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15 luglio 2005

Gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta che le sinistre vorrebbero far dimenticare (1. puntata)




Gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta
che le sinistre vorrebbero far dimenticare (1. puntata)
 
Prodi: “Sì, ero presidente del Consiglio,
ma sull’affare Telekom Serbia
nulla vidi, nulla sentii e nulla seppi”
 
di Gaetano Saglimbeni
 
 
           Quando il segretario dei Ds ex comunisti Piero Fassino è stato convocato insieme a Romano Prodi e Lamberto Dini dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla scottante vicenda di Telekom Serbia, Giampaolo Pansa, condirettore del settimanale “L’Espresso” molto vicino alle sinistre-Ulivo, gli ha chiesto se era sua intenzione (o anche suo interesse) presentarsi, per aver modo così di raccontare e chiarire come fossero andate realmente le cose, e Fassino ha risposto, sorprendendo non poco l’intervistatore amico: “E perché dovrei presentarmi proprio io, che sono il solo a non entrarci in quella vicenda?”. Una risposta strana, e abbastanza ambigua, che non poteva non far nascere il sospetto che gli altri due invece (e cioè Prodi e Dini) c’entrassero. Sospetto che, purtroppo, non è stato possibile fugare, dal momento che nessuno dei tre si è presentato alla Commissione per lasciarsi interrogare, serenamente e democraticamente.
 
           Ricorda quella risposta di Fassino, l’on. Enzo Trantino, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta Telekom Serbia, nella lunga e dettagliatissima relazione che ha presentato a conclusione dei lavori.  “Liberissimi di comportarsi come vogliono, i nostri ex uomini di governo”, scrive il presidente Trantino, noto avvocato penalista siciliano, appartenente ad Alleanza nazionale, “ ed anche di ricorrere, come hanno fatto, a mezzucci non proprio ortodossi e politicamente inaccettabili per sottrarsi alle più che legittime domande di una Commissione d’inchiesta istituita per volontà di Camera e Senato. Ma nelle parole dell’ex sottosegretario Fassino, riportate da un giornalista della serietà di Gianpaolo Pansa e mai smentite dall’interessato, non posso non vedere, quanto meno, una precisa indicazione di responsabilità per gli altri due, cioè Prodi e Dini”.
 
          Ed aggiunge, il presidente-relatore Trantino: “Non hanno ritenuto, nessuno dei tre, di doversi presentare alla Commissione? Il nostro dovere era portare a termine entro i tempi fissati dai presidenti della Camera e del Senato il compito che ci era stato affidato e lo abbiamo fatto, con il massimo scrupolo di parlamentari e l’impegno delle nostre professionalità. Chi si è sottratto ad un dovere che è politico e morale, quello di lasciarsi liberamente e serenamente interrogare su fatti che  riguardano attività di governo, se ne assume ogni responsabilità. Non essendo comparsi in aula, questi nostri illustri colleghi hanno offeso non noi, ma il Parlamento che rappresentiamo. E, se per loro vale qualcosa, hanno offeso il popolo italiano che ha il diritto di conoscere i fatti. O no?”.
 
          Era presidente del Consiglio, il prof. Romano Prodi, quando l’affare Telekom Serbia fu concluso, nel 1997, e Lamberto Dini ministro degli Esteri, con Piero Fassino sottosegretario. Ed era proprio Fassino  (a leggere le cronache politiche del tempo) l’uomo di governo italiano che, per questioni politico-diplomatiche, incontrava a Belgrado più frequentemente il dittatore jugoslavo Milosevic. “Questioni di politica internazionale, non rapporti di affari”, ha sempre tenuto a precisare l’ex sottosegretario. Solo che quanto avvenne nel 1997 aveva poco o nulla a che vedere con la politica e la diplomazia e molto con gli affari, e si rivelerà poi, a giudizio di autorevoli economisti non di parte, “l’affare più disastroso (anche politicamente, non soltanto economicamente) nella storia della Repubblica italiana”.
 
           Ricapitoliamo brevemente i fatti, per chiarezza nostra e dei lettori. La Stet-Telecom, che a quel tempo era proprietà dello Stato italiano per il 61 per cento, acquistò per 893 miliardi delle vecchie lire una quota (il 29 per cento) della disastratissima Telekom Serbia. Un grosso “regalo”, denunciarono i deputati di Forza Italia (allora all’opposizione), al presidente jugoslavo Slobodan Milosevic che l’Europa considerava già un “dittatore sanguinario”.
 
