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5 aprile 2006

Prodi ha utilizzato le istituzioni europee per fare politica in Italia




Storia di un anti-Italiano

Terzo motivo
Prodi ha utilizzato le
istituzioni europee per
fare politica in Italia

“Il fine giustifica i mezzi”
(N. Machiavelli)

A chi non sa parlar bene, s’addice il silenzio. “Stile disordinato”.
“Scarsa padronanza delle lingue”. “Manager incapace”. “Uomo sbagliato per
l’incarico di Presidente della Commissione”. “Allarmante inclinazione alle gaffes” . Queste le critiche ricorrenti utilizzate dalla stampa internazionale per descrivere Romano Prodi. Durante i cinque anni da Presidente della Commissione, Prodi non ha goduto di buona stampa, a partire proprio dal Financial Times che ha condotto una vera crociata contro di lui. Tutti conosciamo il proverbiale antieuropeismo degli inglesi ma, dietro alla sistematica e maniacale lente d’ingrandimento del giornale della City puntata su Prodi, c’erano fin troppi motivi per alimentare le
polemiche.
Tutto inizia con un’imbarazzante questione di formaggio. Un “alto diplomatico Ue” riferí al Financial Times della “mancanza di leadership di Prodi” raccontando un episodio paradigmatico. Si narra, infatti, che Prodi, durante una cena ad un summit Ue nel 2001, “stava leggendo il suo discorso, quando il Presidente francese Jacques Chirac ha iniziato a protestare per l’assenza di formaggi nel menu”. Tutti i leader “si sono uniti nel dibattito (sul formaggio), ma Prodi ha semplicemente continuato a leggere il suo discorso” .
Ma questo non è tutto. A proposito di gaffes clamorose ce ne sono alcune rigorosamente in chiave anti-italiana. Ecco un elenco sommario.
Scivolando sulla stupidità. Non ci attarderemo ad elencare le proteste degli europarlamentari quando Prodi, nell’ottobre 2002, definì “stupido” il Patto di Stabilità, cioè l’accordo per far rispettare i criteri di Maastricht e per evitare disavanzi pubblici eccessivi e garantire la stabilità monetaria nella zona euro. Un accenno, però, siamo costretti a farlo perché quello “stupido” gli costò caro.
In quella circostanza Prodi si trovò sotto il tiro incrociato di mass media e istituzioni comunitarie: nelle relazioni internazionali, infatti, non sono particolarmente apprezzate le espressioni colloquiali quando si parla di argomenti tecnici. Caustico fu il commento del capogruppo dei Popolari europei, Hans-Gert Poettering, durante il dibattito a Strasburgo: si dichiarò esterrefatto per le parole di Prodi che, a suo avviso, rischiavano di compromettere “ulteriormente l’autorevolezza della Commissione”. Inoltre si disse sbalordito perché Prodi non aveva chiesto scusa . Prodi si giustificò come sempre in modo goffo. Non a caso con quella sua
abituale approssimazione dialettica si guadagnò un giudizio molto duro dall’inglese “The Guardian” che scriveva: “Prodi ha fallito in modo disastroso nel comunicare, persino in lingua italiana” .
Prodi il visionario della politica. Prodi diventò una sorta di zimbello delle istituzioni comunitarie, quando nel novembre 2003 presentò il manifesto “L’Europa: il sogno, le scelte”. Con questo suo programma politico il Presidente della Commissione decise di scendere in campo, come leader dell’Ulivo, in vista delle elezioni europee. Sui sogni e sulle visioni prodiane avremo ancora modo di esprimere le nostre perplessità. Comunque, nacque un dibattito sull’incompatibilità tra l’incarico istituzionale di Presidente della
Commissione, una posizione che deve dare garanzie di neutralità e indipendenza, e il suo ruolo in Italia di capo dell’opposizione. Insomma la denuncia era chiara: la Commissione europea non poteva trasformarsi in un taxi per la politica nazionale. La polemica era troppo ghiotta e i mass media si scatenarono. Il Times, il Frankfurter Allgemeine Zeitung e il Mundo consigliarono immediatamente a Prodi di lasciare l’Europa e “concentrarsi sulla politica italiana” . Ovviamente il Financial Times continuò a non lesinare complimenti, definendo Prodi addirittura un “re in esilio” e chiedendosi “se il suo cuore e la sua testa” potessero “stare in due posti contemporaneamente” . Questa dissociazione, secondo il giornale della City, era “causa di serie preoccupazioni” nelle