidente della Commissione      Europea, Romano Prodi, definisce ''infamanti'' le accuse del Financial Times per la vicenda dello scandalo Eurostat, ''siamo a fine legislatura...'', osserva. ''Ma di che cosa stiamo parlando?'', si scalda Marco Vignudelli, portavoce di Prodi. Quanto apparso oggi sul ''Financial Times'' e' ''pura immondizia'', dicono i portavoce del presidente, anche perche' il titolo aggressivo (''Prodi coinvolto nello scandalo Eurostat'') non corrisponde al testo dell'articolo che invece e' molto piu' prudente.

Ma soprattutto, la squadra del professore bolognese si e' presa cura di distribuire alla stampa una lettera del 13 settembre 2002 che dimostra come l'organo diretto da Prodi non solo avesse avuto sentore che qualcosa non andava nella vicenda Eurostat, ma anzi aveva attivato gia' da tempo l'Olaf (l'organismo antifrode dell'Ue) chiedendo un'indagine in merito a una societa' collegata all'Eurostat, la Eurogramme.

E questo gia' 17 mesi prima, nel 2001, dunque ben prima che la funzionaria danese dell'Eurostat Dorte Schmidt-Brown segnalasse alla stessa Olaf irregolarita' all'Eurostat. Al centro, una vicenda che vede la ''distrazione'' da parte di funzionari Eurostat di ingenti fondi comunitari attraverso un conto segreto in Lussemburgo.

In buona sostanza, e' il messaggio che lanciano i portavoce di Prodi, la Commissione non solo non ha cercato di insabbiare alcunche', ma al contrario ha fatto quello che poteva per fare luce, pur ''non immaginando -dicono ancora i portavoce- l'entita' e il tipo dello scandalo, che e' stato scoperto poi proprio dall'Olaf una volta avviata l'inchiesta''.

Non solo: i portavoce della Commissione smentiscono recisamente le accuse lanciate da uno degli alti funzionari sotto accusa per ''distrazione'' di fondi, e cioe' Yves Franchet, il quale avrebbe informato lo stesso Prodi oltre al vicepresidente della Commissione Neil Kinnock e il commissario agli affari economici e monetari Pedro Solbes. ''Prodi -sottolineano alla Commissione- ha avuto un solo incontro, insieme a molte altre persone, con Franchet, e si e' trattato di una pura stretta di mano, nient'altro. Ci sono i testimoni. Per il resto, Franchet non ha informato ne' direttamente ne' indirettamente il presidente di alcunche'''. In altre parole: se anche Franchet ha detto qualcosa ad altri esponenti della Commissione, Prodi non e' mai venuto a saperlo.

Come mai l'attacco del Financial Times proprio ora, oltretutto a tre giorni dall'apertura del vertice Ue di Salonicco? Lo stesso Prodi si lascia scappare una sua interpretazione: ''Siamo a fine legislatura...'', interpretazione che trova ampia eco negli ambienti della Commissione, anche se nessun portavoce la commenta ufficialmente.

E' vero pero' che la vicenda, tuttavia, apre piu' di uno spiraglio a critiche al funzionamento del sistema Commissione. Lo ha ammesso un altro portavoce di Prodi, Reijo Kemppinen: ''E' chiaro -ha affermato- che il sistema non ha funzionato come dovrebbe''. Al momento, annuncia Kemppinen, e' allo studio una valutazione complessiva, ad esempio la vasta autonomia dei direttori generali che possono anche, se lo ritengono, non informare i commissari. ''Stiamo valutando -dice Kemppinen- se indicare riforme per migliorare il sistema ed evitare in futuro vicende del genere''.




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sfoglia     ottobre       


 

                                         
 



Non andare in giro dicendo
che il mondo ti deve dare da vivere.
Il mondo non ti deve dare nulla :
era lì prima che tu arrivassi.

 

 

ControCorrente

Movimento d'opinione
che si propone di premiare
dare fiducia a persone
e politici che siano
garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore.
Sono garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore:
 
 
Vota:Berlusconi,Angelilli

 
    
 

     

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fiamma Nierenstein
 
 

No alla Ue




ORIANA FALLACI



Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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