            In cambio di che cosa, quel grosso “regalo”, non si è mai saputo. C’è chi ha parlato di tangenti, che sarebbero state incassate da intermediari per conto dei politici interessati all’affare, ma nessuno l’ha potuto fin qui dimostrare. Ed allora, se vogliamo fare informazione seria, omettiamo di parlare di tangenti, finché la magistratura (se ne occupa da anni quella di Torino) non avrà fatto piena luce su quello che comunque è considerato soltanto un aspetto marginale della vicenda, e parliamo unicamente di quelle che costituiscono invece il “nocciolo essenziale” dello sconcertante caso, le responsabilità politiche, per l’accertamento delle quali il Parlamento ha nominato la Commissione d’inchiesta.
 
           Chi autorizzò quell’acquisto così insensato, inopportuno politicamente e disastroso sotto il profilo economico? Disastroso, certo, perché quella stessa quota di Telekom Serbia, supervalutata 893 miliardi delle vecchie lire dai nostri tecnici al momento dell’acquisto, fu poi rivenduta alla stessa Tv di Belgrado per 377 miliardi, e cioè per poco più di un terzo della somma a suo tempo versata, con una perdita quindi di 516 miliardi (che non erano certo bruscolini, nemmeno in tempi di lira svalutata).
 
           Pensate un po’, amici lettori, a quello che sarebbe successo se a procurare una perdita del genere fosse stato l’amministratore di una azienda privata: lo avrebbero cacciato a pedale, per manifesta incapacità, se non per truffa (da denunziare quindi alla Autorità giudiziaria). Ed invece, alla Stet-Telecom Italia, non avvenne nulla di tutto questo. Non avvenne nulla neppure al governo, né a palazzo Chigi né nei ministeri che (trattandosi di una azienda proprietà dello Stato per il 61 per cento) avevano il dovere di vigilare. Per completezza e correttezza di informazione, dobbiamo ricordare  che ministro del Tesoro era Carlo Azeglio Ciampi e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (in pratica, braccio destro del presidente Prodi) l’on. Enrico Micheli. 
         
           “Non ne sapevamo nulla”, hanno dapprima risposto in coro il prof. Prodi e compagni. Poi hanno cambiato tono, quando sono venuti fuori ben 14 dispacci a suo tempo inviati al nostro ministero degli Esteri dall’ambasciatore italiano a Belgrado, il quale riteneva di dover richiamare l’attenzione delle autorità competenti non soltanto sulla “inopportunità e la pericolosità” dell’affare che si stava per concludere con il dittatore Milosevic, ma anche sulla “assoluta mancanza di convenienza economica”, viste le condizioni in cui si trovava ed operava la boccheggiante televisione di Stato serba.   
         
            Ha parlato quindi, per tutti, l’ex sottosegretario Fassino. “Sapevamo dei programmi di acquisto di nuove aziende da parte della Stet-Telecom”, ha spiegato, “ma sapevamo anche che non era né un diritto né un dovere del governo intervenire nell’affare, perché la sua conduzione  era e doveva restare di pertinenza esclusiva dell’azienda”. E credo sia la più grossa fandonia che un uomo politico (appartenente ad una categoria che, si sa, è abituata a raccontare balle) possa pronunciare.
 
            Se il presidente del Consiglio ed i suoi ministri e sottosegretari non si occupavano di un’azienda che era dello Stato per il 61 per cento, e consentivano ai dirigenti di sperperare in quel modo il denaro pubblico (ed anche quello degli azionisti privati, ovviamente) senza alcun controllo da parte dell’azionista di riferimento, i casi sono due: o erano tutti negligenti, strafottenti e dunque irresponsabili, gli uomini politici che governavano in quegli anni l’Italia, o erano degli inetti, assolutamente incapaci, e quindi da tenere lontani (per manifesta incapacità, appunto) dalla pubblica amministrazione.
 