istituzioni comunitarie. “Inaccettabile. Scorretto. Irresponsabile” , denunciò immediatamente il capogruppo dei popolari Poettering sulla stampa italiana, proclamandosi infastidito nel vedere “il Presidente della Commissione europea che si mette a interferire con la politica italiana, anziché occuparsi degli affari dell’Unione europea” . A Strasburgo, dall’estrema sinistra agli euroscettici, dai socialisti ai popolari si alzò un coro quasi unanime: Prodi doveva scegliere, o l’Europa o l’Italia. Venne rimarcata per l’ennesima volta l’incompatibilità tra il suo ruolo istituzionale di Presidente della Commissione europea e il suo ruolo politico in
Italia di leader dell’opposizione. Anche il socialista Martin Schulz, divenuto famoso dopo il suo diverbio con Berlusconi, non risparmiò critiche contro Prodi, dichiarando che “il Presidente della Commissione dovrebbe essere sovranazionale e concentrarsi sul suo lavoro a Bruxelles” . E ancora. Il capogruppo dei popolari manifestò in modo aspro la sua disapprovazione: “In questi tempi difficili non abbiamo bisogno di un Presidente della Commissione che continuamente interferisca nelle vicende politiche interne del suo
Paese. Lei ha fatto una politica di partito, si è appellato alla sinistra italiana perché si riunisca: chi è Presidente della Commissione deve agire sempre in nome di tutti gli europei” . Rilanciò la polemica il presidente dei comunisti europei, Francis Wurtz,
che disse nell’Aula di Strasburgo: “Signor Presidente, questo incidente preelettorale non interessa minimamente il mio gruppo, motivo per cui avevo intenzione di rimanere in silenzio. Nondimeno, ritengo che questo incidente riveli un aspetto a me chiaro da tempo, cioè che la pretesa della Commissione di rappresentare l’interesse generale europeo è una pretesa al di sopra delle sue capacità. Da parte mia, preferirei che la destra e la sinistra del Parlamento si scontrassero con la stessa passione sulle politiche dell’Unione europea, anziché scontrarsi sui progetti di carriera e sugli affari di Stato” . Parole come macigni, per un Prodi già troppo debole.
Al lupo, al lupo. Il massimo della performance contro l’Italia fu nell’aprile 2004 quando Prodi, in maniera del tutto atipica e impresentabile sia in termini di linguaggio che di procedure, annunciò con un comunicato stampa la presunta messa in mora dell’Italia per il possibile sforamento del 3% nel rapporto deficit-Pil. L’annunciato “early warning” (in termini tecnici “avvertimento preventivo”), così come è chiamata ufficialmente la procedura sanzionatoria, creò un evidente e naturale shock politico-finanziario.
Peccato che non era vero assolutamente nulla. Infatti il provvedimento non fu mai effettivamente formalizzato per l’ottimo motivo che non sussistevano i presupposti, anzi il Fondo Monetario Internazionale smentì categoricamente le previsioni della Commissione europea .
Evidentemente Prodi voleva usare il suo incarico istituzionale come una clava contro il governo Berlusconi alla vigilia delle elezioni europee che si sarebbero svolte due mesi dopo.
La vicenda divenne così un caso internazionale a tal punto che Romano Prodi e la Commissione europea finirono nel mirino del settimanale “The Economist”, che definì il cartellino giallo alzato da Prodi contro l’Italia una diatriba strumentale, tutta rivolta al dibattito politico italiano. Infatti il giornale inglese, in un fondo dal titolo “La Commissione europea si sta disintegrando” ,
attaccò Romano Prodi considerandolo “sempre più preso dal suo ruolo di leader de facto dell’opposizione italiana” .
Prodi l’anti-italiano. Anche quando lasciò la Commissione europea, Prodi non perse l’occasione per continuare ad esibire la sua solita ambiguità anti-italiana.
La prima occasione fu nel novembre 2004, quando il Premier Berlusconi, nel pieno della recessione economica del Vecchio Continente, scrisse una lettera aperta al Presidente di turno dell’Unione europea, chiedendo la revisione del Patto di Stabilità al fine di sostenere crescita e sviluppo, per rilanciare gli investimenti su infrastrutture, ricerca e occupazione. La proposta era valida e fu condivisa. E ottenne, di conseguenza, l’immediato sostegno di Francia, Germania e Spagna, incontrando però l’ostilità di Prodi, a quel tempo appena sostituito da Barroso al vertice della Commissione. La logica prodiana era per il “tanto peggio tanto meglio” di leniniana
