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29 luglio 2007

Quella perizia di nascondere la notizia che riabilita Berlusconi

 




Quella perizia di nascondere
la notizia che riabilita Berlusconi
I giornali hanno ignorato o liquidato in poche righe il dietrofront dell’ex consulente dei Pm siciliani che ha cancellato 10 anni di accuse. I media hanno sempre enfatizzato le perizie di Giuffrida che diffamavano la Fininvest adombrando rapporti con la mafia. Ma sulla smentita solo qualche trafiletto
 
di Filippo Facci


A fare l’indignato che fa volar gli stracci, dopo anni di mestiere, cominci a sentirti anche un po’ scemo: le passioni si spassionano, il cinismo fa capolino, i toni alti e bassi li impari a regolare come quelli dello stereo, talvolta non riesci neppure più a capire dove comincia la tua opinione e dove quella del tuo ruolo in commedia. Ma qui, davvero, non è questione di gioco delle parti, la domanda è vera: com’è possibile che alcuni giornali, ieri, non abbiano completamente dato (completamente dato) la notizia che la famosa perizia-Giuffrida, quella che nel 1997 ipotizzava una provenienza oscura dei primi capitali Fininvest, è stata giudicata sbagliata e incompleta proprio dal perito che la elaborò? Come-è-possibile?
Riassunto brevissimo per chi avesse letto solo Corriere o Repubblica o Stampa o Unità, e non capisse quindi di che stiamo parlando: la Procura di Palermo, nel 1997, affidò al perito della Banca d’Italia Francesco Giuffrida l’incarico di verificare se dei soggetti terzi (tipo la mafia) avessero potuto contribuire a formare eventualmente il gruzzolo primordiale della Fininvest. La perizia, pur genericamente, non riuscì a individuare la precisa origine di otto operazioni, e partì da questo una macchina mediatica formidabile, un leimotiv che trasformò Giuffrida in eroe e Berlusconi in mafioso. Giuffrida, ora, ha messo per iscritto che le famose operazioni erano in realtà «tutte ricostruibili, e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest»; non solo: Giuffrida ha ammesso che a margine della perizia fu sovente messo alle strette dalla Procura di Palermo e soprattutto che il lavoro non poté neppure terminarlo, perché il procedimento contro Berlusconi fu infine archiviato.
Circostanza che non impedì di riutilizzare la stessa perizia e la sua testimonianza, benché incomplete, nel corso del processo contro Marcello Dell’Utri per appoggio esterno in associazione mafiosa. Ora: come si valuta una notizia come questa, o meglio: come si valuta la smentita di una notizia e di una perizia di dieci anni fa? In cento modi, ma non c’è smentita che non vada calibrata secondo le conseguenze che la notizia falsa intanto abbia avuto. Nel caso della perizia di Giuffrida si parla di qualcosa che adombrò «mafia» attorno all’uomo più popolare del Paese, forse dopo il Papa, qualcosa che, come illustrato splendidamente da Luca Fazzo ieri su queste pagine, divenne architrave delle frotte di libri dei berluscologi Ruggeri & Guarino, poi rimpiazzati dall’altra coppia Gomez & Travaglio, senza contare le copertine dell’Espresso, quelle di Diario, il conosciuto libro L’odore dei soldi (quelli guadagnati da Travaglio, in realtà) scritto da Elio Veltri e Travaglio medesimo, lo stesso poi riversato nella nota e galeotta puntata con Daniele Luttazzi su Raidue, dunque sui centinaia di video reperibili sul sito Youtube.
Il sedimento decennale di una notizia-perizia del genere, ora smentita, ha creato mostri, si è trascinata come una pesca a strascico di sostanziali cazzate; per esempio su centinaia di blog, addirittura in un pamphlet coadiuvato dall’eurodeputato Gianni Vattimo e distribuito a Bruxelles in quattro lingue, e addirittura in appelli «Forza Giuffrida» senza contare l’incipit del famoso Caimano di Nanni Moretti, insomma classiche note di antiberlusconismo professionale. Ci vorrebbero in teoria dieci anni per pareggiare i conti, e non si può, d’accordo, le cose vanno come vanno, e però, ora, come-è-possibile non dare neppure la notizia? Neppure-la-notizia? Oddio, Repubblica l’ha con 14 righe a pagina 22, e il titolo è «Fininvest, niente causa al consulente dei pm di Palermo». Anche la Stampa ha pubblicato uno straccetto d’agenzia non firmato a pagina 18. L’Unità niente, e si capisce, anzi no, una cosa del genere non è perdonabile neppure su l’Unità, perché il direttore Antonio Padellaro è uno che le notizie perlomeno le ha sempre date. Non si pretende magari che possa titolare come ha fatto Libero di ieri, che in prima pagina ha sparato «Su Silvio un mucchio di balle». Ma che dire del solito Corriere della Sera? Non ha scritto niente. Niente. Presente il Corriere della Sera? Non ha scritto niente.
Ovvio che a Fininvest interessasse ristabilire la verità, è per questo che a suo tempo promosse una causa civile per forza di cose contro Francesco Giuffrida. Ma l’obiettivo era appunto la verità, non Giuffrida: nella transazione infatti il Gruppo riconosce «che i limiti della consulenza del dottor Giuffrida non sono dipesi da sua negligenza, ma da eventi estranei alla sua volontà». Chiusa qui. E pensare che nel tardo novembre 2006 l’apposito Marco Travaglio diffuse addirittura un appello a favore di Giuffrida, martire vessato dalla Fininvest: «Perché questo appello?», scriveva. Risposta: «Per rompere il silenzio e la solitudine che lo circondano». Ma quale silenzio. Dieci anni di baccano fatto alle sue spalle, dieci anni di santificazione non richiesta per un funzionario che ora ammette la sua serafica verità. Il silenzio, silenzio su questa verità, è quello dei giornali di ieri e di oggi e di domani. Tendi l’orecchio: non si sente niente.
Filippo Facci