           “E’ mai pensabile”, ha scritto sul “Corriere della Sera” l’illustre politologo Ernesto Galli della Loggia, “che una azienda pubblica italiana potesse condurre in porto un simile acquisto, per una cifra così considerevole e soprattutto da un venditore di così dubbia reputazione come Milosevic, signore della guerra dei Balcani, senza una preliminare autorizzazione politica dal governo di centrosinistra dell’epoca?… Se si appurasse che le cose stavano effettivamente così, sarebbe di una gravità politica per lo meno pari (se non superiore) a quella rappresentata dalla consapevole decisione presa da qualcuno (magari in cambio di qualche tangente) di aiutare il regime criminale di Milosevic. I piani alti della politica dell’epoca, insomma, ospitavano degli inetti o una quinta colonna balcanica?…”.
        
            E Gianpaolo Pansa su “L’Espresso”: “Quello che i giudici hanno sempre detto per le illegalità, vere o presunte, alla Fininvest, e cioè che Silvio Berlusconi da presidente non poteva non sapere, deve valere anche per il presidente del Consiglio prof. Prodi. Chi sta in cima a una piramide di potere, non può non conoscere che cosa va facendo chi gli sta sotto”. Giudizio pienamente condiviso da Ezio Mauro, direttore de “La Repubblica” (“Il governo non poteva non sapere”), Francesco Merlo su “Oggi” (“L’acquisto del 29 per cento di Telekom Serbia era un affare di Stato e non è credibile che gli uomini dello Stato non sapessero quel che faceva lo Stato”), Claudio Rinaldi su “L’Espresso” (“Non credo a tangenti che sarebbero state incassate da uomini di governo, ma debbo dire che l’acquisto di una quota di Telekom Serbia durante il governo Prodi fu un grave errore: finanziario, perché la Stet-Telecom Italia, nel 1977 ancora controllata dallo Stato, pagò un prezzo altissimo; politico, perché l’operazione fornì denaro fresco alla bieca tirannia di Slobodan Milosevic”).
 
            “Un disastro economico, oltre che politico”, ha scritto il presidente della Commissione parlamentare Trantino nella relazione conclusiva. Ed ancora: “Macroscopica disapplicazione dei principi basilari di una sana e corretta amministrazione”, “Mala gestione con chiare e forti connotazioni politiche”, “I governanti di allora, sembra che fossero al governo di un altro Stato, non dell’Italia, quando questo inquietante affare si compiva”.
 
            E si capisce, da queste durissime considerazioni sia di autorevoli giornalisti che del presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta, come le sinistre abbiano tutto l’interesse a far dimenticare agli italiani quanto è successo. Singolare e fin troppo  eloquente l’iniziativa del deputato della Quercia Umberto Ranieri, ex sottosegretario agli Esteri, il quale in una seduta congiunta delle commissioni Esteri e Trasporti, approfittando della momentanea assenza di molti rappresentanti della Casa delle libertà, ha fatto votare ed approvare un emendamento della opposizione che, leggiamo in una nota diffusa a fine seduta con dichiarazione ufficiale dello stesso Ranieri, “punta a sopprimere la proposta di ricostituire la Commissione parlamentare d’inchiesta Telekom Serbia, per chiudere definitivamente una storia penosa che la Casa delle libertà tira fuori solo per fini propagandistici”.
 
            E’ l’accoratissimo auspicio delle sinistre, dimenticare e far dimenticare. Ma non saranno certo i partiti della opposizione, con un semplice emendamento approvato alla chetichella in una sede che non sappiamo cosa avesse a che vedere con il “regalo” fatto a suo tempo dal governo italiano delle sinistre-Ulivo al dittatore jugoslavo Milosevic, a stabilire se la Commissione vada ricostituita o no. Se la maggioranza ritiene che tutto debba essere ancora chiarito in quello sconcertante “affare di Stato”, nessuno potrà impedire ai presidenti di Camera e Senato di nominare una nuova Commissione.
 
         Gli italiani hanno il diritto di sapere come sono andate realmente le cose; ed il prof. Prodi e compagni, il dovere di spiegarlo. La democrazia, quella vera, ha delle regole precise, che nessuno può ignorare o, peggio, calpestare. 
 
(1. puntata  - continua)                     Gaetano Saglimbeni
 
-------
sito web:
www.gaetanosaglimbenitaormina.it




permalink | inviato da il 15/7/2005 alle 0:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa

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I comunisti amano
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Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
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Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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