memoria. Prodi preferì, infatti, attaccare senza tregua la maggioranza di centro-destra in Italia anche a costo di danneggiare gli interessi del Paese. Pur di alimentare la disputa politica in chiave anti-italiana, l’ex-Presidente osteggiò la proposta di revisione del Patto, iniziando una critica distruttiva sulla politica economica del Governo e sullo stato dei conti pubblici italiani, snocciolando dati imprecisi a tal punto da guadagnarsi l’appellativo di “cornacchia” , cioè l’uccello del malaugurio, da Sandro Bondi. Mentre
Gianni De Michelis denunciava che la presa di posizione di Prodi e soprattutto i toni della polemica e il suo pessimismo sembravano dipendere solo da un fazioso spirito di parte: “Per uno che è stato fino a ieri Presidente della
Commissione europea”, spiegò De Michelis, “mi pare una caduta di stile che dimostra tutto sommato carenza di reali idee” .
In realtà Prodi aveva proprio perso la bussola e sempre in quel periodo rilasciava altre affermazioni deliranti. Come non ricordare, infatti, quando definì “mercenari” i giovani di Forza Italia. Una frase che non merita ulteriori commenti, se non la constatazione che definizioni di questo genere, anche in circostanze ben più drammatiche, non erano purtroppo estranee alla terminologia
politica della coalizione prodiana. Il Ministro Gasparri non mancò di sottolineare, in quella circostanza, che “il centro-sinistra definisce mercenari i militanti della Casa delle Libertà come definì mercenario il lavoratore italiano Quattrocchi ucciso dai terroristi in Iraq” .
Chi mal cerca fama, se stesso diffama. L’ex-Presidente della Commissione ha continuato a fare gaffes anche in giro per l’Europa.
Clamorosa fu quella del febbraio 2005, quando Prodi riportò alla stampa alcune presunte confidenze di Chirac contro l’Italia, in seguito smentite dall’Eliseo: “l’Italia ha perso spazi” e “siete rimasti isolati” , queste le frasi incriminate. Immediatamente Prodi si affrettò a rassicurare tutti con un pizzico di mitomania e declamò: “sarà mio compito riportare il nostro Paese nel nucleo che decide” . Peccato che poi fonti ufficiali francesi smentirono le dichiarazioni di Prodi e l’ambasciata di Francia in Italia precisò che il Governo francese era “in piena sintonia” con quello italiano . Ma lui, astioso e un po’ patetico, suggerì al suo ufficio stampa di dire che “quando il professor Prodi dice una cosa la dice sapendo che la può e la deve dire” . Ci risparmiamo le valutazioni di natura psicanalitica che emergono dalle
dichiarazioni di Prodi, che tradiscono un’insicurezza mista a manie di persecuzione e che tracciano un imbarazzante profilo psicologico. Comunque sia, a prescindere dall’accaduto, la risposta unanime fu che Prodi non si era comportato da politico responsabile. “Uno statista tutto può fare tranne che parlare male del suo Paese, soprattutto all’estero o dall’estero. E’ una cosa molto triste perseguire l’interesse di parte contro quello nazionale” , disse il ministro Tremonti. Non meno duro fu
l’ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga che accusò Prodi di “modi grossolani di far politica” e di essere estraneo alle regole “della buona creanza nazionale e internazionale” . Fino al ministro Buttiglione che parlò di “subordinazione culturale” .
In sostanza, un caso di gossip della peggior scuola scandalistica.





permalink | inviato da il 5/4/2006 alle 10:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

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 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



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L'assemblea parlamentare del
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ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
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nome del PPE, che condanna
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il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
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quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
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