Quell’esperto gestito come un pentito. Ma i pubblici ministeri non si scusano

di Lino Jannuzzi

La frase chiave è questa: "Il dottor Giuffrida chiariva inoltre che la funzione di approfondimento tecnico che egli avrebbe dovuto svolgere era stata costantemente sottoposta allo specifico e ineludibile coordinamento e al diretto controllo dei pubblici ministeri, così come parimenti era avvenuto anche per la scelta dei documenti da consultare e per la materiale acquisizione degli stessi"
La frase chiave è questa: «Il dottor Giuffrida chiariva inoltre che la funzione di approfondimento tecnico che egli avrebbe dovuto svolgere era stata costantemente sottoposta allo specifico e ineludibile coordinamento e al diretto controllo dei pubblici ministeri, così come parimenti era avvenuto anche per la scelta dei documenti da consultare e per la materiale acquisizione degli stessi».
Così è scritto testualmente e firmato nell’atto di transazione concluso tra la Fininvest e Francesco Paolo Giuffrida, il funzionario della Banca d’Italia incaricato nel 1999 dalla procura di Palermo per esaminare i bilanci delle televisioni di Silvio Berlusconi e per «scoprire» la presenza di fondi sospetti magari provenienti da finanziamenti della mafia. Giuffrida «scoprì», e così scrisse nella sua relazione e così confermò a viva voce in dibattimento, otto operazioni di cui «non era riuscito a identificare l’origine della provvista» e per le quali egli aveva concluso in senso dubitativo «ingenerando così la convinzione che nelle casse della Fininvest vi potessero essere stati afflussi di danaro di provenienza illecita».
Trascinato in tribunale dalla Fininvest, che ha messo sotto gli occhi dei giudici le prove provate della provenienza chiara e trasparente e più che lecita di quelle provviste, Giuffrida ha firmato venerdì scorso, dopo otto anni dal suo incarico, l’atto di transazione in cui riconosce che i suoi «dubbi» sulle origini dei finanziamenti alla Fininvest, che hanno alimentato otto anni di calunnie giudiziarie e mediatiche e politiche contro Silvio Berlusconi e i suoi soci e i suoi amici, non avevano nessuna ragione di essere e che erano dovuti soprattutto al fatto che non aveva potuto completare e approfondire i suoi esami per la chiusura dei termini di legge, e quindi era stato costretto a presentare alla procura e a confermare al tribunale conclusioni parziali e provvisorie (senza dire però, al momento in cui le aveva presentate e confermate, che erano parziali e provvisorie).
Ma queste sono chiacchiere. I veri motivi dell’operazione a cui Giuffrida si è prestato sono tutti in quella frase chiave, che si legge ineluttabilmente così: tutto quello che ho fatto e che ho riferito, a partire dalla scelta stessa dei documenti da consultare e da acquisire, è stato voluto e richiesto e controllato dai pubblici ministeri della procura di Palermo. Giuffrida è stato arruolato e gestito dagli inquirenti di Palermo come un qualunque «pentito», ha fatto e ha detto e ha riferito ciò che loro volevano che facesse e che dicesse e che riferisse, e oggi, dopo che per otto anni con la sua relazione ha permesso il linciaggio giudiziario e mediatico e politico di Berlusconi e dei suoi amici, il «pentito» qualunque Giuffrida ritratta e si giustifica e si scusa. E firma un atto di transazione: e i Pm di Palermo?
I pubblici ministeri di Palermo non solo non ritrattano, non si giustificano e non si scusano, ma hanno continuato a usare e a sfruttare le carte di Giuffrida e, dopo l’archiviazione del procedimento per riciclaggio contro Berlusconi, hanno riversato pari pari quelle carte nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa contro Marcello Dell’Utri, e contro Dell’Utri continuano a usare quelle carte false (e non solo quelle) nel processo d’appello tuttora in corso. I Pm non si pentono. Non si sono pentiti nemmeno i Pm che a Caltanissetta hanno inquisito per anni Berlusconi e Dell’Utri per strage, quali presunti «mandanti occulti» della strage di Capaci e della strage di via D’Amelio, dove persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte. Non si è pentita il pm Ilda Boccassini che, distaccata da Milano a Caltanissetta per scoprire gli assassini di Falcone, interrogò il «pentito» Salvatore Cancemi e ne verbalizzò per prima la geniale «intuizione», che la Fininvest finanziava Cosa Nostra, e non per «proteggere» le antenne delle sue televisioni in Sicilia, come pure s’era detto, ma proprio per preparare le stragi. Non si è pentita il pm Anna Maria Palma, distaccata da Palermo a Caltanissetta, per scoprire gli assassini di Paolo Borsellino, e che nel corso della sua requisitoria per il processo Borsellino bis affermò che erano state ormai «sufficientemente provate» le accuse di Cancemi, che Berlusconi e Dell’Utri si erano incontrati con il capo di Cosa Nostra Totò Riina alla vigilia della strage di via D’Amelio e in pratica gli avevano dato mandato di uccidere Borsellino.
Non si è pentito il pm Luca Tescaroli, distaccato anche lui da Firenze a Caltanissetta, e che ha scritto nella sua requisitoria per il processo della strage di Capaci, e ne ha fatto poi un libro, che quella di Cancemi, più che una «intuizione», era stata una «deduzione logica»: visto che il presunto «pizzo» versato dalla Fininvest alla mafia non era tanto un pizzo per proteggere le antenne delle tv, ma era un modo di finanziare Cosa Nostra; visto che Riina diceva, e Cancemi l’aveva sentito con le proprie orecchie, che ormai «aveva ’nte manu’» Berlusconi e Dell’Utri e che per aiutarli a prendere il potere bisognava fare le stragi; visto che prima della strage Riina aveva incontrato «due persone importanti», evidentemente queste persone non potevano che essere Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. E dunque «possiamo affermare con assoluta certezza che il disegno criminale nel suo complesso, e la strage di Capaci del 23 maggio 1992, in particolare, si è mosso correlativamente al procedere di trattative volte a incidere sui poteri politici e istituzionali, e sull’azione degli stessi, per ottenere vantaggi per gli adepti dell’accolita».
Tutto ciò consente di inquadrare «le ipotesi di trattative coltivate e le ipotesi degli attentati programmati ed eseguiti nell’azione volta a creare le condizioni per l’affermazione di una nuova formazione politica». Forza Italia, dunque, si è affermata e ha vinto perché Berlusconi e Dell’Utri hanno convinto Riina a fare le stragi e a dare così il colpo di grazia alla prima Repubblica.
Tescaroli è stato così convinto delle sue tesi che si rifiutò di firmare l’archiviazione del procedimento per strage contro Berlusconi e Dell’Utri e lasciò Caltanissetta per tornarsene sul continente. Niente paura: nel quindicesimo anniversario della strage di via D’Amelio, a Caltanissetta hanno deciso di riaprire le indagine sui «servizi segreti deviati» e sui «mandanti occulti». Chi sa che ciò che non è riuscito ai Pm di Palermo contro Berlusconi e Dell’Utri per il riciclaggio e ai Pm «distaccati» a Caltanissetta contro Berlusconi e Dell’Utri la prima volta per le stragi, non riesca questa volta. In fondo, nessuno dei Pm che ci avevano provato si è ancora pentito.




permalink | inviato da Controcorrente il 29/7/2007 alle 9:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

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L'assemblea parlamentare del
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ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
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come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
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